Referendum sulla giustizia: comunque vada, la magistratura esce indebolita da una battaglia combattuta sul terreno sbagliato. Un’analisi lucida delle ragioni della crisi di credibilità e delle condizioni per una ricostruzione possibile.

Questo referendum non sarà un tornante banale; molto potrà cambiare, dentro e fuori la magistratura.

Ma, intanto, molto è già cambiato.

Il clima referendario ha innanzitutto reso evidente quello che le rilevazioni sociologiche davano già per acquisito, e cioè che nel corpo sociale è venuta ridimensionandosi progressivamente la cifra di autorevolezza della magistratura, percepita sempre più come un soggetto non più super partes ma portatore di una propria visione politica, con le conseguenze, in termini di contrazione dell’indice di affidabilità, oramai a tutti note.

La battaglia referendaria si è incentrata non tanto sulle questioni oggetto della riforma, quanto sul ruolo stesso della magistratura e sul rapporto fra quest’ultima e gli altri poteri, con ciò confermando di per sé un dato anomalo, e cioè l’oggettiva sovraesposizione del potere giudiziario, avvertito, a torto o a ragione, come protagonista della scena politica.

Non è un caso se questo referendum ha assunto una portata socialmente divisiva che rievoca altri che hanno segnato la storia del nostro Paese.

L’avere, inoltre, accettato, da parte della magistratura, specialmente quella associata, di trattare i temi della riforma non tanto per il testo  quanto per il contesto, ha finito per ratificare la collocazione della magistratura su un terreno sempre più estraneo alla sua costitutiva dimensione di interprete equanime della norma.

Anche il registro comunicativo ed i toni usati non si sono differenziati da quelli utilizzati dagli altri attori partitici.

E non vi è dubbio che, al di là delle buone intenzioni dei tanti che si sono spesi nell’agone referendario, gli accenti ultimativi, quasi apocalittici, della chiamata a raccolta, sono apparsi più come la strenua conservazione di una posizione di potere che come la difesa autentica di un assetto costituzionale (che peraltro la stessa magistratura aveva contribuito a cambiare, basti pensare al principio del giusto processo).

Comunque vada il referendum, ci sarà pertanto da ricostruire.

In primo luogo, ci sarà da ricostruire un rapporto con tutta quella parte del corpo sociale che, al di là delle invettive e degli anatemi, delle squalifiche etiche e delle sbrigative denigrazioni, rappresenta comunque una buona fetta di destinatari della risposta di giustizia. E che se avranno votato per la riforma, è ben possibile che lo avranno fatto non solo per disciplina di partito o per soggezione a vincoli di affiliazione. Ma per ben più serie ragioni.

Ci sarà da ricostruire (o meglio, da recidere) anche il rapporto con coloro che avendo guidato la battaglia contro la riforma, si aspetteranno magari di ricevere in cambio un sostegno dalla magistratura in un conflitto ben più impegnativo, quello cioè contro un governo da disarcionare.

Ci sarà da ricostruire il rapporto anche con i non pochi magistrati che, senza esporsi, confidavano nell’approvazione della riforma, come occasione per una scossa interna, come speranza di cambiamento (peraltro, già pronunciandosi in tal senso in un referendum indetto dalla magistratura associata).

Ci sarà, in definitiva, da ricostruire e tanto, quando, ad urne chiuse, riemergeranno, in tutta la loro drammaticità, le criticità che affliggono una risposta di giustizia avvertita, e non da adesso, come inadeguata e terribilmente distante dal comune sentire. E non solo per carenza di risorse materiali, quanto soprattutto per una eclissi morale.

E sia che sarà passata la riforma, sia che sarà stata bocciata, non vi è dubbio che sarà la magistratura a pagare il conto più salato e dovrà necessariamente prendere atto della ineludibilità di un’inversione di rotta.

Non basteranno rimedi approssimativi nè mozioni congressuali.

Occorrerà attingere alle ragioni più profonde del rendere giustizia, riscoprire il senso del limite, riassumere un respiro istituzionale, abbandonare malintesi atteggiamenti elitari, rimettere al centro la persona e i suoi diritti.

Se in questo la magistratura avrà coraggio, ne guadagnerà in stima e prestigio. 

Potrà svolgere il suo insostituibile ruolo di tutore delle regole, senza apparire come usurpatore di poteri altrui.

E se lo farà non vergognandosi dell’inevitabile imperfezione dell’umano, avrà sicuramente il sostegno che si accompagna ad ogni sacrificio disinteressato.

Non è semplice la risalita.

E non è piacevole ritrovarsi fra le macerie.

Abbiamo però un patrimonio cui attingere, di ideali e di esempi.

È tempo di onorarlo.

Domenico Airoma

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