Un nuovo femminismo che nasce in America e parla alle italiane: perché la Dichiarazione di Interdipendenza di Seneca Falls riguarda donne e uomini.
Marianna Orlandi
Era uno di quegli autobus gialli che noi italiani vediamo solo in tv, quelli che trasportano i bambini americani a scuola; a bordo, una sessantina di donne, tra i 25 e i 70 anni; la strada, quella che dalla città di Rochester, situata nella parte più settentrionale dello stato di New York, quasi al confine con il Canada, porta a Seneca Falls. In una temperata giornata di settembre, anche io ero parte di quello strano, variegato, eppur potente—questo ormai lo sapevo—gruppo di donne, pronta anche io a concludere, assieme a loro, un’esperienza che solo pochi mesi prima avrei ritenuto lontanissima dal mio orizzonte – tanto professionale quanto “ideale”. Nel giro di qualche giorno, e al culmine di anni spesi studiando famiglia e relazioni, mi ero infatti convinta, e lo sono ancora, che l’avventura e la missione di quelle donne, di queste nuove femministe, fossero divenuti inevitabilmente importanti, fondamentali ed improrogabili.
Assieme a loro, al termine di una conferenza di due giorni sullo stato delle donne, mi dirigevo dove quasi due secoli prima un altro gruppo di coraggiose americane aveva tenuto la prima “Convention of Women”, ivi proclamando quella “Dichiarazione di Sentimenti” che fu poi la base per il riconoscimento di tutti i diritti di cui oggi godono – purtroppo distrattamente – le donne occidentali. E non parliamo di minigonne o d’aborto, sia chiaro: le prime femministe, suffragette incluse, ritenevano quest’ultimo un abominio. Nel 1848, le donne di Seneca Falls rivendicavano il diritto a un’educazione, alla proprietà, all’elettorato; il diritto a non essere vittime di crimini impuniti perché compiuti dal loro marito. Il diritto, insomma, ad essere considerate pienamente esseri umani. Due secoli dopo, consce delle derive del femminismo moderno, nonché delle nuove minacce che il mondo attuale, virtuale e non, pone alla donna, le madri, mogli e figlie sedute accanto me volevano tornare a Seneca Falls per chiarire che i diritti delle donne sono amici ed alleati di quelli degli uomini: dei loro padri, mariti, e figli. L’intenzione è di fermare quel treno deragliato negli anni Sessanta, quello di un femminismo tale solo a parole e che della donna tutela solo le apparenze. La dichiarazione firmata e proclamata il 19 settembre del 2026 è infatti di interdipendenza: affermazione di un femminile che esiste e si tutela solo assieme al maschile ed all’intero ordine creato. La dichiarazione è manifesto di quel che altri hanno brillantemente chiamato un “anti-anti femminismo.” Non tutte ci diciamo “femministe,” tantomeno “conservatrici”, ma il sentimento che tutte unisce è la necessità di arginare i danni che la donna ha causato a se stessa, nonché quelli che una nuova misoginia rischia di scatenare. E come la prima dichiarazione fu firmata e supportata da uomini della statura di Frederick Douglass, così non v’è uomo di buon senso che possa non riconoscere la bontà di queste nuove “risoluzioni”.
Prima di lasciarvi al testo della dichiarazione, o parlare di quel si spera possa seguirle, mi si lasci spiegare perché alla parola femminismo, io ho sempre storto il naso.
Per una donna nata in Italia negli anni ’80, “femminismo” è sinonimo di diritto all’aborto: quel crimine che sin dalla nascita (letteralmente) ho combattuto. Le femministe a me note erano donne che chiedevano la liberalizzazione di pornografia e prostituzione, diventando negli ultimi anni anche le alleate – quasi schizofrenicamente – di uomini che ritengono il nascondimento un adeguato strumento di “protezione del femminile”. Posizioni tra loro incoerenti ma entrambe radicalmente contrarie ai miei principi. Che principi? Anzitutto quelli di una donna cattolica, come tale rispettosa del corpo, sia esso maschile o femminile, e delle sue incommerciabilità e sacralità; e quelli di una intellettuale che ha girato il mondo e che da sempre è circondata da quel “genio femminile” che non si riduce al sia pur meraviglioso ruolo della maternità, ma include meriti di donne – madri e non – che da secoli contribuiscono al progresso della civiltà occidentale in ogni ambito del sapere e dell’esperienza. Le “femministe” che sino ad oggi avevo conosciuto sembravano tutte ostili alla donna in quanto tale: negandole tanto il dono della procreazione, intesa quale limite e ingombro, quanto quello di presentarsi al mondo professionale in modo diverso dal maschio, dovendo invece indossarne i panni, copiandone ritmi, abitudini, atteggiamenti e sinanche vizi. Anziché permetterci di essere femmine e madri, oltre che professioniste, i cosiddetti progressi del femminismo moderno ci avevano solo antropologicamente confuso. Spesso, rendendoci sterili.
Per chi la pensa come me, “femminismo” è ancor’oggi quasi una parolaccia. Non ama definirsi femminista chi con rammarico riconosce che nonostante tutti i “progressi” la donna occidentale sia ancora costretta a scegliere se rimanere pienamente femmina o trasformarsi in un uomo per poter studiare e lavorare, rinunciando alla sua vocazione di madre (checche’ ne dica la nostra Costituzione). Io stessa mi sarei definita maschilista; e ciò proprio per chiarire agli uomini, che considero amici, compagni e alleati, che non chiamerei progresso quello di un mondo in cui allattare nuove creature, esseri umani che altrimenti non esisterebbero, diventa un “problema da risolvere”. Con gli uomini simpatizzo. E se fossi in loro non sarei affatto attratta dalle sterili virago che ormai li circondano. Nel 2026, tuttavia, un vero femminismo deve risorgere. E deve farlo perché assieme ai reali diritti delle donne non vadano persi anche i valori di un occidente sempre più minacciato da nemici interni ed esterni.
C’è urgente bisogno, in particolare, di donne che le donne comprendano davvero, e che smettano di voler trasformare creature tanto speciali nelle brutte copie di quell’Adamo di cui tutte loro hanno invece bisogno – ma come altro da se stesse. È per questo che spero che quel bus giallo e la Dichiarazione di Interdipendenza da noi tutte firmata ci aiutino a scrivere un nuovo e necessario capitolo di storia. Tanto in Italia quanto negli Stati Uniti è ora di recuperare quella “brutta parola” e di darle un nuovo significato, bello e pieno: quello che solamente un occidente cristiano aveva saputo accogliere. Il gentil sesso, su entrambe le sponde dell’Atlantico, non sta affatto bene.
Negli Stati Uniti, dove vivo da molti anni, le donne sono costrette a frequentare uomini troppo spesso dipendenti da una pornografia violenta. Secondo molteplici studi, quasi la metà dei maschi sotto i cinquant’anni ne fa uso settimanale; e se per “violento” si intendono contenuti che includono “sberle, sculaccioni, e tirate di capelli” la prevalenza di questo genere di contenuti arriva anche oltre l’80% secondo alcuni studi. Non a caso, a qualsiasi ora del giorno e della notte tv e radio trasmettono pubblicità di pillole che aiutino il maschio nell’erezione. E questo perché uomini abituati alla pornografia virtuale e alle sue esagerazioni non sono più capaci di raggiungere l’orgasmo con la propria compagna. Ci sono poi i numeri relativi alla pratica di strangolamento del partner sessuale, il “chocking.” Secondo diverse analisi, metà delle donne in età universitaria ne ha fatto esperienza almeno una volta e un crescente numero di ricercatori lo definisce ormai “normativo.” In altre parole, sono ormai moltissime le ragazze che credono che lasciarsi strangolare durante un rapporto sessuale sia naturale, inconsapevoli troppo spesso dei serissimi danni cerebrali che la pratica può causare e che arrivano sino all’ictus (che può verificarsi anche a distanza di giorni dall’evento). L’America non è solo questo, ovviamente: qui ci sono anche le madri e le famiglie numerose che da noi scarseggiano, con mariti amorevoli e padri coinvolti che sono stati per me esempio e scuola di vita. Sono spesso loro, queste matriarche, le donne che guidano il movimento – Erika Bachiochi e Cecelia Lester, entrambe madri di sette figli. Donne che non di rado possiedono anche notevoli titoli accademici, sono autrici di libri, ecc. Ma se la loro esistenza “dimostra” che una donna oggi può riuscire a farcela in ogni campo, il fatto che siano loro stesse a guidarci – e a volere questa dichiarazione – suggerirebbe di dover guardare un po’ più in là.
Sempre più spesso anche in America madre e professionista sono percorsi tra loro non compatibili. Sempre meno, inoltre, sono le giovani che desiderano diventare madri. Negli Stati Uniti, le pillole anticoncezionali si iniziano ad assumere anche prima della pubertà, per poi ricorrere a costosissime fecondazioni in vitro e maternità surrogate dopo i trenta o i quarant’anni. Negli ultimi anni, inoltre, il fenomeno del gender ha costretto donne, giovani e meno giovani, a condividere spogliatoi, bagni, persino prigioni con uomini che in qualsiasi momento si sarebbero potuti approfittare di loro. L’ossessione di un corpo in ogni istante perfetto e piacente, infine (quasi la donna non avesse altro valore che quello di piacere), conduce ragazze appena ventenni a rivolgersi a cliniche estetiche, investendo da quel momento in poi migliaia di dollari non già nella propria educazione, nella salute, o nell’avvio di una attività, ma nel riempimento di quei solchi che il tempo lascia sulla pelle e che fino a pochi anni fa si pensavano essere simbolo di saggezza. Al contempo, le conservatrici più populiste, che a questi trend si ribellano, rinnegano il femminismo in toto, e non solo nelle sue derive, con ciò associandosi pericolosamente a pastori e politici di dubbia intelligenza: uomini secondo i quali alle donne … queste meravigliose… andrebbe tolto anche il diritto di voto.
L’illusione che le cose andassero meglio in Italia – dove ancora non tolleravo la parola “femminismo” – è svanita nel corso della mia breve e recente vacanza estiva. Ad ogni telegiornale, una notizia di “femminicidio”. E benché anche questo sia un termine che detesto, prima di tutto come giurista, non saprei come altro definire la notizia di donne uccise a coltellate dai propri ex compagni o chiuse nel bagagliaio di un’auto e lasciate morire agonizzanti (e poi ci sono quelle decapitate da morte). Sul fronte della vita quotidiana, ben chiara è la minaccia che un mondo scristianizzato rappresenta per il femminile. Da un lato i giovani italiani, che non perdono tempo in corteggiamenti e che dalle donne si aspettano sesso rapido ed ovviamente infertile: il matrimonio è retaggio antico e inutile, e i numeri di quelli celebrati, anche solo civilmente, continuano a scendere; la famiglia e figli sono un peso, tanto che nel 2025 le nascite sono state nel numero più basso dal secondo dopo guerra; l’amore il mero titolo di qualche canzonetta. Dall’altro ci sono migliaia di uomini stranieri provenienti da stati in cui la donna è spesso poco più che serva e concubina e che non vedono ragione per cambiare le proprie abitudini. Non se nessuno glielo chiederà.
Ancora una volta, tuttavia, proprio come accadde due secoli fa, le donne americane hanno deciso di unirsi e di parlare con una sola voce. Pur riunendo donne di destra e di sinistra, credenti e non, ragionevole è per me definirle “femministe conservatrici.” Esse credono infatti tanto nella grandezza dell’essere donna quanto nella necessità di conservare e valorizzare, assieme alla loro stessa natura, la loro complementarietà al maschio, un essere altrettanto speciale; nonché l’importanza del volere, accogliere, ed amare quei bambini che, assieme e grazie a lui, porteranno in grembo e con lui cresceranno.
Quello di Seneca Falls e di questa recente Rochester Convention of Women è un movimento che nasce in America e nel quale, anche con un po’ di orgoglio, so di essere la prima donna italiana. Ma se il femminismo conservatore nasce in America non è perché qui le donne stiano meglio – e lo si è già evidenziato. Tantomeno perché il futuro appaia qui più roseo e ancor meno perché le donne americane siano in media più intelligenti o più tradizionaliste. Come dicevo, c’è chi qui alle donne vorrebbe togliere anche il voto e nella stessa chiesa cattolica si notano movimenti che non disdegnerebbero di chiudere la donna in casa. Al contempo, le femministe vecchio stampo continuano a predicare l’aborto come il miglior strumento di emancipazione e a far passare leggi che consentono di uccidere i propri figli a pochi istanti dalla nascita. Diversamente dall’Europa, però, l’America non ha mai smesso di credere nelle idee e nel loro potere di cambiare il mondo.
Duecentocinquanta anni fa, un gruppo di uomini, i padri fondatori, diede inizio al più grande esperimento repubblicano della storia umana, lo stesso che qui consente ancora di vivere vite materialmente e spiritualmente ricche, oltre che pacifiche, ma che è stato modello e alleato per ogni stato liberale ad oggi esistente (chiediamoci, con onestà, dove sarebbe oggi l’Europa se l’America non ci fosse). E mentre il Vecchio Continente sembra credere che tutto sia già stato fatto e pensato, e che nulla abbia più senso tentare, il Nuovo Mondo continua ad essere tale: orgoglioso delle proprie origini, ma sempre pronto allo scrutinio, al ripensamento, alla novità. Qui si tentano nuove imprese—dai taxi senza autista alle università fondate in pochi mesi; ma qui si crede anche ancora che una famiglia possa comprarsi della terra, allevarci delle bestie, e vivere libera da inferenze dello stato; o che una città possa e debba vantarsi del proprio rodeo. Qui, infine, come dimostrano le donne di Seneca Falls, quelle di ieri e di oggi, si sogna ancora che ragione e buona volontà possano condurre all’amicizia con l’uomo, ritrovando amore per lui e per se stesse. È per questo che le donne italiane hanno bisogno delle loro sorelle d’oltreoceano.
Come accennavo, il viaggio a Seneca Falls, dove alcune di queste coraggiose donne hanno letto il testo della dichiarazione, chiudeva una conferenza durata un paio di giorni e descritta da molte delle partecipanti – non nuove alle conferenze ed ai consessi accademici – come una delle più incredibili e stimolanti cui avessero mai preso parte. Per chi voglia farlo, gli interventi sono tutti disponibili online. Io mi limito a consigliarvi quelli di Mary Eberstadt e di Ayaan Hirsi Ali, rispettivamente eccellenti nell’affrontare, con brutale onestà, la minaccia occidentale della pornografia e quella mondiale che deriverebbe dalla perdita della Cristianità. Inoltre, per chi voglia comprendere il malessere delle giovani donne – e magari anche delle proprie figlie – consiglio di leggere il libro di Freya India, Girls.
Bizzarramente, è stato solo al ritorno da questo viaggio, e quando ormai mi accingevo a scrivere queste pagine, che mi sono ricordata di come Oriana Fallaci, l’unica donna intellettuale italiana che io abbia veramente stimato, fosse stata anche in questo ambito unica e profetica. E non mi riferisco al suo parlare della grandezza dell’America, nella quale non aveva mai smesso di credere. Mi riferisco, invece, alla sua lettura del mondo femminile, dello stato e delle derive del femminismo. Già sessant’anni fa, quando scrisse “Il Sesso Inutile”, Oriana sapeva di vivere sì nella città in cui la donna era più libera che in qualsiasi altra parte del mondo. Non per questo, tuttavia, quella americana era più felice di altre.
Parlando di Laureen, la newyorchese che aveva aspettato il ritorno del suo collega Duilio dal loro reportage, scriveva: “Ed ora, era lei a farmi pietà.” A Duilio, infatti, di Laureen interessava molto poco. Considerandola poi simbolo di un’intera classe, cui forse anche Oriana apparteneva, proseguiva così: “La sera, quando la subway le inghiottiva per sputarle dinanzi all’appartamento pagato coi soldi di tanta indipendenza, una malinconia disperata appannava loro il cuore e il cervello: tutta New York sembrava sussultare dei loro rabbiosi sospiri. Così riscappavano fuori e di nuovo la subway le inghiottiva per sputarle dinanzi ad un cinematografo o un bar dove si sarebbero ubriacate, sole, a pensare quanto è ambigua la loro vittoria di cui il mondo parla fino a farne un problema. E Dio sa se è un problema. (…)[P]oiché non si sfugge alle regole ferree di una società, ma non si sfugge nemmeno ai sentimenti più semplici.”
Come la stessa Fallaci conclude, le infelicità si assomigliano: Laureen le ricordava la sua amica romana, dalla quale era partito tutto il racconto: “Una ragazza che conosco da tempo mi invitò a cena, e a metà della cena scoppiò a piangere dicendo che era molto infelice. Era una ragazza di molto successo: indipendente, bellina, con una casa dove può far quel che vuole, un mestiere dove riesce meglio degli uomini; insomma una di quelle ragazze di cui la gente dice che son fortunate ed hanno tutto ciò che una donna può chiedere. La gente, e io per prima, non sospettava davvero che essa potesse sentirsi infelice. E per consolarla le rammentai ciò che aveva. «Quanto sei scema» singhiozzò lei soffiandosi il naso. «Mi lamento proprio di quello che ho (…) Tanto, il nostro, è un sesso inutile.»”
“Il Sesso Inutile” è il titolo del secondo romanzo di Oriana Fallaci, ma chi lo legge comprende che inutili non sono le donne. Inutili sono semmai le vite, siano esse di uomini o di donne, vissute nella solitudine e nella dimenticanza della loro reciproca complementarità. Così facendo entrambi impediscono al Padre Eterno, come lo chiama Oriana, di dar loro gioie che non durano solamente quanto la loro breve esistenza.
Lei stessa, mi permetto di dirlo, non fu felice. Nonostante i viaggi, la fama, la disponibilità di tempo e denaro. Leggendo “Lettera a un bambino mai nato” cominciamo a comprendere quella parte della donna che nemmeno Oriana, nemmeno le donne di maggior successo potrebbero mai soffocare. L’Alfredo che la ossessionava, quello che dopo averla messa incinta, comunque, non la voleva; per lui arrivò addirittura a tentare il suicidio. E poi François Pelou, uomo sposato e cattolico, che non avrebbe mai potuto essere quel compagno presente che lei, pur detestandosi per questa “debolezza”, desiderava. Amava vivere da sola: lavorava meglio così. Eppure, lo ammise, le sarebbe piaciuto non essere sola. Anche la tanto esaltata – e forse un po’ troppo romanzata – storia con Panagoulis sembra parlare di una donna che quasi scelse un’infelicità certa – accompagnandosi a un uomo gigantesco, eroico per gli altri, ma con lei infedele e spesso ubriaco – al subire, ancora una volta, l’umiliazione di non essere amata e voluta da un uomo normale, come purtroppo accade a molte donne. Prendere la sua vita ad esempio, pertanto, non servirebbe alle donne di oggi che ancora cercano la felicità. Piuttosto, è a quelle riunitesi a Rochester nell’estate del 2026 che le giovani donne potrebbero guardare.
Scrivendo prima dei social media e degli smartphone, la Fallaci non ebbe modo di occuparsi di pornografia virtuale, OnlyFans o maternità surrogata. Ma come è lecito pensare che ogni uomo di buon senso, di qualsiasi nazione, vorrà firmare la Dichiarazione d’Interdipendenza, e rendersene difensore e promotore, così ci è ragionevole credere che lei non avrebbe mai concepito un mondo in cui la donna – questa meravigliosa – accetti di farsi prendere a botte dal proprio compagno di letto.
Quel che nascerà dalla dichiarazione e da questo nuovo movimento di donne è difficile da prevedere. Quel che è certo, tuttavia, è che le quasi-femmine – e i quasi-maschi – di oggi non servono proprio a nessuno.