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Ma la vera questione è la dignità della persona ammalata.

Domani la Corte costituzionale si troverà riunita in udienza pubblica per il giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p. come modificato dalla sentenza n 242 del 2019 della Corte costituzionale, “nella parte in cui richiede che la non punibilità di chi agevola l’altrui suicidio sia subordinata alla circostanza che l’aiuto sia prestato a una persona ‘tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale’, per contrasto con gli artt. 2, 3, 13, 32 e 117 Cost., quest’ultimo in riferimento agli artt. 8 e 14 della Convenzione EDU[1].  

Senza entrare nel merito del giudizio di legittimità è interessante notare come il cuore, il principale snodo problematico della questione, riguarderà la dignità umana e l’interpretazione che di essa viene fornita. Un principio, quello della dignità, che da un lato unisce nell’affermazione del suo riconoscimento, dall’altro divide nel suo significato, con ricadute applicative diametralmente opposte. Nel caso specifico, la questione di legittimità costituzionale riguarda il rispetto della dignità della persona gravemente malata e sofferente che non tollera più di vivere nella sofferenza insopportabile (soprattutto di natura psicologica) e nella dipendenza da altri: cosa vuol dire, in tali, drammatiche, circostanze il rispetto della dignità?

Per il giudice rimettente la dignità è un parametro soggettivo, coincidente con la qualità della vita e che si sostanzia nella possibilità di autodeterminarsi. Il paziente nella malattia inguaribile e irreversibile dovrebbe, pertanto, poter decidere di “farla finita” attraverso il suicidio assistito, ponendo fine a una vita percepita, ormai, come non più degna. L’erogazione del “farmaco” in grado di provocare in tempi rapidi la morte della persona risponderebbe al bisogno di garantire la fine immediata a una vita nella sofferenza ritenuta intollerabile.

In tale contesto sarebbe indifferente e, anzi, viene addirittura ritenuto casuale e “crudele”, il requisito dell’essere tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, indicato dalla Consulta nella sentenza n. 242 del 2019: il requisito obbligherebbe il malato ad attendere, prima di poter porre fine alla vita con l’assistenza al suicidio, lo sviluppo della malattia fino allo stadio della dipendenza dalle macchine.

Dal diritto al rifiuto delle cure si può legittimare il diritto alla morte rapida?

In estrema sintesi, si ricorda che il diritto al rifiuto del trattamento medico necessario per la sopravvivenza, fino agli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso, non era riconosciuto, anche in dottrina, per l’indisponibilità della vita umana: l’intervento medico veniva, così, giustificato dallo stato di necessità (art. 54 c.p.). Negli anni successivi muta tale ricostruzione attraverso la lettura, in combinato disposto, degli artt. 2, 13 e 32, secondo comma, Cost.: obbligare il paziente a subire il trattamento medico invasivo – si pensi al caso dell’emotrasfusione per i testimoni di Geova – si ritiene una limitazione al principio del consenso all’atto medico ma anche della libertà personale e, pertanto, una ingerenza non giustificata sul corpo umano[2].

La Corte costituzionale ha, così, riconosciuto negli anni il principio del consenso informato quale fondamento di liceità del trattamento medico, riconoscendo “la sua funzione di sintesi di due diritti fondamentali della persona: quello all’autodeterminazione e quello alla salute” (sent. 438/2008).Il Legislatore ha, poi, cristallizzato tale principio, con la legge n. 219 del 2017, riconoscendo il diritto anche nelle situazioni in cui il rifiuto delle cure espone il paziente alla morte imminente, prevedendo l’accompagnamento attraverso le cure palliative.

Un punto di svolta in tempi recenti è certamente rappresentato proprio dalla sentenza n. 242 del 2019, che ha individuato, come noto, una specifica e circoscritta area di non punibilità per il reato dell’aiuto al suicidio. Nella pronuncia, per la prima volta, viene meno la differenza tra “lasciare morire” e “uccidere” il paziente cosciente tenuto in vita dal trattamento di sostegno vitale, in nome del principio di eguaglianza: se il paziente, ai sensi dell’art. 2 della legge n. 219, ha diritto a rifiutare il trattamento medico, anche se necessario per la sopravvivenza, e ad essere accompagnato con la palliazione alla morte, si può, in determinate circostanze, anche non punire l’aiuto messo in atto da un terzo per il suicidio del paziente tenuto in vita dai trattamenti di sostegno vitale, determinando la morte immediata: “se chi è mantenuto in vita da un trattamento di sostegno artificiale è considerato dall’ordinamento in grado, a certe condizioni, di prendere la decisione di porre termine alla propria esistenza tramite l’interruzione di tale trattamento, non si vede la ragione per la quale la stessa persona, a determinate condizioni, non possa ugualmente decidere di concludere la propria esistenza con l’aiuto di altri[3]. L’equiparazione che viene fatta, e definita “impropria”[4], è tra il rifiuto del trattamento necessario alla sopravvivenza, che presuppone l’accettazione da parte del paziente del decorso della malattia, e il suicidio assistito, che è una azione diretta a provocare la morte con il coinvolgimento attivo di un terzo. Le condizioni indicate dalla Consulta si riferiscono, in ogni caso, a un mantenimento artificiale in vita tramite le macchine: la problematica è riferita all’invasività del trattamento artificiale sul corpo umano.

Con la nuova questione di legittimità sollevata dal Tribunale di Firenze, si vorrebbe legittimare la possibilità di ottenere assistenza al suicidio per il paziente nella malattia inguaribile e nella sofferenza, senza alcun riferimento al rifiuto del trattamento di sostegno vitale. Due considerazioni, in particolare, sembrano necessarie.

La prima: seguendo il ragionamento del giudice a quo anche il rifermento al diritto a rifiutare il trattamento medico è destinato a scomparire, per essere ricompreso nel più generale – e, direi, assoluto – diritto all’autodeterminazione come libera disposizione del proprio corpo e definitiva disposizione sulla vita.

Non si pone più, pertanto, il problema della tutela del corpo contro ingerenze esterne (come ad es. la vita sostenuta artificialmente dalle macchine) – che postulerebbe la differenza tra “lasciar morire” e “uccidere” -, quanto piuttosto un problema di tutela della libertà della persona di decidere sulla propria morte: le due ipotesi sarebbero espressioni del diritto a morire, declinato anche come diritto “a una morte dignitosa”.  

Dall’art. 32 Cost., secondo comma, si ricaverebbero, così, conclusioni e conseguenze non contemplate nel testo costituzionale, arrivando addirittura: a ricomprendere nel diritto alla salute – fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività – forme di assistenza medica al suicidio; a “erodere” norme del codice penale; a modificare il bilanciamento operato dal Legislatore nel 2017 con la legge n. 219 – senza, tra l’altro, porre la questione di legittimità costituzionale su articoli della legge –  che, nel legittimare forme di accompagnamento alla morte (cfr. art. 2, comma 2, della legge), di rifiuto dell’accanimento terapeutico e di rifiuto delle cure, non ha legittimato alcuna forma di assistenza al suicidio. Come può il principio del consenso informato, della non obbligatorietà dei trattamenti medici e dell’inviolabilità del corpo umano, arrivare a giustificare pratiche che procurano la morte rapida del paziente sofferente tramite un farmaco-veleno? Un farmaco, di cui, tra l’altro, non si conosce il meccanismo d’azione e non è provata scientificamente l’assenza di sofferenza per il soggetto[5].

Si evidenzia, a tal proposito, che assimilare fattispecie diverse, in base al principio di uguaglianza, senza previamente dimostrare la lesione di un diritto costituzionalmente riconosciuto, è “sovvertire” il principio di uguaglianza, con un’applicazione in un certo senso solo strumentale del principio stesso: come è stato giustamente affermato “situazioni umane, cliniche e quindi giuridiche molto distanti vengono tutte ricondotte, indistintamente, ad una questione di non obbligatorietà del trattamento sanitario[6].

Il diritto al rifiuto delle cure non può, pertanto, trasformarsi nel diritto a morire rapidamente, senza stravolgere radicalmente l’intero sistema costituzionale. Il suicidio da esercizio di una libertà di fatto diverrebbe un diritto costituzionalmente riconosciuto: una pretesa rivolta a terzi a ricevere pratiche idonee a determinare una morte rapida. Il diritto alla salute, collocato tra i rapporti etico-sociali, in una cornice liberale-solidaristica, verrebbe sganciato dalla sua natura solidaristico-relazionale e dal principio di beneficialità, a favore di una logica esclusivamente autodeterministica: proprio l’art. 32 Cost. giustificherebbe pratiche che privano della salute e della vita in tempi brevi.

Si ricorda, a tal proposito quanto affermato dalla Corte con la sentenza n. 50 del 2022: “Quando viene in rilievo il bene della vita umana, dunque, la libertà di autodeterminazione non può mai prevalere incondizionatamente sulle ragioni di tutela del medesimo bene, risultando, al contrario, sempre costituzionalmente necessario un bilanciamento che assicuri una sua tutela minima”.

La connessione esistente tra diritto alla vita ed all’integrità fisica e libertà personale è la matrice prima di ogni altro diritto della persona (Corte cost. sent. n. 238 del 1996): la scelta per la morte volontaria, nella realtà dei fatti, pone fine alla vita ma anche alla libertà stessa.

Il problema della dignità

La seconda considerazione riguarda il cuore della questione e, cioè, la dignità umana. Ci si chiede, in altre parole, se l’autodeterminazione può “soggettivizzare” la dignità – come anche la salute – quasi fosse una formula vuota disponibile ad arbitrio soggettivo[7]: è, pertanto, il singolo che decide ciò che è per lui dignitoso o esiste una dimensione oggettiva della dignità?

In dottrina, da tempo, si contrappongono due indirizzi metodico-teorici alternativi: uno di stampo soggettivistico, che assolutizza la volontà e l’autodeterminazione del singolo – come fa il giudice a quo nell’ordinanza n. 32 del 2024 -, e il secondo di stampo oggettivistico che non considera il punto di vista del soggetto.

Come ha già posto in luce  Ruggeri, l’unica strada –  di metodo e di teoria – obbligata da percorrerein tema di dignità umana “è quella mediana, che porta all’incontro dell’uno e dell’altro indirizzo, una volta epurati delle loro estreme, esasperate manifestazioni: per un verso, ammettendosi che possa (e debba) darsi una definizione oggettiva della dignità, al pari di qualunque altro valore costituzionale, e, per un altro verso, ricercando i modi per salvaguardare – fin dove possibile – l’autodeterminazione del soggetto, pur nella consapevolezza che talune sue pretese non possano essere appagate, quanto meno con riguardo a certe loro espressioni e per talune circostanze[8].  Questa via parte dal riconoscimento di un rapporto strutturale e necessario tra dignità e vita umana: entrambi valori fondamentali, che non possono che essere riconosciuti, in quanto caratterizzati dal tratto “identificante della originarietà, rinvenendo unicamente in se stessi la giustificazione della loro esistenza”.

Il punto di vista soggettivo, che “riveste, innegabilmente, un cruciale rilievo nelle vicende di vita individuali e collettive” non può, pertanto, “ambire alla propria “tirannica” affermazione, sì da potersi persino rivoltare contro se stesso, risolvendosi nella sua stessa negazione”[9].

Un equivoco frequente in tema di malattia inguaribile e di fine vita è, allora, quello di confondere la qualità della vita e la dignità umana, facendo dipendere la seconda dalla prima o identificando i due concetti, mentre, invece, le due categorie sono distinte: la dignità non è, infatti, intaccata dalla considerazione del singolo sulla qualità della sua vita, non potendo la prima essere definita dalla seconda[10].

Anche nei riferimenti presenti in Costituzione alla dignità – si pensi all’art. 3, alla “pari dignità sociale” dei cittadini, all’art. 36 sull’esistenza “libera e dignitosa” del lavoratore e dei suoi familiari e all’art. 41, al limite della “dignità umana” all’iniziativa economica privata, – non si fa riferimento alla percezione del singolo ma a una dimensione oggettiva della dignità (cfr. Corte cost. sent. n. 141 del 2019). Lo stesso art. 3 ci ricorda l’uguaglianza di tutti sul piano della dignità, senza distinzioni di condizioni personali e sociali.

La vita nella malattia e nella sofferenza, in tutta la sua drammaticità e difficoltà, non è però una vita priva di dignità. È, anzi, proprio la dignità umana a richiedere una protezione particolare alle condizioni di fragilità, non imponendo un astratto “dovere di vivere” al singolo, quanto piuttosto obblighi di cura globale della persona alla società e alle istituzioni.

Lo stesso suicidio assistito non è mai, infatti, un fatto esclusivamente privato ma coinvolge necessariamente gli altri e la società. È nel rapporto con la vulnerabilità e con la debolezza umana che si svela il volto di una società: una società che abbandona il sofferente a se stesso, offrendo solamente aiuto per una morte rapida tradisce se stessa, o quanto meno la sua umanità.

Può essere il procurare la morte immediata della persona sofferente l’azione rispettosa della dignità umana? L’eventuale risposta affermativa a tale quesito dovrebbero comportare dirette conseguenze: per ogni sofferenza umana insopportabile – come può essere la sofferenza di una madre per la morte tragica e prematura di un figlio – il suicidio dovrebbe essere consentito e medicalmente assistito.

Per il dolore e per la sofferenza umana nella malattia, non esiste nel nostro ordinamento un diritto alla morte (o meglio “diritto alla morte rapida”) – come anche la giurisprudenza costituzionale più recente ha ricordato – ma esiste ed è riconosciuto, anche se spesso non ricordato e poco attuato, il diritto a non soffrire (o libertà dal dolore), ricompreso, questo sì, nell’art. 32 Cost. e disciplinato dalla legge n. 38 del 2010, ma anche dalla legge n. 219 del 2017: richiedere l’applicazione di tale diritto è oggi un’urgenza per tanti pazienti. Tale necessità è spesso trascurata dietro a strumentalizzazioni e intenti radicali e politici di stravolgimento dell’ordinamento e dei valori costituzionali: il rischio è quello di perdere di vista la finalità ultima che, nella Carta costituzionale, è l’uomo, nella concretezza della sua esistenza, fatta anche di relazioni significative.

Considerazioni conclusive

La domanda che ci si pone in conclusione non è se l’art. 2 Cost. riconosce tra i diritti inviolabili dell’uomo anche il diritto all’autodeterminazione, ma è, piuttosto, se la libertà di autodeterminazione nelle scelte di fine vita ricomprenda anche il diritto per il paziente fisicamente fragile e psicologicamente sofferente a una morte rapida tramite l’autosomministrazione di un veleno, con l’aiuto di altri.

Se la pretesa ultima del diritto è, come è stato affermato, quella “della costruzione di un ordine delle relazioni umane, affidata non più alla soggettività delle determinazioni individuali, ma all’oggettività delle determinazioni collettive[11], anche il diritto è oggi chiamato a confrontarsi con i quesiti posti in questa breve riflessione, a partire proprio dalla domanda sulla sua finalità ultima.

Francesca Piergentili
Docente di Diritto costituzionale nell’Università Europea di Roma


[1] Sulla questione di legittimità, sollevata dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Firenze, con ordinanza del 17 gennaio 2024, si consenta il rinvio a F. Piergentili, A. Ruggeri, F. Vari, Verso una “liberalizzazione” del suicidio assistito? (Note critiche ad una questione di costituzionalità sollevata dal Gip di Firenze), in Dirittifondamentali.it, Fasc. 1/2024.

[2] Cfr. sul tema Cfr. A. Barbera, Un  moderno “Habeas Corpus”?, in Costituzione economia globalizzazione, Scritti in onore di Carlo Amirante, Napoli, 2013, 57 ss.

[3] 3§.2.3 del Considerato in diritto. La Corte afferma anche: “se, infatti, il fondamentale rilievo del valore della vita non esclude l’obbligo di rispettare la decisione del malato di porre fine alla propria esistenza tramite l’interruzione dei trattamenti sanitari – anche quando ciò richieda una condotta attiva, almeno sul piano naturalistico, da parte di terzi (quale il distacco o lo spegnimento di un macchinario, accompagnato dalla somministrazione di una sedazione profonda continua e di una terapia del dolore) – non vi è ragione per la quale il medesimo valore debba tradursi in un ostacolo assoluto, penalmente presidiato, all’accoglimento della richiesta del malato di un aiuto che valga a sottrarlo al decorso più lento conseguente all’anzidetta interruzione dei presidi di sostegno vitale”.

[4] A. Ruggeri, Fraintendimenti concettuali e utilizzo improprio delle tecniche decisorie nel corso di una spinosa, inquietante e ad oggi non conclusa vicenda (a margine di Corte cost. ord. 207 del 2018), in ConsultaOnline, 2019/I, 97. L’autore precisa che “la violazione del principio di eguaglianza, infatti, può essere denunziata a condizione che previamente si dimostri la lesione di un diritto costituzionalmente riconosciuto, che qui però non c’è”.

[5] Cfr. la Relazione del Gruppo Tecnico Multidisciplinare, nominato dall’Azienda Sanitaria Unica della Regione Marche, per rispondere al quesito posto dal Tribunale di Ancona con ord. del 9 giugno 2021: “se la modalità, la metodica e il farmaco Tiopentone Sodico, nella quantità di 20 grammi, siano idonei a garantirgli la morte più rapida, indolore e dignitosa possibile rispetto all’alternativa del rifiuto delle cure con sedazione profonda continuativa e ad ogni altra soluzione in concreto praticabile, compresa la somministrazione di un farmaco diverso“. Il Gruppo tecnico ha affermato di non potere esprimere una definizione oggettivamente valida del concetto di “morte più dignitosa possibile”, a causa della scarsa casistica nella letteratura scientifica internazionale, della mancanza di una consolidata esperienza clinica e di una normativa nazionale. Sul punto v. Colleran M, Doherty AM. Examining assisted suicide and euthanasia through the lens of healthcare quality. Ir J Med Sci. 2024 Feb;193(1):353-362. doi: 10.1007/s11845-023-03418-2.

[6] G. Razzano, Dignità nel morire, eutanasia e cure palliative nella prospettiva costituzionale, 2014, 99.

[7] Per la problematica v. A. Nicolussi, La legge n. 219/2017 su consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento: il problema e le risposte della legge, in Teoria e Critica della regolazione sociale, 2018, Milano, 65 ss.

[8] A. Ruggeri, Dignità versus vita?, Relazione al Convegno su Del diritto alla vita, organizzato da G. Moschella, Messina 24-25 marzo 2011, in www.rivistaaic.it , 1- 2011.

[9] A. Ruggeri, La dignità dell’uomo e il diritto di avere diritti (Profili problematici e ricostruttivi), in ConsultaOnline, 2018, fasc.3, 3.

[10] Cfr. A. Ruggeri, Dignità versus vita?, cit.

[11] M. Luciani, Ogni cosa al suo posto, Milano, 2023, 11 s.

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