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La richiesta di archiviazione della Procura della Repubblica di Milano nei procedimenti a carico di Marco Cappato.

1. La lettura della richiesta di archiviazione suggerisce considerazioni di natura differente; come si vedrà, è evidente l’intenzione della Procura della Repubblica di Milano di allontanarsi decisamente – e definitivamente – dai rigidi limiti posti dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 242 del 2019 per escludere la punibilità dal delitto di cui all’art. 580 cod. pen. in casi determinati. Si vedrà anche che, di fatto, la Procura milanese continua a ritenere il diritto al suicidio come espressione della libertà personale, ai sensi dell’art. 13 della Costituzione, linea seccamente e ripetutamente smentita dalle pronunce della Consulta. L’orientamento della Procura della Repubblica, poi, coincide interamente con le idee sostenute dall’indagato Marco Cappato e dall’Associazione Luca Coscioni.

2. QUESTIONI PROCESSUALI

Qualche considerazione di carattere processuale.

La prima: siamo di fronte ad un procedimento senza contraddittore e senza contraddittorio. Per quanto emerge dal provvedimento (unico documento a disposizione) non vi sono parenti delle due persone aiutate a suicidarsi che abbiano ritenuto di intervenire nel procedimento; Procura della Repubblica e difesa dell’indagato sono concordi per la non punibilità delle condotte.

Ovviamente si tratta di situazione fisiologica: e tuttavia, deve essere segnalata, tenendo conto che la competenza a giudicare del delitto è della Corte di Assise – quindi, con una partecipazione diretta del popolo al giudizio – e che si chiede al Giudice per le indagini preliminari di affermare principi in tema di tutela del bene primario della vita che risultano decisamente in contrasto con la norma di legge e con quanto indicato dalla Corte Costituzionale.

3. La richiesta di archiviazione ha per oggetto due procedimenti riuniti: si verte sull’aiuto al suicidio di due persone da parte dello stesso indagato, condotte poste in essere a distanza di più di tre mesi di distanza l’una dall’altro (rispettivamente 2/8/2022 e 25/11/2022). La riunione dei due procedimenti (la cui legittimità formale non si discute), oltre ad apparire inopportuna per il dovuto rispetto delle due persone defunte – estranee tra loro e in condizioni cliniche decisamente differenti, fa intravedere una finalità ben precisa: appunto, stabilire “regole generali” astratte, che vadano ben al di là della vicenda drammatica di ciascuna dei due soggetti, così da fissare una regolamentazione che possa essere utilizzata per le prossime occasioni di richieste di aiuto al suicidio.

La riunione tra i due procedimenti suscita maggiori perplessità se si tiene presente la questione della competenza del Tribunale di Milano sul caso dell’aiuto al suicidio prestato ad una delle due persone (la signora Elena), interamente svoltosi nel circondario di Venezia. Avendo letto soltanto la richiesta di archiviazione non è possibile sapere se quel procedimento è stato trasmesso per competenza dalla Procura della Repubblica di Venezia o se, comunque, quell’Ufficio sia stato interessato: emerge soltanto che Marco Cappato, al ritorno dalla Svizzera, in entrambi i casi si era autodenunciato ai carabinieri di Milano. I dubbi sorgono perché la signora Elena era ricoverata agli Ospedali di Mestre e Mirano e Marco Cappato l’aveva prelevata con la sua autovettura a Spinea (VE) per portarla in Svizzera dove era avvenuto il suicidio assistito.

Secondo i richiedenti, “l’azione tipica di aiuto al suicidio – ossia quella più prossima alla condotta suicidaria – è stata commessa in territorio elvetico … ivi si è anche verificata la morte delle stesse. Ciò rende inapplicabili tanto l’art. 8, commi 1 e 2, cod. proc. pen., quanto l’art. 9, comma 1, cod. proc. pen., in quanto il reato si è consumato all’estero, ivi si è verificata la morte e ivi è anche l’ultimo luogo in cui è avvenuta una parte dell’azione o dell’omissione. La condotta di accompagnamento è ‘avvenuta’, ossia si è conclusa, in Svizzera; pertanto, è competente il Tribunale di Milano in quanto ivi risiede, dimora ed è domiciliato l’indagato (art. 9, comma 2, cod. proc. pen.) ed ivi l’indagato ha presentato gli atti di denuncia querela da cui sono scaturiti i procedimenti penali in epigrafe (art. 9, comma 3, cod. proc. pen.).

Come si vede, le considerazioni della Procura della Repubblica fanno intendere che, in ragione della residenza dell’indagato a Milano e del fatto che egli, con la sua autodenuncia, abbia permesso a quell’Ufficio di iscrivere per primo la notizia di reato nel relativo registro, le condotte di Marco Cappato saranno sempre valutate dalla stessa Procura – e, a quanto emerge, anche dal medesimo Procuratore aggiunto – se accompagnerà all’estero cittadini italiani per aiutarli a suicidarsi, qualunque sia la loro dimora o il luogo di ricovero: una vis actractiva certamente vantaggiosa per l’indagato, atteso che la Procura di Milano ha, fin dall’inizio, sostenuto la liceità delle sue condotte integranti oggettivamente il delitto punito dall’art. 580 cod. pen.; una competenza, fra l’altro, per niente ipotizzata dalla Corte di Assise di Massa e dalla Corte di Assise di appello di Genova nel processo per la morte di Davide Trentini, pure citata nella richiesta di archiviazione.

L’argomentazione non convince: essa presuppone che il reato ipotizzato sia stato commesso interamente in Svizzera, perché la condotta di accompagnamento si è ivi “conclusa” e, quindi, sarebbe ivi “avvenuta”; al contrario, è evidente che, se l’art. 580 cod. pen. punisce chi “agevola in qualsiasi modo l’esecuzione del suicidio”, la condotta di agevolazione è stata consumata prima in Italia, dal momento dell’inizio dell’accompagnamento della persona da Spinea, e poi in Svizzera. L’art. 6 cod. pen. considera il reato commesso nel territorio dello Stato, quando l’azione che lo costituisce è ivi avvenuta in tutto o in parte; il prelevamento a Spinea e l’accompagnamento fino al confine svizzero non possono essere ritenuti irrilevanti, risultando decisivi e indispensabili per la condotta successiva che ha portato al suicidio assistito ed essendo stati realizzati con la espressa finalità di giungere a quel risultato.

In definitiva, dovrebbe trovare applicazione l’art. 10, comma 3, cod. proc. pen. (reati commessi in parte all’estero), con la conseguente applicabilità degli artt. 8 e 9 cod. proc. pen.: si potrebbe discutere, piuttosto, se la competenza territoriale appartenga al Tribunale di Venezia, nel cui circondario aveva avuto inizio la consumazione, ovvero al Tribunale (verosimilmente quello di Como) nel cui circondario era avvenuto il passaggio della frontiera svizzera e si era, quindi, consumata l’ultima parte dell’azione in Italia.

4. LA MANCANZA DELLA VERIFICA DA PARTE DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE E DEL PARERE DEL COMITATO ETICO.

Ho già premesso che la richiesta di archiviazione appare diretta a far venire meno definitivamente i limiti che la sentenza della Corte Costituzionale aveva specificamente posto per ritenere non punibile la condotta di aiuto al suicidio, punita dall’art. 580 cod. pen.

Il primo limite che viene cancellato è la necessità che l’aiuto al suicidio intervenga dopo che le condizioni dell’interessato e le modalità di esecuzione del suicidio siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente. Le due persone aiutate a suicidarsi di cui si interessa il procedimento non hanno chiesto tale verifica, che quindi nessuna struttura del servizio sanitario nazionale ha svolto, con la conseguenza che nessun comitato etico ha espresso il suo parere.

Secondo la Procura della Repubblica di Milano, poiché la morte per suicidio assistito è intervenuta all’estero, tale condizione non si applica, essendo inapplicabile la normativa italiana. La richiesta di archiviazione richiama la “clausola di equivalenza” posta dalla Corte Costituzionale, pur ammettendo che la stessa era riferita, nella sentenza n. 242 del 2019, soltanto ai fatti pregressi rispetto alla pubblicazione della sentenza; aggiunge, tuttavia, che “appare evidente” l’applicabilità di tale clausola anche per le condotte poste in essere all’estero: poiché “le condotte commesse in Italia sono neutre, dal punto di vista dell’agevolazione al suicidio, e si possono ricondurre all’art. 580 cod. pen. solo alla luce delle ulteriori condotte tenute da soggetti stranieri in territorio elvetico; dunque, a tali condotte non può certamente applicarsi la normativa italiana in materia di consenso informato”. Spiega ancora la Procura della Repubblica: “la condotta posta in essere all’estero … è scriminata a norma della fattispecie elaborata dalla Consulta ove nel verificare le condizioni del paziente e l’integrità della sua volontà si siano seguite procedure analoghe a quelle previste dalla legge 219 del 2017, in grado di assicurare il medesimo livello di tutela alla persona coinvolta”.

Si tratta di argomentazione palesemente infondata.

Alcune considerazioni. La Corte Costituzionale, quando emise la sentenza n. 242 del 2019, aveva ovviamente ben presente la possibilità, non solo astratta, ma concreta, che il suicidio assistito si completasse all’estero, poiché il caso di Fabiano Antoniani, che aveva dato luogo all’incidente costituzionale, era quello di una persona accompagnata in Svizzera e ivi suicidatasi; eppure, fu assolutamente chiara nel distinguere soltanto tra i fatti precedenti e quelli successivi alla sentenza stessa: per i primi, ponendo quella che la Procura della Repubblica definisce “clausola di equivalenza”; per i secondi affermando che “i requisiti procedimentali dianzi indicati (tra cui anche quello di cui si discute), quali condizioni per la non punibilità dell’aiuto al suicidio prestato a favore delle persone che versino nelle situazioni indicate analiticamente nel precedente punto 2.3. valgono per i fatti successivi alla pubblicazione della presente sentenza nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica”. Nessuna eccezione venne posta per i casi di morte all’estero.

Nessun ostacolo, inoltre, esisteva per “Elena” e “Romano” a chiedere che, nei loro confronti, le condizioni e le modalità di esecuzione del prospettato suicidio fossero verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente. Del resto, i casi di persone che hanno interamente seguito la “procedura” dettata dalla sentenza n. 242 del 2019 e, successivamente, sono state aiutate a suicidarsi all’estero sono noti.

Non si può non sottolineare, poi, l’effetto combinato della vis actractiva milanese per Cappato e della prospettazione che qui si critica: è possibile prevedere che la prossima richiesta di archiviazione della Procura di Milano nei confronti di condotte di aiuto al suicidio di persone condotte in Svizzera avrà per oggetto molti più casi e si baserà su due considerazioni: a) la competenza è di Milano; b) degli svizzeri ci si può fidare, hanno un’ottima legge e grande esperienza nel suicidio assistito?

5. Anche in questo caso, la Procura della Repubblica fa leva sulla asserita irrilevanza delle condotte tenute in Italia dall’indagato, con conseguente esclusivo rilievo attribuito alle condotte tenute da soggetti stranieri in territorio elvetico: ad essi non potrebbe applicarsi la normativa italiana “in materia di consenso informato”.

Richiamato quanto già osservato in ordine alla rilevanza penale delle condotte di prelevamento e accompagnamento svolte da Cappato in Italia, si deve obiettare che, ad essere sottoposti ad indagine, non sono quei soggetti stranieri, ma un soggetto che ha commesso l’aiuto al suicidio solo in parte all’estero e che, quindi, in base all’art. 6 cod. pen., deve considerarsi averlo commesso nel territorio dello Stato; la legge penale italiana, dice l’art. 3 cod. pen., obbliga tutti coloro che si trovano nel territorio dello Stato. Non si pone, quindi, un problema di concorso tra le normative di due Paesi e di compatibilità tra le stesse: la verifica riguarda il rispetto della legge italiana, così come integrata dalla sentenza della Corte Costituzionale.

D’altro canto, il ricorso alla verifica da parte di strutture pubbliche del servizio sanitario nazionale (in attesa di una eventuale regolamentazione da parte del legislatore) non è emerso occasionalmente con riferimento al suicidio assistito: la sentenza n. 242 del 2019 ricordava che tale ricorso era già stato adottato per il diverso ambito della procreazione medicalmente assistita con le sentenze nn. 96 e 229 del 2015.

6. Nell’argomentare su questo punto, la Procura osserva che ai soggetti stranieri che hanno operato per il suicidio assistito di “Elena” e “Romano” in Svizzera “non può certamente applicarsi la normativa italiana in materia di consenso informato”: ma è evidente che le condizioni per la non punibilità dell’aiuto al suicidio poste dalla sentenza n. 242 del 2019 non hanno per oggetto solo l’accertamento della volontà dell’aspirante suicida.

Se approfondiamo quest’ultimo riferimento, possiamo verificare che la descrizione della procedura seguita dalla clinica (sic!) Dignitas per procedere al suicidio assistito dei richiedenti non fornisce nessuna garanzia su due delle condizioni poste dalla Corte Costituzionale: la irreversibilità della patologia e la circostanza che la persona è tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale; di esse non viene fatto alcun cenno. La Procura della Repubblica non se ne preoccupa, limitandosi a sostenere che “la normativa elvetica in materia … è già stata ritenuta più volte idonea a garantire un adeguato livello di tutela al malato che richiede l’accesso alle procedure di suicidio assistito”: con ciò dimostrando l’indifferenza verso il rispetto della normativa italiana, così come integrata a seguito della sentenza della Corte Costituzionale.

Cosa traspare da questa posizione? La convinzione che una normativa sul suicidio assistito “giusta” non possa che essere uguale in tutti i paesi (quanto meno quelli che fanno parte della CEDU) e che, quindi, non possano esservi tra le legislazioni nazionali differenze sostanziali; quindi, la Corte Costituzionale non avrebbe fatto altro che legittimare il suicidio assistito aderendo a quella “legge generale” che si ricava – oltre che dall’ottima (sic!) normativa svizzera, ovviamente – dalle sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Al contrario, come ben sappiamo e come era stato sottolineato dalla Consulta con l’ordinanza n. 207 del 2018, “la Corte Europea dei diritti dell’Uomo ha … riconosciuto agli Stati un ampio margine di apprezzamento”. La Corte Costituzionale, quindi, con la sentenza n. 242 del 2019, ha dettato autonomamente specifiche condizioni, che valgono per il suicidio assistito soggetto alla legge italiana.  

Ancora: per confermare la conformità a quelle condizioni, la Procura cita la sentenza della Corte di Assise di Milano che assolse Marco Cappato per l’aiuto al suicidio di Fabiano Antoniani, avvenuto, appunto, alla Dignitas: cosicché, integrando considerazioni già fatte, dobbiamo ritenere che le prossime richieste di archiviazione che la Procura di Milano avanzerà per l’aiuto al suicidio prestato da Cappato a favore di altre persone, morte presso la Dignitas, saranno motivate: a) sulla competenza del Tribunale di Milano in ogni caso; b) sull’ottima legislazione svizzera; c) sulla grande affidabilità della Dignitas, già sperimentata in passato …

7. Sotto il profilo strettamente giuridico, non è affatto chiaro sulla base di quale prospettazione la Procura della Repubblica giunga alla conclusione che “la strada che appare più corretta … appare quella di ricorrere alla clausola di equivalenza posta dalla Corte Costituzionale”. La cosiddetta “clausola di equivalenza” è stata dettata espressamente per casi differenti da quelli in esame (“… ovvero, quanto ai fatti anteriori alla pubblicazione della sentenza nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, con modalità equivalenti nei sensi di cui in motivazione …”), mentre i casi in esame rientrano a pieno titolo in quelli normati dalla sentenza (“i requisiti procedimentali dianzi indicati, quali condizioni per la non punibilità dell’aiuto al suicidio prestato a favore di persone che versino nelle situazioni indicate analiticamente nel precedente punto 2.3., valgono per i fatti successivi alla pubblicazione della presente sentenza nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica”). La richiesta di archiviazione pretende di “spostare” i casi in questione da un gruppo ad un altro, benché ciò sia incompatibile con l’epoca della condotta.

La strada proposta non è affatto più “corretta”: in entrambi i casi era ben possibile che il Servizio sanitario nazionale verificasse le condizioni di “Elena” e “Romano” e che il Comitato etico esprimesse il suo parere, ferma restando la loro libertà di recarsi all’estero per l’atto suicidario; la “clausola di equivalenza”, del resto, era stata dettata proprio perché “in quanto enucleate da questa Corte solo con la presente sentenza […] le condizioni procedimentali in questione non possono essere richieste, tal quali, in rapporto ai fatti anteriormente commessi […] Rispetto alle vicende pregresse, infatti, le condizioni in parola non risulterebbero, in pratica, mai puntualmente soddisfatte”.

 8. LA MANCANZA DELLA CONDIZIONE DEL MANTENIMENTO IN VITA DA TRATTAMENTI DI SOSTEGNO VITALE

Un’altra condizione che accomunava “Elena” e “Romano” e che permette di comprendere il motivo della riunione dei due procedimenti da parte della Procura della Repubblica di Milano era la mancata dipendenza da forme di sostegno vitale. Come sappiamo, una delle condizioni necessarie per escludere la punibilità dell’aiuto al suicidio è che la persona agevolata nell’esecuzione sia “tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale” (dispositivo della sentenza della Corte Costituzionale n. 242 del 2019).

La richiesta di archiviazione ammette espressamente che “nonostante le due persone offese di cui al presente procedimento fossero affette da patologie gravissime e altamente invalidanti … le loro funzioni vitali si esplicavano autonomamente”.

In un precedente scritto, cui mi permetto di rimandare (“Diritto al suicidio per tutti?”, in https://www.centrostudilivatino.it/diritto-al-suicidio-per-tutti/), sottolineavo che, tra le condizioni che rendono non punibile l’agevolazione dell’esecuzione del proposito di suicidio in base alla sentenza n. 242 del 2019, solo la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale permette di distinguere il suicidio come frutto di autodeterminazione individuale dal suicidio come conseguenza del rifiuto di trattamenti sanitari tutelato dall’art. 32 della Costituzione.

In effetti, non è condizione discriminante il requisito della capacità di prendere decisioni libere e consapevoli, che si riscontra sia negli aspiranti suicidi per motivi slegati da un trattamento sanitario, sia in quelli che intendono rifiutare terapie e forme di sostegno vitale; nemmeno la condizione di sofferenza intollerabile percepita dall’aspirante suicida costituisce un reale elemento discriminante, atteso che, nella stragrande maggioranza degli aspiranti suicidi per ragioni slegate da un trattamento sanitario, la sofferenza psicologica è altissima, tanto da diventare intollerabile e, appunto, spingere la persona ad un atto estremo.

Anche l’esistenza di una “patologia irreversibile” è un parametro assai poco utile per distinguere le due situazioni. In effetti, la Corte Costituzionale non ha affatto condizionato la parziale depenalizzazione dell’art. 580 cod. pen. ad una particolare gravità della patologia né, tanto meno, alla sua natura letale né, ancora, ad una situazione di progresso inarrestabile dei sintomi né, infine, alla previsione della morte del paziente in un breve termine come conseguenza di tale patologia; le caratteristiche della patologia da cui deve essere affetto l’aspirante suicida sono due: la irreversibilità – quindi l’impossibilità per il paziente di guarire dalla malattia – e la produzione di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili.

A ben vedere, la stragrande maggioranza degli anziani è affetta da una o più patologie irreversibili. Ancora: la disabilità – pur non essendo una patologia, ma una condizione derivante da una malattia o da un evento traumatico – è considerata una patologia irreversibile.

Nel disegno della Corte Costituzionale, tutto cambia quando ricorre l’ultima condizione: la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. Solo tale condizione delimita realmente i casi in cui l’aiuto al suicidio diviene non punibile e garantisce che lo stretto spiraglio aperto dalla sentenza n. 242 non si trasformi in una porta spalancata.

9. La Procura della Repubblica di Milano, con la richiesta di archiviazione, in piena sintonia con la battaglia condotta pubblicamente dall’Associazione Luca Coscioni, persegue l’obiettivo di vanificare la condizione del mantenimento in vita da forme di sostegno vitale mediante l’interpretazione della nozione in maniera difforme alla lettera e alla evidente volontà della Corte Costituzionale e altre argomentazioni giuridiche infondate.

Sottesa – ma quasi esplicitata – è la tesi che la Corte Costituzionale ha sbagliato nel porre questo limite, dettando una normativa illegittima costituzionalmente (!), che deve essere corretta, e lasciandosi “influenzare” dal caso concreto che aveva dato luogo alla sentenza n. 242 del 2019, quello di Fabiano Antoniani che, come è emerso, era appunto tenuto in vita da forme di sostegno vitale (“Trattasi di circostanza la cui necessità trova origine, con tutta evidenza, dal caso in cui è scaturita la sentenza della Corte Costituzionale n. 242/19: quel procedimento, si ricorda, riguardava un soggetto affetto da tetraplegia che necessitava, per la sopravvivenza, di ausilio alla respirazione mediante ventilazione artificialeRibadito che la ritenuta necessaria presenza di tale circostanza discende dal caso in concreto sottoposto alla Corte nel 2018 …”).

Anticipo un commento su quest’ultimo “addebito” che la Procura della Repubblica muove alla Consulta e che è diretto a “depotenziare” la condizione posta, come se fosse meno rilevante delle altre. Ebbene: la Corte Costituzionale si era “concessa” un periodo di quasi un anno (il periodo intercorso tra l’ordinanza n. 207 del 2018 e la sentenza n. 242 del 2019) per decidere; un periodo segnato da innumerevoli riflessioni, pubblicazioni, convegni, produzioni scientifiche. Sostenere che la scelta di mantenere quella condizione fosse frutto della particolare caratteristica del caso giudiziario che aveva portato all’incidente di costituzionalità è, quanto meno, ingeneroso; la Corte Costituzionale, del resto, era ben consapevole che la sentenza avrebbe modificato e integrato l’art. 580 cod. pen. e che, quindi, avrebbe dovuto essere scritta rispettando i canoni normativi, dovendo essere applicata – al pari della norma di legge – nel futuro (quanto meno fino all’intervento del legislatore).

10. Il primo ambito nel quale si tenta di vanificare la condizione del mantenimento in vita da trattamenti di sostegno vitale è quello dell’interpretazione della nozione. Si propone, infatti, di distinguere il significato scientifico di “trattamento di sostegno vitale” dal suo significato giuridico.

Si tratta di operazione errata e inaccettabile. L’ambito del consenso informato, del rapporto medico – paziente e del rifiuto delle terapie, normato dalla legge n. 219 del 2017, presuppone: a) concetti medico-scientifici certi ed oggettivi; b) una regolamentazione del legislatore dell’insieme di tali dati oggettivi. Non è possibile interpretare e applicare la disciplina sul consenso informato e sulle D.A.T. se non vi è certezza sulle nozioni di “trattamento sanitario”, “accertamento diagnostico”, “trattamento sanitario necessario alla sopravvivenza”, “situazioni di emergenza o urgenza”, “prognosi infausta a breve termine o imminenza della morte”, “sedazione palliativa profonda” e così via (si tratta di termini che la legge 219 utilizza per dettare la disciplina). Non a caso, proprio con riferimento alla nozione di trattamento sanitario, il legislatore procede ad una equiparazione giuridica allo stesso di due forme di sostegno vitale (“Ai fini della presente legge, sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale, in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti medianti dispositivi medici”).

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 242 del 2019, si muoveva con lo stesso metodo: dettando una disciplina parzialmente differente per le condotte di aiuto al suicidio rispetto a condizioni date ed oggettive; questo vale per la nozione di “patologia irreversibile” e per la “capacità di prendere decisioni libere e consapevoli”; vale anche – e inevitabilmente – per la nozione di “persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale”.

In definitiva, non vi è alcuno spazio per distinguere una nozione scientifica e una nozione giuridica di “trattamenti di sostegno vitale”; lo spazio “interpretativo” che la Procura della Repubblica di Milano rivendica altro non integra che un tentativo di modificare la regolamentazione dettata dalla Consulta.

11. La consulenza tecnica conferita dai Pubblici Ministeri ad un luminare di fama mondiale nel campo della rianimazione aveva fornito una risposta piuttosto chiara: il consensus internazionale dei massimi esperti di medicina di urgenza “considera come supporto vitale solo quegli interventi non curativi necessari al mantenimento in vita del paziente la cui eliminazione porterebbe alla morte del paziente in un tempo relativamente breve (quale è il caso dei presidi di alimentazione e idratazione artificiali) nonché le forme di supporto vitale che si traducono nella sostituzione artificiale di alcune funzioni organiche (ventilazione meccanica, supporto per gli scambi gassosi, supporto alle funzioni renali, cardiache o epatiche”. Il consulente afferma che “per supporto vitale si intende l’insieme di tecniche (in continua evoluzione) che vicariano funzioni d’organo compromesse. In loro assenza la vita non può essere mantenuta”.

Una risposta che dimostra la palese infondatezza della tesi sostenuta dalla Corte di Assise di appello di Genova nel processo per il suicidio assistito di Davide Trentini, secondo cui “il trattamento farmacologico era tuttavia per lui [Trentini] essenziale per la sopravvivenza, poiché se non lo avesse assunto si sarebbe fatalmente alterato il delicato equilibrio che gli permetteva di sopravvivere”, cosicché anche quel trattamento farmacologico doveva essere considerato trattamento di sostegno vitale, per il solo fatto che il paziente aveva diritto di rifiutarlo.

Eppure anche i Pubblici Ministeri milanesi giungono alla conclusione che “l’unica definizione possibile di trattamenti di sostegno vitale coerente con l’argomentazione fornita dalla Corte Costituzionale e con i principi posti dalla Carta sia quella che qualifica come tale ciascun trattamento sanitario, di qualunque tipo, avente finalità terapeutica diretta al rallentamento di una patologia comunque irreversibile o di surrogazione d’organo compromesse, la cui sospensione o la cui mancata attivazione porti con alta probabilità alla morte del paziente per via della patologia in atto in modo più rapido di quello che si avrebbe ove fossero mantenuti o praticati”.

Prima ancora di analizzare la motivazione di tale conclusione, non si può non sottolineare che si tratta di interpretazione che fa coincidere la nozione di “trattamento di sostegno vitale” con quella di “terapia salvavita”.

Come sappiamo, in base alla legge n. 219 del 2017, il paziente ha il diritto di rifiutare, in tutto o in parte, qualsiasi trattamento sanitario indicato per la sua patologia e di revocare in qualsiasi momento, il consenso prestato a tali terapie (art. 1, comma 5, legge 219 del 2017). La rinuncia o il rifiuto di trattamenti sanitari possono riguardare anche quelli necessari alla propria sopravvivenza. Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare o rinunciare al trattamento sanitario.

Secondo la Procura della Repubblica il soggetto affetto da patologia irreversibile e sottoposto a un qualunque trattamento sanitario salvavita – la cui interruzione o mancata attivazione porta alla morte del paziente in modo più rapido di quanto avverrebbe se esso fosse somministrato – si trova tenuto in vita da trattamento di sostegno vitale e quindi, non solo può rifiutare la terapia ovvero chiedere di interromperla, ma ha il diritto di essere assistito nel proprio suicidio, anche se la morte, non solo è incerta nell’an, ma anche nel quando, ben potendo prevedersi lontana pur con la mancata sottoposizione al trattamento sanitario.

Ebbene: la Corte Costituzionale aveva ben presente le norme della legge n. 219 del 2017 – che, infatti, vengono espressamente citate nella motivazione della sentenza n. 242 del 2019 – ma, per la non punibilità dell’aiuto al suicidio, non pose affatto la condizione che l’aspirante suicida fosse sottoposto a trattamenti necessari alla propria sopravvivenza, ma quella differente che fosse tenuto in vita da forme di sostegno vitale.

La Procura della Repubblica, quindi, non interpreta il volere della Corte Costituzionale: pretende che il Giudice applichi un dispositivo della sentenza n. 242 del 2019 (che, si ricordi, allo stato integra l’art. 580 cod. pen. e, quindi, equivale a una norma di legge) differente da quello effettivo.

12. Perché questa operazione? Secondo la Procura della Repubblica, essa è necessaria per “salvare” la Corte Costituzionale da una accusa di illegittimità costituzionale della sua decisione. Benché sia paradossale, occorre leggere quel passo, nel quale i richiedenti confermano che la decisione della Corte deve essere cambiata e la dipendenza da forme di sostegno vitale deve essere sostituita dalla sottoposizione (possibile) a trattamenti salvavita (in senso assai ampio).

Del tutto irragionevole – e dunque discriminatoria – appare invece la distinzione tra soggetti che, affetti da patologie certamente inguaribili, per rimanere in vita necessitano (anche) di trattamenti di sostegno vitale e soggetti che necessitano, allo stato, solo di trattamenti terapeutici e per i quali i mezzi di sostegno vitale sono soltanto prossimi. Si ha, infatti, in questa ipotesi una irragionevole discriminazione tra soggetti in posizioni del tutto analoghe: entrambi gli appartenenti a queste due categorie di individui, infatti, si trovano nella prospettiva sopra descritta e valorizzata dalla Corte Costituzionale come fondamento di legittimità del ricorso al suicidio assistito. Si tratta di soggetti che affrontano con certezza la prospettiva della loro morte, più o meno imminente, preceduta da un periodo più o meno lungo di decadimento fisico, accompagnato spesso da acute sofferenze fisiche. La differenza del trattamento cui sono sottoposti, invece, o la non ancora attuale – benché certa e prossima – sottoposizione a forme di sostegno vitale – sono fattori del tutto accidentali che dipendono dal tipo di patologia da cui il soggetto è affetto. Differenziare tra malati terminali che possono accedere a pratiche di suicidio assistito in base a questo criterio, dunque, appare del tutto irragionevole e, pertanto, contrario all’art. 3 Cost.”.

Non sarò certamente io a difendere la Corte Costituzionale rispetto alla sua sentenza n. 242 del 2019; inoltre, non sono in grado di prendere posizione sul tema – che, ribadisco, pare paradossale – della illegittimità costituzionale delle sentenze della Corte Costituzionale e su quello della possibilità – anzi: obbligo – per il giudice di merito di modificare le pronunce della Corte Costituzionale per renderle conformi alla Carta Costituzionale.

Tuttavia, è evidente che la “equivalenza” tra le due “categorie” di persone proposto dalla Procura della Repubblica è del tutto insussistente e nasconde ben altro, come rivela un passaggio davvero significativo.

La persona che, in presenza delle altre condizioni poste dalla sentenza n. 242 del 2019, è tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, quando chiede ed ottiene l’interruzione di tali trattamenti ha iniziato a morire ed è certa che la morte avverrà in breve termine. In effetti – come spiegato anche dal consulente tecnico della Procura della Repubblica – l’aspirante suicida deve il suo mantenimento in vita da un macchinario, frutto del progresso recente della tecnologia: l’interruzione del funzionamento di tale macchinario comporta la morte inevitabile e rapida, facendo mancare al corpo una funzione necessaria alla sopravvivenza che il dispositivo fornisce, non essendo più in grado di farlo l’organismo. Non a caso la sentenza n. 242 presenta come alternativa al suicidio assistito l’interruzione dei trattamenti di sostegno vitale e la contestuale sottoposizione a sedazione profonda continua: l’interruzione mette in moto immediatamente il processo che porta alla morte del paziente, richiedendo un intervento immediato per evitare che sia doloroso.

Non basta: la Corte Costituzionale legittima l’aiuto al suicidio assistito solo nel caso in cui la morte derivante dall’interruzione del trattamento di sostegno vitale non sia sostanzialmente istantanea. La messa a disposizione del paziente di trattamenti diretti a determinarne la morte viene, infatti, presentata come alternativa alla sedazione palliativa profonda continua, associata con la terapia del dolore, che può essere approntata contestualmente all’interruzione del trattamento di sostegno vitale: in mancanza di tale possibilità “si costringe il paziente a subire un processo più lento, in ipotesi meno corrispondente alla propria dignità nel morire e più carico di sofferenze per le persone che gli sono cariche”.

La Corte fa, quindi, riferimento al “processo del morire”: il paziente nei cui confronti è stato interrotto il trattamento di sostegno vitale su sua richiesta, in una evoluzione irreversibile si è trasformato in un paziente terminale. La pronuncia della Corte crea per il paziente un’alternativa prima inesistente: se morire secondo i tempi “naturali” – quelli determinati dalla capacità del corpo di resistere alla mancanza di nutrizione o idratazione o di sostegno alla respirazione – ovvero se morire immediatamente, in entrambi i casi senza dolore.

Comprendiamo, quindi, la pregnanza del concetto di soggetto “tenuto in vita”: la morte attende soltanto la cessazione del trattamento di sostegno vitale (che può addirittura smettere di funzionare per motivi tecnici, come occasionali notizie di stampa dimostrano).  

13. Non possiamo, quindi, ritenere che l’alternativa che la Corte Costituzionale ha reso possibile riguardi la possibilità di continuare a vivere e la possibilità di morire; l’alternativa sorge dopo e in conseguenza della decisione del paziente di morire, rifiutando o interrompendo il trattamento di sostegno vitale: solo a quel punto egli potrà scegliere la “modalità per congedarsi dalla vita”.

Al contrario, la persona che, non sottoposta a tale trattamento di sostegno vitale – non appesa al “filo” di un macchinario o comunque di un intervento tecnico non curativo che la tiene in vita – “affronta con certezza la prospettiva della loro morte, più o meno imminente, preceduta da un periodo più o meno lungo di decadimento fisico, accompagnato spesso da acute sofferenze fisiche” (sto utilizzando la descrizione operata nella richiesta di archiviazione) si trova in una situazione decisamente differente: la morte non è certa né imminente (quindi – contrariamente a quanto affermato incidentalmente – non è affatto un “paziente terminale”) e il periodo di decadimento fisico può essere lungo.

Senza volere mancare di rispetto alle due persone, che pativano acute sofferenze, emerge qui con chiarezza il disegno della Procura della Repubblica: quante persone hanno davanti a sé “un periodo più o meno lungo di decadimento fisico”? Quanti, ad un certo punto della loro vita, assumono farmaci o si sottopongono a trattamenti sanitari pur con la consapevolezza della impossibilità di guarire le patologie da cui sono affetti, ma con l’obiettivo di ritardarne gli effetti? Quanti hanno davanti a sé “la prospettiva della loro morte”? Quanti sopportano acute sofferenze fisiche?

La descrizione della “categoria di individui” contenuta nella richiesta di archiviazione non può non richiamare la condizione di un grandissimo numero di persone, spesso anziane o disabili, malate e sofferenti, che – avendo davanti a sé una vita ritenuta non degna ed essendo certi della loro morte (certezza, a dire la verità, che non può essere considerata una condizione: tutti siamo certi della nostra morte, “più o meno imminente”), temono di affidarsi a forme di sostegno vitale o addirittura temono che il momento di scegliere se affidarsi o meno a tali forme si avvicini (“Elena”, contrariamente a “Romano”, non aveva ancora dovuto effettuare la scelta e per lei erano stati ipotizzati supporti vitali per un futuro ancora incerto).

14. Lo spiraglio che la Corte Costituzionale ha tentato di mantenere socchiuso viene allargato a forza – e con evidenti forzature – dalla Procura della Repubblica di Milano.

Si tenta di affermare – come si è visto, al di là delle vicende delle due persone decedute – che l’aiuto al suicidio deve essere considerato lecito tutte le volte in cui il richiedente è sottoposto a qualunque trattamento sanitario che rallenta una patologia inguaribile potenzialmente letale, ma con nessuna previsione di morte imminente e nemmeno di morte prossima, sulla base del possibile futuro presentarsi della necessità di ricorrere a forme di sostegno vitale.

Una condizione comune ad una platea potenzialmente immensa e niente affatto limitata a situazioni particolarmente gravi come quelle dei due soggetti il cui suicidio assistito ha fatto sorgere i procedimenti penali.

Emerge chiaramente il criterio della qualità della vita: se la prospettiva di una morte certa (comune a tutti) e la sottoposizione a forti sofferenze (che, si ricordi, possono essere anche soltanto psicologiche, secondo il dettato della sentenza n. 242 del 2019), fa apparire indegna la prosecuzione della vita, che potrebbe, prima o poi, chiedere il ricorso a forme di sostegno vitale, il soggetto deve potersi autodeterminare e decidere di morire, avendo il diritto ad essere aiutato a suicidarsi.

Che si tratti di un disegno conforme a quello dell’indagato e dell’associazione Luca Coscioni, espresso anche nella proposta di referendum consultivo, non a caso dichiarato inammissibile dalla Corte Costituzionale, a chi scrive pare evidente.

Giacomo Rocchi

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