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Un nuovo libro da leggere: Jérôme Lejeune. La libertà dello scienziato (Cantagalli) Scritto da Aude Dugast[1] è la biografia del professor Jerome Lejeune (1926–1994), genetista, pediatra e attivista francese, scopritore della causa della sindrome di Down, proclamato venerabile dalla Chiesa cattolica.

La sua fama internazionale fu legata soprattutto alla scoperta genetica della causa della Sindrome di Down, ma tale scoperta subì l’ostracismo di una parte consistente della comunità scientifica e del sistema culturale che invece di far emergere le sue indiscusse qualità da scienziato lo criticava per la sua fede vissuta, che gli faceva prendere posizioni morali controcorrente, a partire dalla ferma contrarietà all’aborto.

L’amore per i bambini con la Sindrome di Down era la motivazione alla base del lavoro di Lejeune, che si era dato da fare per trovare la causa dell’anomalia genetica in quanto premessa indispensabile per individuare una cura capace di alleviarne il ritardo cognitivo. Fu quindi grande il suo dolore nel constatare come i fautori dell’eugenetica si servirono poi delle sue scoperte per sviluppare dei test prenatali funzionali non alla cura bensì all’eliminazione dei bambini.

«Razzismo cromosomico», lo chiamò lui, che denunciava «la medicina alla Molière, che invece di sopprimere la malattia sopprime il malato». Il grande scienziato francese non perdeva occasione per difendere la vita nascente.

Uno dei suoi più famosi discorsi in questo senso lo tenne nel 1969, a San Francisco, alla cerimonia di consegna del Premio William Allan, quando ricordò ai presenti che l’embrione è già un essere umano ed esortò i colleghi a rigettare l’eugenetica.

Quando in Francia infiammò il dibattito sull’aborto, che portò alla Legge Veil del 1975, lui era chiaramente uno dei personaggi più noti del fronte pro-vita e l’ostilità nei suoi confronti arrivò ad eccessi quali scritte intimidatorie e lanci di pomodori mentre parlava. Denunciava infatti «la contraccezione, che è fare l’amore senza fare il figlio, la fecondazione extracorporea, che è fare il figlio senza fare l’amore, la pornografia, che è distruggere l’amore, l’aborto, che è distruggere il figlio, tutte cose contrarie alla dignità dell’amore umano».

Jerome Lejeune contempla ciò che lo circonda come un vero poeta. Aprirsi al mistero della bellezza del mondo che lo circonda lo impegna a lottare contro le défaillances della natura soprattutto quando le vittime di queste disfunzioni sono i suoi “fratelli umani”.

Agire per ristabilire l’armonia, curare, guarire, difendere pubblicamente la dignità e la vita dei suoi pazienti diventano il suo obiettivo primario. E quando la medicina propone di vincere la malattia sopprimendo il malato, egli non accetta questo assoluto controsenso e diventa l’instancabile avvocato dei suoi pazienti.

Santi come Paolo VI e Giovanni Paolo II lo stimavano, com’era naturale, per la sua capacità di coniugare scienza e fede. Papa Montini lo nominò membro della Pontificia Accademia delle Scienze. E Wojtyla scelse lui per gettare le fondamenta della Pontificia Accademia per la Vita, di cui fu il primo presidente, sebbene solo per poche settimane (febbraio-aprile 1994), poiché malato di un cancro ai polmoni, malattia che affrontò con il coraggio della fede e la forza di chi, anche nella sofferenza, riesce a dedicarsi agli altri.[2]


[1] Aude Dugast, filosofa di formazione, è dal 2012 postulatrice della causa di canonizzazione di Jérôme Lejeune, all’interno dell’associazione degli Amici del professor Lejeune. In precedenza, è stata vice-postulatrice nell’inchiesta diocesana.

[2] Cfr. E. Dovico, Le virtù eroiche di Lejeune, il genetista che difese la Vita in https://lanuovabq.it/it/le-virtu-eroiche-di-lejeune-il-genetista-che-difese-la-vita.

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