Nel nuovo film di Yorgos Lanthimos, il sequestro di una dirigente industriale diventa una parabola sul complottismo americano, la crisi della verità e il ritorno deformato dei miti antichi.
In Bugonia, Yorgos Lanthimos prende avvio da una trama apparentemente semplice, quasi cronachistica, per costruire una delle sue consuete allegorie disturbanti. Due uomini comuni, marginali e ossessionati da teorie cospirative, sono convinti che una potente dirigente di una multinazionale agroalimentare non sia ciò che appare: ai loro occhi è un’entità aliena, una presenza estranea infiltrata nel corpo della società umana. Da questa convinzione nasce il gesto estremo: il rapimento della donna, vissuto non come un crimine, ma come un atto necessario, persino salvifico.
Una trama minimale, una paranoia totale
Lanthimos segue questa dinamica con freddezza chirurgica, come un entomologo che osserva un organismo sociale impazzito senza intervenire. Il film non indulge nell’azione, né cerca la suspense tradizionale. Ciò che conta non è il “cosa accadrà”, ma il “perché”. I rapitori non agiscono per denaro o vendetta, ma per fedeltà a una narrazione. Sono convinti di vedere più a fondo degli altri, di aver smascherato un inganno globale. La loro violenza nasce da una certezza interpretativa assoluta: se il mondo appare incoerente e ostile, è perché qualcuno lo controlla dall’ombra.
In questo senso Bugonia dialoga apertamente con il presente. Come ha osservato lo storico Timothy Snyder, «il complotto è una forma di pigrizia morale: solleva l’individuo dalla fatica di comprendere la complessità». Lanthimos non racconta semplicemente una patologia individuale, ma una logica collettiva ormai normalizzata, in cui il sospetto sistematico sostituisce l’analisi e la paranoia diventa un linguaggio condiviso.
Il potere come corpo da sacrificare
La figura della dirigente assume un valore simbolico centrale. Donna, potente, legata all’industria e alla trasformazione della natura, diventa il corpo su cui si proiettano paure collettive: il capitalismo globale, l’élite, la scienza, il controllo. Il sequestro assume progressivamente i tratti di un rituale. Non si tratta solo di neutralizzare una minaccia, ma di esporla, interrogarla, costringerla a rivelare una verità nascosta.
Qui il film intercetta una dinamica geopolitica riconoscibile. Dalla retorica anti-“Big Pharma” durante la pandemia, fino alla demonizzazione delle istituzioni climatiche o delle organizzazioni sovranazionali, il potere viene sempre più incarnato in figure precise, da colpire simbolicamente. Come ha scritto Donatella Di Cesare, «quando il nemico diventa assoluto, il sacrificio diventa necessario». In Bugonia, il potere non è contestato: è immolato.
Il mito della bugonia e il suo rovesciamento
È qui che il titolo Bugonia rivela tutta la sua portata concettuale. Nelle Georgiche di Virgilio, la bugonia indicava la nascita delle api dalle carcasse putrefatte dei buoi sacrificati: un mito di rigenerazione, in cui la morte rituale produceva nuova vita e ristabiliva un ordine naturale. Nel film di Lanthimos, invece, il sacrificio non genera alcuna rinascita. Dal corpo simbolicamente immolato del potere non nascono api, ma nuove ossessioni, nuovi sospetti, nuove conferme paranoiche.
È un rovesciamento radicale del mito classico: la modernità non sa più rigenerare. Il sacrificio non produce comunità, ma frammentazione. Come nota Slavoj Žižek, «il problema non è che non crediamo più nei miti, ma che crediamo troppo a cattivi miti».
Complottismo americano come bugonia moderna
La trama di Bugonia riflette con precisione il funzionamento del complottismo contemporaneo, in particolare nel contesto statunitense. I protagonisti non dubitano mai davvero delle proprie convinzioni: ogni smentita viene incorporata come prova ulteriore. La dirigente nega di essere un’aliena, ma proprio questa negazione diventa sospetta. Come nel pensiero complottista reale, il sistema interpretativo è chiuso, autoreferenziale, impermeabile ai fatti.
È la stessa logica che ha alimentato QAnon, le narrazioni sul “deep state” o le teorie di sostituzione etnica. Come ha osservato Hannah Arendt già negli anni Cinquanta, «la coerenza interna di un’ideologia conta più della sua verità». Bugonia mostra come questa coerenza diventi una trappola cognitiva: una bugonia mentale, in cui ogni dato viene trasformato in nutrimento per lo sciame.
Quando la politica diventa racconto salvifico
Lanthimos mostra come questa logica abbia ormai invaso il terreno politico. La convinzione di vivere sotto un dominio occulto trasforma la politica in un mito salvifico: c’è un male assoluto da smascherare e un gesto estremo da compiere. In questa prospettiva, la violenza non è percepita come tale, ma come atto di giustizia. Il rapimento diventa un gesto morale, il sequestro una missione, il complotto una forma di conoscenza superiore.
Questa trasformazione è visibile tanto nelle derive populiste quanto in certe retoriche rivoluzionarie contemporanee. Come ha scritto Jacques Rancière, «quando la politica perde la sua dimensione conflittuale regolata, riemerge come guerra morale». Bugonia non prende posizione, ma espone il meccanismo: la politica smette di essere gestione del dissenso e diventa epica del nemico.
Il collasso della verità condivisa
Attraverso la sua trama essenziale, Bugonia racconta il collasso di ogni spazio comune della verità. Non esistono più fatti neutrali, ma solo interpretazioni in lotta. La dirigente rappresenta l’istituzione, il sapere tecnico, il potere economico; i rapitori incarnano una sfiducia radicale che non chiede riforme, ma rivelazioni. In mezzo, non resta nulla: nessuna mediazione, nessun linguaggio condiviso.
È il mondo della “post-verità”, ma Lanthimos ne mostra il lato rituale e arcaico. Non siamo oltre la verità: siamo tornati al mito, a una conoscenza che non argomenta, ma crede. Come ha scritto Bruno Latour, «non abbiamo mai smesso di essere moderni perché non abbiamo mai smesso di essere primitivi».
Contro la bugonia, il limite
Il film non offre redenzione né catarsi. Il sacrificio non produce ordine, la verità non emerge, la paranoia si autoalimenta. Lanthimos sembra suggerire che il vero problema del nostro tempo non sia la mancanza di senso, ma il suo eccesso incontrollato. Quando tutto deve significare qualcosa, quando nulla può essere casuale, la realtà diventa insopportabile e la violenza appare giustificata.
La chiusa di Bugonia è tanto semplice quanto inquietante: in una società che ha perso il limite tra interpretazione e delirio, il mito non scompare, ma ritorna sotto forma di complotto. E quando la politica si trasforma in bugonia, non genera più vita comune, ma sciami impazziti alla ricerca di un nemico da sacrificare.
Daniele Onori
NOTA BIBLIOGRAFICA COMMENTATA
HANNAH ARENDT, Le origini del totalitarismo. Torino, Einaudi, 2009 (orig. 1951).
Testo fondamentale per comprendere la logica paranoica che attraversa Bugonia. Arendt mostra come le ideologie totalizzanti funzionino come sistemi interpretativi chiusi, in cui ogni fatto viene piegato a confermare una narrazione preesistente.
HANNAH ARENDT, Verità e politica. Torino, Bollati Boringhieri, 2017 (saggi 1967).
Saggio cruciale per il tema del collasso della verità condivisa. La distruzione della verità fattuale apre la strada alla violenza simbolica e reale, dinamica centrale nel film.
ERNST CASSIRER, Il mito dello Stato. Milano, Feltrinelli, 2019 (orig. 1946).
Analisi del ritorno del mito nella politica moderna come strumento di mobilitazione e semplificazione del reale, chiave interpretativa essenziale per Bugonia.
DONATELLA DI CESARE, Il tempo della rivolta. Torino, Bollati Boringhieri, 2020.
Riflessione sulla trasformazione della protesta in gesto assoluto e non negoziabile, utile per comprendere la logica del sacrificio nel film.
DONATELLA DI CESARE, Virus sovrano? L’asfissia capitalistica. Torino, Bollati Boringhieri, 2020.
Indaga il rapporto tra biopolitica, crisi e complottismo, contesto teorico diretto di Bugonia.
MICHEL FOUCAULT, Sorvegliare e punire. Torino, Einaudi, 2014 (orig. 1975).
Il sequestro come dispositivo di esposizione del potere e teatralizzazione della colpa.
MICHEL FOUCAULT, Microfisica del potere. Torino, Einaudi, 2010.
Il potere come diffuso, impersonale e quindi facilmente percepito come occulto.
BRUNO LATOUR, Non siamo mai stati moderni. Milano, Eleuthera, 2018 (orig. 1991).
Smonta la dicotomia tra razionalità e mito, centrale per la lettura del complottismo in Bugonia.
BRUNO LATOUR, Dove sono i terrestri?. Milano, Einaudi, 2022.
Lettura ecopolitica del conflitto tra industria, natura e limite.
JACQUES RANCIÈRE, Il disaccordo. Politica e filosofia. Roma, DeriveApprodi, 2007 (orig. 1995).
Mostra l’assenza di uno spazio comune del conflitto politico, tema centrale del film.
JACQUES RANCIÈRE, L’odio per la democrazia. Roma, Castelvecchi, 2011 (orig. 2005).
Analizza la sfiducia radicale verso le istituzioni democratiche.
TIMOTHY SNYDER, La strada verso la non-libertà. Milano, Rizzoli, 2018.
Studio sul passaggio dalla politica dei fatti alla politica del mito.
VIRGILIO, Georgiche. Milano, BUR, 2016 (I sec. a.C.).
Fonte mitologica del titolo Bugonia, il cui significato viene radicalmente rovesciato nel film.
SLAVOJ ŽIŽEK, Benvenuti nel deserto del reale. Milano, Ponte alle Grazie, 2002.
Analisi del bisogno di narrazioni estreme in un mondo percepito come privo di senso.
SLAVOJ ŽIŽEK, Pandemia! COVID-19 scuote il mondo. Milano, Ponte alle Grazie, 2020.
Contesto teorico post-pandemico di sfiducia e proliferazione complottista.
WU MING 1, La Q di Qomplotto. Torino, Einaudi, 2021.
Testo chiave per comprendere il complottismo come costruzione narrativa collettiva.
FURIO JESI, Cultura di destra. Milano, Garzanti, 2011 (orig. 1979).
Fondamentale per il concetto di mito tecnicizzato applicabile a Bugonia.