Lo scorso venerdì 28 febbraio 2025 il Prof. Mauro Ronco, presidente del Centro Studi Rosario Livatino, è stato insignito del 42° premio internazionale “Medaglia d’oro al merito della cultura cattolica”, istituito nel 1983 dalla Scuola di cultura cattolica di Bassano del Grappa. La cerimonia ha offerto al Professore anche l’occasione per rispondere ad alcune delle domande predisposte dal nutrito gruppo di giovani che animano la menzionata Scuola.

Nella giornata di venerdì 28 febbraio 2025 è stato conferito al Prof. Mauro Ronco, presidente del Centro Studi Rosario Livatino, il 42° premio internazionale “Medaglia d’oro al merito della cultura cattolica”, istituito nel 1983 dalla Scuola di cultura cattolica di Bassano del Grappa.

La cerimonia si è svolta presso il Teatro Remondini, alla presenza dell’On.le Nicola Finco, Sindaco di Bassano del Grappa, e delle principali autorità ecclesiastiche e accademiche del territorio. Sul palco, accanto al Prof. Ronco, l’Ing. David Bozzetto, presidente della Scuola di cultura cattolica, il Prof. Sergio Belardinelli e il Prof. Lorenzo Ornaghi, presidente della giuria, il quale ha definito Mauro Ronco «uno degli interpreti più autentici e autorevoli del pensiero cattolico contemporaneo. Giurista insigne, scrittore versatile e polemista acuto, è figura di riferimento per tutti coloro che, in questa nostra epoca soffocata dalla dittatura del relativismo, intendono dare testimonianza alla verità nel campo del diritto, della cultura e della società».

E’ toccato, quindi, al Prof. Belardinelli animare l’evento, sottoponendo al vincitore del premio alcune delle domande che i tanti giovani presenti avevano predisposto per il Prof. Ronco, il quale – con la consueta lucidità e profondità di pensiero – ha offerto loro risposte dense di elementi di riflessione e di direttrici d’azione.

Alla domanda «nella sua esperienza di avvocato penalista, studioso del diritto, quanto ha inciso e in che modo il suo essere cristiano?» l’insigne giurista ha risposto «molto» e spiegato che l’etica è strettamente legata alla giustizia; una convinzione, questa, maturata attraverso l’esperienza di avvocato penalista, che lo ha posto in una prospettiva privilegiata per osservare nella storia delle persone – soprattutto di quelle che cadono sotto la scure della legge penale – la coesistenza di bene e male, sollecitandolo a ricercare e valorizzare il primo in ogni singola vicenda da lui trattata.

Il termine “giustizia” è il filo conduttore lungo il quale si dipana anche la risposta al secondo quesito posto al Prof. Ronco: siamo oggi all’altezza di Rosario Livatino? Secondo il Professore, la magistratura italiana, a partire dagli anni ottanta, ha compiuto grandi passi avanti nella lotta alla criminalità organizzata, grazie al sacrificio e al contributo di molti magistrati coraggiosi. Tra questi, Rosario Livatino, magistrato che operava in un piccolo centro, Agrigento, animato dal desiderio di rendere giustizia e dalla convinzione che «l’uomo giusto può creare giustizia».

Oggi disponiamo di forze tecnicamente valide per contrastare il fenomeno mafioso, occorre però che questa «consapevolezza contro la metastasi mafiosa, contro la metastasi della criminalità, si accresca da punto di vista etico, si acquisisca la consapevolezza che questa battaglia non è veramente una battaglia di poteri ma è una battaglia per la verità e la giustizia»; da questo punto vista occorre fare qualche passo avanti anche all’interno della magistratura e in questo senso il Beato Rosario Livatino costituisce un modello per giudici e avvocati, affinché si acquisisca la consapevolezza che il fondamento del diritto sta nella giustizia.

Etica, verità e giustizia sono termini che ricorrono spesso nel linguaggio di Ronco e che riconducono, d’altro canto, direttamente al messaggio cristiano (“io sono la via, la verità e la vita”): nel quotidiano della professione, nelle arringhe più animate, si deve tener presente la persona, la sua creaturalità di essere fatto a immagine e somiglianza di Dio, anche quando si sia reso responsabile di delitti.

A una prima parte dedicata ai temi di portata più generale, ha fatto seguito una seconda sessione di domande concernenti argomenti di scottante attualità, primo fra tutti il “fine vita”. Di fronte allo scenario di una possibile sconfitta dei cattolici, il Prof. Ronco ha rivendicato con orgoglio che sul “fine vita” «il mondo cattolico e anche non cattolico italiano ha resistito coraggiosamente», se è vero che anche nel 2022 la Corte costituzionale ha ribadito il principio della sacralità della vita, valorizzando il ruolo delle cure palliative. Se confrontiamo la situazione italiana con quella di altri ordinamenti – quello olandese, per esempio, dove oggi si è giunti a discutere di eutanasia anche in caso di c.d. completed life – dobbiamo constatare che in Italia il senso sacralità della vita è tuttora vivo e vitale e ci consente di affermare che «non è perduta la battaglia per la tutela della vita».

Quindi, il conservatorismo: «è possibile l’affermarsi di una cultura politica conservatrice che si rifaccia alla tradizione del magistero e alla dottrina sociale della Chiesa in grado di esprimere un consenso che possa avere un peso nell’arena pubblica e anche dal punto di vista elettorale?». Per rispondere, Ronco rimanda all’enciclica Sollicitudo rei socialis di San Giovanni Paolo II, ove il Santo Padre esortava per l’appunto a riscoprire il magistero sociale della Chiesa nella sua integralità, non solo come risposta alle tendenze totalitarie del socialcomunismo e del nazionalsocialismo ma anche in chiave critica verso le dottrine liberali e individualistiche. Ronco cita anche la Costituzione, il cui articolo 41 al primo comma afferma che «l‘iniziativa economica privata è libera», ma al secondo precisa che essa «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale»: vi è dunque un interesse comune oltre il quale l’autonomia individuale e il profitto individuale non possono andare. Se il mondo cattolico vuole riscoprire la dottrina sociale «ha dei terreni enormi da coprire, degli impegni enormi da sviluppare, anche rinnovando il modo di fare politica» e recuperando questo solidarismo, in chiave anti-indifferentistica, senza però trasformarlo in utopismo e inganno,  integrandolo «nel concetto fondamentale della libertà individuale dell’arricchimento delle persone grazie al lavoro e all’abilità individuale».

Infine, il rapporto tra politica e magistratura: i giovani di Bassano chiedono al Prof. Ronco quale sia la sua posizione in merito alle ripetute “invasioni di campo” che la magistratura negli ultimi anni si è concessa con riguardo ai temi eticamente sensibili. Ronco riconosce la complessità della domanda e risponde muovendo da un dato storico: le costituzioni del dopoguerra, compresa la costituzione italiana, hanno «aperto degli spazi particolari alla giurisprudenza. Cioè, il principio della legalità, della legge dello Stato che domina su ogni campo dell’economia, del diritto» è decaduto per ragioni intrinseche, perché è un presidio non del tutto vero, nel senso che «la legalità è un presidio verso la giustizia ma non è un presidio assoluto perché la legge deve esser giusta prima di essere approvata con determinate tecniche. Prima della legalità in senso formale sta la legalità in senso sostanziale, cioè sta la giustizia» e «a dire giustizia non sono solamente i parlamenti, ma sono anche i giudici, sono anche gli avvocati, è la società nel suo insieme che dice ciò che è giusto, non è soltanto la legge».

Il principio del primato assoluto della legge,«sostenuto dal positivismo giuridico in epoca liberale e soprattutto in epoca totalitaria, è decaduto per la sua debolezza intrinseca. Quello che conta è che la legge sia giusta: quindi la tendenza anche delle Corti di dire giustizia, in maniere delle volte anche difforme al legislatore, non è qualcosa di malsano in sé»; quello che «è malsano è la pretesa di fare a meno della legge, di fare a meno del legislatore, di andare oltre il legislatore seguendo l’ideologia».

Qual è, allora, il nostro compito? Il compito «dei cattolici, degli uomini di buona volontà e comunque dei realisti … è inserirsi in questo dibattito e operare per le leggi giuste, nell’interpretazione prima ancora che nella legislazione», in una chiave di ritorno il più possibile al diritto naturale, perché «è il diritto naturale – la conoscenza, come diceva Ulpiano, delle cose divine e umane – la conoscenza di queste cose che fornisce le basi per la corretta e vera interpretazione delle norme giuridiche».

Angelo Salvi

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