Buen Camino, il nuovo film di Checco Zalone, è molto più di una commedia natalizia: è un pellegrinaggio umano e filosofico, un viaggio che porta lo spettatore a confrontarsi con sé stesso, con i propri limiti, le proprie paure e la complessità delle relazioni. Dietro la leggerezza comica, il film smaschera alcune delle illusioni più radicate della sinistra radical chic, mostrando come la vita reale sia più complicata e più significativa di qualsiasi teoria o dogma.

La trama: cadere, camminare, confrontarsi

In Buen Camino Zalone interpreta un uomo agiato, abituato a comfort senza sforzo e privilegi che lo proteggono da responsabilità reali. La sua vita procede per inerzia fino a quando la figlia sparisce, intraprendendo il Cammino di Santiago. Da quel momento, il protagonista è costretto a confrontarsi con ciò che ha sempre ignorato: la fatica, l’incertezza, la vulnerabilità, la lentezza della vita reale.

Il pellegrinaggio non è una semplice metafora: ogni passo, ogni chilometro percorso a piedi mette a nudo l’impreparazione dell’uomo di fronte alla concretezza. Non ci sono scorciatoie, nessuna magia narrativa, nessuna conversione immediata. La crescita del protagonista è lenta, dolorosa, imperfetta: un percorso realistico che ricorda come nella vita reale la responsabilità e la consapevolezza non si comprino né si dichiarino, ma si conquistino passo dopo passo.

L’umorismo filosofico di Zalone

Il film utilizza la risata come strumento critico. Non è semplice comicità, ma arma intellettuale. Zalone smonta con leggerezza quelle narrazioni che preferiscono il giudizio astratto alla realtà concreta. Ridere, e ridere di sé, diventa un atto filosofico: libera lo spettatore dalle gabbie delle identità imposte, dai dogmi morali autoassegnati e dai giudizi preconfezionati, restituendogli un contatto diretto con la verità imperfetta ma potente della vita.

Il motivo per cui la sinistra radical chic trova il film così indigesto non è la mancanza di contenuti sociali o critici: al contrario, il film ne è pieno. Il problema è che Zalone rifiuta di consegnare queste critiche in forma di dogmi o lezioni moralistiche da esporre nei salotti progressisti. Al centro del film c’è il cammino, non la meta; la fatica, non la retorica; l’esperienza, non la teoria. E chi ha fatto della morale ideologica un sostituto della vita reale si trova così disarmato.

Una critica tranchant alla sinistra radical chic

Buen Camino smaschera senza proclami una sinistra radical chic sempre più lontana dalla realtà. Zalone mostra un mondo contraddittorio e imperfetto, popolato da persone che sbagliano, inciampano e si rialzano senza bisogno di etichette politiche o giudizi astratti. Non ci sono eroi morali o vittime da classificare: c’è solo la vita, e la vita non si piega alle categorie ideologiche.

Questa cultura, che pretende di spiegare tutto attraverso il linguaggio corretto, la morale dichiarata e la gerarchia delle vittime, si trova di fronte a un film che rifiuta di giocare secondo le sue regole. La realtà concreta, la fatica, la vulnerabilità e l’errore non si possono codificare in slogan: sono esperienze che si vivono, si sentono, si attraversano. E Zalone, con leggerezza e crudeltà insieme, ci ricorda che chi ha smesso di camminare e di sporcarsi le mani resta inevitabilmente fuori strada.

Spunti di vita e messaggi evangelici

In questo senso, Buen Camino diventa quasi un vangelo laico della realtà. Il cammino del protagonista riecheggia principi evangelici profondi: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per amore, la troverà» (Mt 16,25). Il film non insegna una dottrina, ma mostra che la vita autentica si conquista nell’umiltà, nella fatica, nell’incontro reale con gli altri e con sé stessi. La vera crescita non avviene nei proclami o negli slogan, ma nei passi quotidiani, nelle cadute, nel riconoscere la propria fragilità e accettarla.

Il pellegrinaggio, quindi, diventa metafora di tutte le prove della vita: il tempo speso a camminare, ad ascoltare, a confrontarsi con gli errori e con gli altri è ciò che costruisce senso. Zalone ci ricorda che, come nella parabola dei talenti o nei percorsi dei santi, non conta solo la meta: contano i passi, le scelte, la fatica, il coraggio di andare avanti.

Conclusione: la vita ride, la sinistra radical chic annaspa

Buen Camino non offre lezioni preconfezionate né dogmi da seguire. Invita a guardare la realtà, con tutte le sue contraddizioni, e a misurarsi con essa passo dopo passo. È per questo che la sinistra radical chic, abituata a interpretare il mondo secondo schemi rigidi, trova il film così difficile da digerire: non manca di contenuti critici, ma rifiuta di consegnarli in forma di slogan da citare o morali da esibire.

E la beffa finale è irresistibile: non è Zalone che ci fa ridere, è la vita stessa che ride di chi crede di possederla, di chi pensa di controllarla o di classificarla secondo le proprie categorie ideologiche. In questa risata c’è tutta la crudeltà e la saggezza del film: camminare, inciampare, rialzarsi, e scoprire che la verità non sta nei discorsi giusti, ma nei passi fatti davvero. In altre parole, mentre la sinistra radical chic annaspa tra parole e dogmi, Zalone ci insegna che chi vuole capire la vita deve solo mettere un piede davanti all’altro, senza aspettarsi approvazioni, applausi o patenti morali.

E così, tra una caduta, una risata e un passo stanco sul Cammino di Santiago, il film ci ricorda una cosa semplice ma potente: la vita è reale, imperfetta, imprevedibile e ridicolmente più intelligente di chi crede di possederla.

Daniele Onori

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