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Con la sentenza n. 43846 del 29.9.2023 e depositata in data 31.10.2023 (Presidente Beltrani, relatore Aielli), la seconda sezione penale della Corte di Cassazione torna a scandagliare il perimetro applicativo dei maltrattamenti in famiglia. Per i giudici di legittimità, infatti, il reato è configurabile anche allorquando la convivenza sia cessata ma permangono rapporti dovuti alla presenza del figlio minore.

La vicenda che qui si annota per meritevolezza dei contenuti, trae origine dal ricorso proposto dall’imputato avverso la sentenza della Corte d’Appello di Roma, che in data 26/10/2022 confermava la condanna inflitta all’uomo dal giudice di prime cure alla pena ritenuta di giustizia per i delitti di maltrattamenti in famiglia e rapina aggravata in danno della vittima, nonché dei delitti di minaccia aggravata, percosse e danneggiamento, così riqualificata l’originaria imputazione di cui all’art. 612 bis c.p., nei confronti del ricorrente, con la recidiva reiterata specifica.

Tra i motivi di gravame formulati dall’imputato a sostegno del ricorso, spicca, tra le altre, la censura mossa ai giudici d’appello in ordine all’erroneo inquadramento delle condotte poste in essere dall’uomo nell’alveo dei maltrattamenti in famiglia ex art. 572 c.p., anziché nella fattispecie di atti persecutori di cui all’art. 612 bis c.p..

Lamentava, invero, il ricorrente, che la Corte d’Appello non aveva tenuto in debita considerazione la circostanza fattuale che il rapporto di convivenza tra lo stesso e la vittima era cessato facendo venire meno la configurabilità del delitto di maltrattamenti, non essendo peraltro dirimente, a tal proposito, la presenza del figlio minore della coppia durante le violenze.

A corredo di siffatte doglianze veniva sottolineata, inoltre, la sporadicità dei litigi avvenuti tra i due conviventi e di per sé inidonei a configurare, per carenza dell’elemento strutturale dell’abitualità, il delitto di maltrattamenti.

Ricostruita in termini succinti la questione posta al vaglio della Suprema Corte, è ora possibile prendere in esame i passaggi motivazionali a sostegno della decisione di rigetto del ricorso proposto dal ricorrente.

I giudici di legittimità, infatti, nel destituire di fondamento le censure formulate dall’imputato, hanno anzitutto rilevato come la Corte d’Appello, dopo un’attenta analisi in fatto della fattispecie portata al suo esame, abbia ritenuto sussistente il delitto di cui all’art. 572 c.p., mettendo in rilievo come il ricorrente avesse posto in essere la condotta maltrattante nei confronti della vittima ed in presenza del figlio minorenne in costanza di convivenza, dal momento della scarcerazione, quando egli è tornato a vivere con la donna, fino al momento della rinnovata detenzione. 

Dunque, secondo i giudici di legittimità, la Corte d’Appello di Roma ha risposto correttamente alle doglianze formulate dal reo circa l’inconfigurabilità del delitto di maltrattamenti dovuto al successivo venire meno della convivenza tra i due rilevando che, in base alla giurisprudenza di legittimità, sebbene non univoca, “il delitto di maltrattamenti famiglia assorba quello di atti persecutori quando, nonostante l’avvenuta cessazione della convivenza, tra i soggetti permanga un vincolo assimilabile a quello familiare, in ragione di una mantenuta consuetudine di vita comune o dell’esercizio condiviso della responsabilità genitoriale ex art. 337-ter c.c.”.

Nel caso di specie, invero, è stato affermato che è configurabile il delitto di maltrattamenti in famiglia anche in danno di persona non convivente o non più convivente con l’agente, quando quest’ultimo e la vittima siano legati da vincoli nascenti dal coniugio o dalla filiazione (ex multis Sez. 6, n. 33882 del 08/07/2014, Rv. 262078; Sez. 2, n. 39331 del 05/07/2016, Rv. 267915).

Più in dettaglio, la S.C. ha osservato che “la perdurante necessità di adempiere gli obblighi di cooperazione nel mantenimento, nell’educazione, nell’istruzione e nell’assistenza morale del figlio minore naturale derivanti dall’esercizio congiunto della potestà genitoriale, implica necessariamente il rispetto reciproco tra i genitori anche se non conviventi” (Sez. 6, n. 7259 del 26/11/2021, Rv. 283047). Ed è proprio a tali principi che si è ispirata la Corte territoriale che con motivazione in tutto aderente alle risultanze emerse in sede processuale ai fini della configurabilità del delitto di maltrattamenti in famiglia, ha evidenziato non solo la situazione di ”sicura convivenza” tra il l’imputato e la sua convivente nel periodo nel quale si erano verificati gli episodi violenti e vessatori, ma anche la circostanza che una volta cessata la convivenza detta condotta illecita era proseguita dando luogo al delitto in discorso, in ragione del perdurante vincolo familiare esistente tra i soggetti dovuto alla presenza del figlio minore.

La presenza di un siffatto ed inequivocabile indice fattuale, letto secondo un’apprezzabile logica di favor minoris dotato di copertura normativa al più alto livello costituzionale e internazionale, funge  da traino per un’interpretazione estensiva e non già analogica del raggio applicativo del delitto di maltrattamenti.

In effetti, seguendo il ragionamento della S.C., nel caso in scrutinio non si è trattato di dare ingresso, attraverso l’estensione della portata applicativa della norma incriminatrice, ad una interpretazione analogica in malam partem, peraltro non consentita in materia penale (al riguardo la Corte costituzionale con sentenza n. 98 del 2021, ha ammonito dal rischio che l’esercizio del potere del giudice di qualificare i fatti ai sensi dell’art. 572 c.p., anziché ai sensi dell’art. 612 bis c.p., possa determinare una violazione del principio di tassatività sancito dall’art. 25 Cost., che impone che “in materia penale il possibile significato letterale della legge fissa il limite estremo della sua legittima interpretazione”). Piuttosto, si è proceduto a valorizzare nel contenitore processuale un dato di fatto: la presenza del figlio minore come elemento dimostrativo della persistenza del vincolo di natura familiare, posto che entrambi i genitori, nonostante la separazione e la cessazione della convivenza, condividono obblighi di mantenimento e di formazione del figlio minore e cioè una comunanza di vita improntata a reciproca civile collaborazione.

Pertanto, alla stregua dei suddetti rilievi giuridici e fattuali la Cassazione, nel confermare in pieno le statuizioni dei precedenti giudizi di merito, ha rigettato il ricorso condannando inoltre il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Avvocato Giuseppe Paci

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