«Non credenti, ma credibili»: il card. Zuppi ricorda il beato Rosario Livatino in Cassazione e lo indica come possibile patrono dei magistrati.

La parola di Dio è lampada per i nostri passi. Ci è stata letto: “egli è scudo per chi in lui si rifugia”.

Ricorda sub tutela Dei, che il beato Livatino scelse come serena certezza della sua vita. Era il suo principio ispiratore. Sentiva la presenza del Signore che guarda per proteggere. È il segreto della perfetta letizia di San Francesco, un amore più forte delle avversità, l’amore che fa amare e sentire protetto.

Qualcuno può pensare, per retaggi passati di un Dio che giudica (scusate se lo dico qui) e non Dio padre e per questo giudice (non è Padre perché giudice, è giudice perché Padre e se si invertono i termini cambia tutto) che la tutela limiti, in qualche modo deresponsabilizzi, non renda autonomo. Mi piace pensare esattamente il contrario: aiuta a essere sé stessi, a dominare l’istinto, a trovare sempre il cuore e l’anima nelle cose.

Guardare la vita con gli occhi e i sentimenti del Signore la fa comprendere, l’accende, non la spegne, ci aiuta a vedere l’altro e non le apparenze, a capire il profondo e quello che conta, che fa bene, che è giusto ma per aiutare, non per condannare, e condanno per aiutare. È un colloquio con sé stessi ma non è un soliloquio! È parlare con chi tutela, con un Padre, un fratello, l’amico che ci aiuta a vivere di più, non di meno, a pensare e sopratutto ad amare, quindi a trovare chi sono. È l’interiorità, qualcosa di ben più profondo dell’epidermide psicologica che tanto ci attrae e ci cattura, qualche volta ci trascina e determina. E lo stesso tramite dell’amore verso la persona giudicata diventa un legame con Dio, dice Livatino. Rendere giustizia è il compito che sentiva e ci ricorda.

Dio, Io sono, è amore. Noi siamo se amiamo e siccome Dio ci ama ci fa essere noi stessi, non quello che vuole Lui. I tuoi precetti, lampada per i nostri passi, che ci guidano nel buio a volte così angosciante della vita, danno intelligenza. La parola non è fuori dal tempo o nel passato e quei tempi sono i nostri tempi, l’oggi.

Gesù convocò i Dodici. Chiamò e continua a chiamare e a mandarci. Non li mette in un mondo a parte, sicuro, selezionato. Essi non erano uomini straordinari, non avevano superato una rigorosa selezione, un esame severo che desse sicurezza a Gesù e in fondo anche a chi partecipa. Quale forza li univa? Solo il suo amore.

Gesù si fida, tanto che tutto è affidato a loro. E continua a fidarsi. Ho sempre pensato se i discepoli avessero avuto paura, se fossero tornati a pescare (che c’è di male?), se avessero ripresa l’infinita discussione su chi era il più grande tra loro e invece di vivere il Vangelo ne avessero fatto un motivo per dividersi, strillare, esaurirsi al loro interno, di Gesù non si sarebbe saputo nulla e tutta la sua vita sarebbe stata vana.

Gesù dà il potere, la forza che scopriamo solo se ci disarmiamo. «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. No: mi muovo perché ho la sicurezza, ma: sono sicuro perché ho la tutela di Dio, ho il suo amore, la sua passione.

E Gesù ci invita a credere nella Provvidenza, come avrebbero detto i nostri nonni, cioè nel suo amore che ci tutela, ci accompagna, sostiene.

Noi, protagonisti come siamo, pensiamo che dobbiamo fare tutto da soli, come adolescenti che pensano ci siano solo loro e devono affermare sé stessi.

La Provvidenza, però, non può nulla senza di noi. Dio è onnipotente, ma il limite è il suo amore, infinito, e il nostro amore, senza il quale della Provvidenza non ce ne accorgiamo.

Oppure prendiamo tante tuniche, tante bisacce. È stata la tentazione della Chiesa. Ma è anche la nostra, alla ricerca di sicurezze e meno dell’amore. Quello che serve lo abbiamo già in noi. E guardate, è in realtà una grande libertà e fiducia nella nostra umanità! Libertà da riconoscimenti caduchi, pericolosi, vani.

I discepoli giravano di villaggio in villaggio, universali, annunciando la buona notizia e operando guarigioni. Inizia un già. «Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili».

In realtà alla fine inizia sempre oggi. E siamo credibili quando uniamo interiorità e relazione, siamo noi stessi e non la maschera, la convenienza, quando non abbiamo altro interesse che l’amore per la giustizia.

Sono credibili perché non ingannano, perché non parziali.

Davvero penso che vivere e fare le cose per il Signore liberi dalla pericolosa e sempre insoddisfatta gloria personale, ci rende credibili. Il giudice credibile, dunque, non è quello che si separa dall’umanità per non esserne contaminato. È quello che sa entrare in rapporto con essa senza perdere la propria libertà.

Per Livatino sono fondamentali, accanto alle competenze tecniche, gli “elementi interiori” che ciascun giudice deve portare in sé: «L’indipendenza del Giudice è nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrificio …». E, rispetto all’immagine esterna che un giudice autorevole deve sapere offrire di sé, Egli scrive: «Non di una persona austera o severa o compresa del suo ruolo, della sua autorità o di irraggiungibile rigore morale, ma una persona seria sì, persona equilibrata sì, persona responsabile pure … persona comprensiva ed umana, capace di condannare, ma anche di capire». Nella difficoltà della decisione il magistrato dismette ogni vanità e soprattutto ogni superbia. Dice Livatino: “deve avvertire tutto il peso del potere affidato alle sue mani, peso tanto più grande perché il potere è esercitato in libertà ed autonomia. E tale compito sarà tanto più lieve quanto più il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, quanto più si rappresenterà ogni volta alla società disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo ma anzi con costruttiva contrizione».

Nessun “buonismo” e al contrario giustizialismo, che fa male, come sappiamo bene e che diventa una ingiuria per il diritto stesso.

Ci auguriamo sia patrono dei magistrati. Perché “ha interrogato, con la propria vita e con le proprie parole, il significato stesso del giudicare; perché ha cercato di tenere insieme la soggezione alla legge e l’attenzione alla persona, l’indipendenza e la prossimità, la responsabilità della condanna e il dovere della comprensione”. Da credente, ma questo unisce tutti gli operatori della giustizia, perché “Chi domanda giustizia, scrive Livatino, deve poter credere che le sue ragioni saranno ascoltate con attenzione e serietà. Deve poter confidare che il giudice sappia accoglierle «come se fossero sue».

Il giudice non deve identificarsi con una delle parti; eppure, per comprendere veramente, deve essere capace di assumere per un momento le ragioni dell’uno e dell’altro come se fossero proprie. E il suo esempio aiuti ad affrontare i cambiamenti necessari per la giustizia, rigorosamente liberi da qualsiasi altro interesse, cercando quello che unisce e rende la giustizia tale.

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