Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato sul numero di Tempi di novembre 2018.

È come una epidemia, solo che si preferisce ignorarla. Può essere prevenuta e contrastata, ma addirittura per molti, media e intellettuali inclusi, dovremmo poterla provare tutti liberamente: una sorta di colera legale e gratuito. Neanche episodi come quello di Desirée Mariottini, nel cuore della Capitale, pochi mesi dopo quello di Pamela Mastropietro, a Macerata, e dopo quello di Emanuele Morganti, ad Alatri, fanno arrendere alla realtà. Che ha certamente componenti di violenza in zone inspiegabilmente lasciate prive di regole e di controlli, ma riconduce a un filone principale: la droga, la sua diffusione capillare, la sua cessione incontrastata alla luce del sole, il suo passare di mano in mano nelle aule e nelle toilette delle scuole. Desirée, come Pamela, muoiono dopo sevizie e agonie atroci, ma iniziano a morire quando ciascuna di loro si è lasciata convincere — quindi c’è stato pure un atto di volontà, per quanto debole e condizionato — che la droga era la risposta al problema di vivere. I carnefici di Pamela e di Desirée hanno avuto a che fare con la droga sia come strumento per attrarle sia come benzina per alimentare la propria brutalità ed eliminare ogni freno. Oggi circolano più stupefacenti rispetto a qualche anno fa: lo attestano i dati ufficiali del Dipartimento antidroga della presidenza del Consiglio. La relazione presentata al Parlamento a settembre, ingiustamente caduta nel disinteresse, informa che ammontano a un terzo gli italiani in età compresa fra i 15 e i 64 anni che hanno fatto uso di stupefacente almeno una volta nella vita, mentre poco più di uno su dieci l’ha assunta almeno una volta nel solo 2017; in quella fascia di età il 10 per cento degli italiani ha adoperato nel 2017 derivati della cannabis: in assoluto, 6 milioni di persone! La percentuale sale al 26 per cento se si fa riferimento agli studenti; in numeri assoluti, si tratta di 250 mila ragazzi. Numeri da pandemia, che esigerebbero un piano straordinario, e non che si parli di droga solo per invocarne l’ulteriore legalizzazione. La prevenzione è una presa in giro: sempre nel 2017 su 38.614 persone segnalate in prefettura per uso di stupefacenti (un numero assai ridotto rispetto alla quantità di consumatori), quasi la metà non si è presentata ai colloqui.
Gli effetti sono tanto gravi quanto non considerati. La gran parte di assuntori guida un veicolo, ma pochi si domandano come mai crescono gli incidenti stradali dalla causale inspiegabile: un ventenne si schianta con la moto contro un albero senza che la strada sia dissestata o che ci sia un temporale… Pochi si chiedono perché crescono le liti, le rapine, o anche solo i furti, che degenerano in omicidi: se l’intento fosse stato uccidere, il responsabile avrebbe provveduto subito con lo strumento più efficace, e invece è partita una discussione o una intimidazione, e poi non ci si riesce a fermare. Come per le epidemie di manzoniana memoria, non mancano gli untori. Dai negozi che spacciano “legalmente” la cosiddetta cannabis light — è light solo la logica di chi ne ha previsto e permesso la diffusione — ai teorici della completa legalizzazione. Ma se gira più droga oggi rispetto a qualche anno fa è perché nella primavera 2014 il governo dell’epoca impose con voto di fiducia un decreto legge che, fra l’altro, ripristinava l’antiscientifica distinzione fra droghe pesanti e leggere, restaurava la non punibilità per la detenzione finalizzata «per uso personale», eliminava l’arresto obbligatorio in flagranza per lo spaccio di lieve entità. Gli esiti sono stati: a) la parcellizzazione dello spaccio: in assenza di obbligo di arresto quando si è colti sul fatto ci si fa furbi e si viaggia sempre con poche dosi (il solo fastidio è di fare il su e il giù dal vicino deposito con maggiore frequenza); b) la riduzione al minimo delle sanzioni per i derivati della cannabis; c) l’incremento dell’area dell’impunità. Vogliamo veramente che casi come quelli di Desirée e di Pamela non si ripetano? Fermiamo l’epidemia. Si chiudano i luoghi dello spaccio “legale” e pseudo-light e si modifichi la legge. Vero, non è solo questione di norme da cambiare: vi è un grande problema di educazione familiare e scolastica. Ma con un briciolo di onestà è impossibile negare che oggi lo sballo incontri meno ostacoli: porne qualcuno contro la diffusione della peste d’inizio secolo è il minimo sindacale.

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