fbpx

La città eterna, Roma, si trova in uno stato di dicotomia postbellica: da un lato, si percepisce un fervore rigenerativo, un’energia rinnovatrice che scaturisce dalla fine della guerra; dall’altro, le ombre persistenti della miseria, un retaggio doloroso lasciato dal conflitto che ha sconvolto la nazione. In questo contesto storico complesso, emerge la figura di Delia, un archetipo della donna casalinga nell’ambito della Roma del dopoguerra. La sua esistenza quotidiana è segnata da un impegno costante e minuzioso: mantiene il suo angolo di mondo, un modesto sottoscala, in uno stato impeccabile di pulizia, dedica il suo tempo alla preparazione dei pasti per il marito Ivano e i loro tre figli, si prende cura con dedizione del suocero, un uomo dall’indole burbera. Non si limita a questi doveri domestici, ma si impegna anche in piccole attività redditizie come il rammendo di biancheria, la riparazione di ombrelli e le iniezioni a domicilio. Tuttavia, secondo il severo giudizio del suocero, Delia è afflitta da un difetto: non esita a replicare, un comportamento considerato inappropriato in un’epoca in cui il silenzio era spesso imposto alle donne. Questa sua presunta insubordinazione è vista dal marito Ivano come un’insolenza che merita punizione; pertanto, non esita a sottoporla a maltrattamenti fisici e umiliazioni per ogni presunta trasgressione. Nel frattempo, la loro figlia Marcella si trova sull’orlo di un cambiamento significativo nella sua vita: è prossima al fidanzamento con il figlio del proprietario del bar del quartiere, un evento che potrebbe innalzare il suo status sociale e permetterle di distanziarsi dalla realtà stagnante in cui la sua famiglia si trova immersa, e soprattutto dalla figura materna, perpetuamente avvolta nel suo grembiule e soggetta alle crudeltà del marito. Per fortuna, al di fuori delle mura domestiche, Delia non è priva di sostegno. Trova conforto e appoggio in alcune figure chiave: un meccanico che le vuole bene, un’amica che la sostiene con il suo spirito vivace, un soldato afroamericano disposto ad aiutarla. E, forse il più significativo di tutti, Delia nutre un sogno segreto, un desiderio profondamente custodito, ispirato da una lettera ricevuta inaspettatamente, che potrebbe rappresentare la chiave di una svolta nella sua vita.

Nell’atmosfera intrisa di struggente resilienza che permea Roma nel maggio del 1946, la metropoli, rispecchiando la condizione dell’intera nazione, è attanagliata dalla miseria e dalle dolorose conseguenze belliche che la Seconda guerra mondiale ha lasciato alle sue spalle.

Il cuore di questa narrazione è Delia, donna coraggiosa ma oppressa, legata al violento Ivano e madre di tre figli, tra cui l’adolescente Marcella. Quest’ultima, ostile nei confronti della madre per la sua apparente passività di fronte agli abusi coniugali, simboleggia la nuova generazione che ambisce a un cambiamento radicale. La vita quotidiana di Delia è un equilibrio precario tra le incombenze domestiche e le diverse occupazioni (rammendo di biancheria, la riparazione di ombrelli e le iniezioni a domicilio)

La trama si snoda attraverso l’amicizia di Delia con Marisa, una donna spiritosa e ottimista, e il riemergere di Nino, un meccanico con cui la protagonista ha avuto una relazione in passato. Il destino incrocia le loro strade quando Delia, nel restituire una foto di famiglia al soldato afroamericano William, si trova coinvolta in una rete di solidarietà inaspettata. William, testimone delle violenze domestiche subite da Delia, offre il suo sostegno, rivelando una dimensione di altruismo e comprensione.

Il dramma si intensifica quando Marcella, contro la volontà di Delia, si fidanza con Giulio, appartenente a una famiglia agiata proprietaria di un bar locale. Ivano, individuando un potenziale vantaggio economico nelle nozze imminenti, intravede un’opportunità per migliorare la propria condizione. Tuttavia, la prospettiva di un matrimonio simile al suo, caratterizzato da vessazioni e umiliazioni, preoccupa Delia.

Con l’aiuto di William, Delia escogita un piano audace: far esplodere il locale del futuro genero durante un imbarazzante pranzo coi consuoceri. Quest’azione estrema è dettata dalla volontà di proteggere Marcella da un destino simile al suo.

Il culmine della trama sembra indicare una svolta nella vita di Delia. La sua determinazione a sfuggire a Ivano trova forma nell’invito di Nino a fuggire insieme il 2 giugno. Delia prepara meticolosamente la sua fuga, ma un’imprevista tragedia la costringe a rimandare i suoi piani: la morte improvvisa del suocero Ottorino. Tuttavia, la donna, ancora una volta, dimostra la sua forza interiore.

Nonostante l’inaspettato impedimento, Delia non rinuncia alla sua ricerca di libertà. Nel giorno successivo, prima di compiere il gesto dirompente, Delia affida i soldi risparmiati a Marcella, riconoscendo la propria responsabilità materna e invitandola a spendere quei soldi per studiare. Mentre si dirige alle urne per partecipare all’elezione dell’Assemblea Costituente, la sua prima esperienza di voto, un’imprevista complicazione si presenta: la tessera elettorale, accidentalmente smarrita in casa, viene ritrovata da Ivano e poi da Marcella.

In una corsa contro il tempo, Delia è inseguita da entrambi. La scena culmina in un momento di tensione, ma, sorprendentemente, Marcella le restituisce la tessera, consentendole di esprimere il proprio voto. Il gesto, seppur piccolo, è significativo. In uno sguardo risoluto e coraggioso, Delia affronta Ivano, seguita da altre donne presenti, esercitando un potere silenzioso ma tangibile. La sua decisione di restare e affrontare il marito è una dichiarazione di emancipazione, un atto di sfida contro la sua oppressione.

Nel cuore del racconto cinematografico, l’intima amicizia con l’amica fruttivendola rappresenta l’unico rifugio confidenziale per Delia, mentre l’affascinante Nino incarna un amore idealizzato, purtroppo insufficiente. Marcella, in un momento di franchezza, la incalza con un “Perché non lasci tutto e te ne vai?”. La risposta di Delia, intrisa di rassegnazione e amore profondo, “E dove potrei andare?”, sintetizza l’essenza del film: una dichiarazione di amore eterno. Quest’opera, infatti, è la narrazione di un tenero e complesso legame d’amore materno-filiale, esplorato attraverso le dinamiche familiari.

Il film sottolinea come la famiglia, elemento fondamentale nel tessuto sociale, sia un pilastro su cui ogni civiltà ha costruito la propria storia e la realtà quotidiana dei suoi popoli. Ridurre il valore della famiglia ai suoi esempi negativi è ignorare la profonda influenza che essa ha avuto nello sviluppo delle società.

L’amore divino, l’amore per la patria e l’amore familiare, nonostante le loro contraddizioni, hanno costituito la bussola e il filo conduttore per l’unione delle comunità, la creazione di legami duraturi e significativi, e per una vita che trascenda i puri interessi egoistici individuali. Rinnegare questi principi fondamentali equivale a negare la base persistente, sebbene ferita e spesso calpestata, su cui si fonda il sentimento collettivo e la vita quotidiana delle persone.

Esistono donne che hanno plasmato il corso del tempo e altre che, pur attraversandolo, sembrano essere scomparse senza lasciare traccia. Tra le prime, emergono le figure di scienziate, poetesse, scrittrici e sante che, con coraggio, hanno sfidato la loro epoca, donando testimonianze preziose per le generazioni future.

Parallelamente ci sono state donne madri e mogli che hanno agito da eroine nelle pieghe quotidiane, orchestrando la crescita dei figli e portando avanti la famiglia in ogni suo bisogno sia materiale che spirituale.

A volte queste donne hanno sognato di indossare abiti nuovi o di godere dell’affetto di un marito, come l’archetipo di Delia nel film “C’è ancora domani”. Un’immagine che si riflette nelle figure delle nonne e bisnonne, donne del Novecento che meritano di essere ricordate e celebrate.

Dalla visione cinematografica di Paola Cortellesi, traspare la volontà di riportare alla luce una storia di oppressione ordinaria vissuta nel dopoguerra, un racconto intriso di umiliazioni, fatiche, rinunce, violenze e, infine, riscatto. Una storia autentica, da non dimenticare mai, che ha visto protagoniste costrette a sacrificarsi e accettare passivamente una realtà tanto oppressiva da soffocare ogni speranza.

Il fulcro del film risiede proprio in questa narrazione di un mondo in cui le donne appaiono come vittime inermi, quasi rassegnate alla brutalità degli uomini. Tuttavia, Delia non si sottomette al silenzio. Nonostante sembri accettare con apparente rassegnazione la sua condizione, nutre una speranza costante nel cambiamento. Attraverso lavori extra per “arrotondare” e conversazioni con amiche solidali, Delia lotta contro la violenza fisica subita, finché un evento inaspettato segna una svolta epocale: una lettera, la prima a lei indirizzata, altererà irrevocabilmente la sua esistenza.

Delia, apparentemente rassegnata, si trasforma in protagonista grazie alla sua forza interiore. Il contesto politico e sociale sta per subire una trasformazione epocale. Delia, con la sua forza e determinazione, si erge a protagonista attiva nella storia e nella sua vita, abbandonando il ruolo di spettatrice passiva.

Delia, le cui capacità di lettura e scrittura languono ai margini della sufficienza, è animata da un desiderio profondo e inestinguibile: nutre l’ambizione che la sua prole, in particolare la figlia, si elevi attraverso il sacro fuoco dell’istruzione, tracciando un sentiero di vita di gran lunga più fulgido e promettente di quello che il destino le ha finora riservato.

La narrazione di “C’è ancora domani” non è soltanto un viaggio attraverso la vita quotidiana del dopoguerra, ma si eleva a un’epopea morale che ci insegna come, nel corso del tempo, l’educazione per le donne abbia assunto un significato di portata ben maggiore rispetto al semplice ornamento di un abito nuziale.

Il tessuto di quest’ultimo, seppur ricamato con la più squisita maestria, non ha mai potuto conferire la vera emancipazione, quella che scaturisce dalla crescita intellettuale e culturale. È attraverso l’accesso e il successo nel regno della sapienza e del sapere che le donne, nelle decadi susseguentesi, sono riuscite ad acquisire un significativo ruolo sociale, non sempre, purtroppo coincidente con un progresso morale (si pensi ad un certo femminismo che ha puntato allo scardinamento della famiglia ed alla rivoluzione del costume sessuale), ma certamente un insostituibile risorsa per ogni duratura ricostruzione civile.

Daniele Onori

Share