fbpx

Non posso che essere d’accordo con chi ha proposto il metodo coreano (Corea del Sud) davanti all’emergenza della pandemia in corso. Stazioni mobili per i test, visite nelle abitazioni, controlli in strada e agli automobilisti nelle macchine, uso di App per localizzare aree o edifici dove si trovano persone contagiate, termo-scanner all’entrata di ogni luogo di lavoro, nei negozi, nelle stazioni, negli aeroporti, mezzi di protezione individuale per tutti. Attenzione, però! Il metodo coreano non è solo un argine di fronte ad un fiume in piena, ma è un modo di essere. Si può condividere o meno, si possono smussare alcuni angoli forse troppo acuti per la nostra cultura (un livello molto alto di competitività che porta talora anche a scelte estreme), ma non si può non ammirare il loro modo di essere.  Ho avuto modo di conoscere la Corea del Sud e di innamorami del Paese e dei suoi abitanti, scoprendo una cultura piena di fascino. E vorrei descrivere il modo di essere di questo popolo attraverso tre parole: Disciplina, Rispetto, Lungimiranza.

Disciplina. Era il 2007 e per la prima volta mettevo piede in un Paese orientale. Dopo una prima fase di sgomento all’aeroporto, alla ricerca di qualche indicazione in una lingua comprensibile, ho trovato ad attendermi l’allora mio Dottorando e oggi Direttore del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica della Corea a Seoul. Con lui c’erano altri due giovani, che avevano studiato nel nostro Paese e che parlavano perfettamente italiano. Le strade di Seoul erano affollate e le file di macchine ai semafori lunghissime, ma tutti aspettavano in silenzio il proprio turno per passare. Un silenzio surreale per un italiano. Ad un tratto, il mio Dottorando ha osato suonare il clacson. Gli altri due giovani lo hanno guardato con il viso accigliato e gli hanno detto: “Si vede che sei stato troppo tempo (ndr. 4 anni) in Italia!”. Stavo per sprofondare dalla vergogna, ma come dare loro torto?

Un popolo disciplinato, come ho avuto modo di constatare anche quando sono entrata in aula all’Università. Gli studenti mi aspettavano in piedi, in assoluto silenzio, e si sono seduti solo quando l’ho chiesto io. In Italia? Quando entro in un’aula italiana, vivo – ogni volta – l’esperienza dell’unica particella di sodio di una nota acqua minerale italiana. Non mi guarda né mi vede nessuno: altro che silenzio assoluto. Cosa voglio dire con questo? Al popolo della Corea del Sud è stato detto “state a casa”. E tutti hanno rispettato il periodo di quarantena. Non sono state necessarie strategie della paura, sanzioni, impiego delle Forze dell’ordine per far rispettare le regole. Certamente, ci sono stati almeno due importanti episodi di disobbedienza ai divieti di assembramento e in modo particolare il picco di contagi tra i seguaci del culto Shincheonji che ha fatto impennare il numero degli ammalati nel Paese, ma il resto del popolo ha osservato da subito la più stretta quarantena.

La disciplina è un loro modo di essere, fa parte del loro DNA. Essere disciplinati non significa essere tristi, non saper ridere o non amare la compagnia. Essere disciplinati significa capire che il proprio bene e il bene di tutti gli altri sono inestricabilmente intersecati. Essere disciplinati non è un dato, è una conquista. Anche dell’educazione.

Rispetto. Sono tornata altre due volte a Seoul negli ultimi anni. In una delle due occasioni per un Convegno dedicato al tema dello stress da gentilezza. Quando ho letto il titolo, mi è venuto da sorridere e un pensiero veloce ha attraversato la mia mente. E dove sta il problema? Invitiamo il popolo coreano in vacanza in Italia, dove la gentilezza è un reperto oramai del Jurassico e così li aiutiamo a superare lo stress. La gentilezza muove, innanzitutto, dal rispetto dell’altro. L’inchino, che corrisponde al nostro abbraccio, è la massima forma di rispetto nei confronti dell’altro. Ed è anche rispetto nei confronti dei bisogni dell’altro, di chi è più anziano, di chi è detentore di quel patrimonio di ricordi, di emozioni, di vita, che fanno la storia di ogni cultura. Rispetto è anche accettazione delle regole, perché in una società senza regole è impossibile vivere.

Lungimiranza. Non potevo tornare in Italia senza regali per le mie figlie, senza portare un assaggio di quel Paese così lontano nello spazio e nella cultura dalla nostra Italia. I negozi sono aperti tutta la notte, perché di giorno si lavora in modo indefesso. Forse, questo è uno degli angoli che suggerirei di smussare. La vita è anche lavoro, non solo lavoro! Con il mio Dottorando e gli altri due giovani abbiamo attraversato la città di sera. Bellissima, piena di luci, di palazzi così alti da non vedere la fine. Arrivati su un ponte, mi ha colpito un particolare. Per tutta la sua lunghezza, il ponte era coperto. Una copertura massiccia. Che strano! Ho chiesto “perché il ponte è coperto?”. La risposta è stata immediata “Perché se bombardano la città, abbiamo la speranza che non vengano interrotte le vie di comunicazione che in quel caso sono fondamentali”. Questa è lungimiranza! Come la lungimiranza che non ha fatto abbassare la guardia dopo l’epidemia di MERS, che ha colpito anche la Corea del Sud nel 2015 e che ha trovato allora impreparato il Sistema Sanitario del Paese. L’approvazione di nuove leggi, che riducono le lentezze della burocrazia, la riorganizzazione del sistema sanitario e una particolare attenzione alla medicina di comunità, hanno consentito di intervenire con tempestività e in modo risolutivo. Avrà, senza dubbio, contribuito il timore per la vicinanza alla Cina, ma non solo.

La posta in gioco è troppo alta. È la vita di intere popolazioni. E non c’è tempo da perdere! Se il metodo coreano ha funzionato per la Corea del Sud, ben venga l’uso del metodo coreano in Italia e negli altri Paesi. Senza dimenticare, quando si riuscirà a superare questa terribile emergenza, che il “metodo” dovrà diventare un modo di essere fatto di disciplina, rispetto e lungimiranza. Da parte dei singoli e – soprattutto – da parte di chi ha ruoli di governo e ha, quindi, la responsabilità della vita degli altri. Ricordando sempre che – in un mondo globalizzato – nessun Paese è abbastanza lontano e che un pericolo per la salute in un Paese è un pericolo per tutti gli altri.

Prof.ssa Maria Luisa Di Pietro
Associato di Medicina Legale
Dipartimento Scienze della Salute della Donna, del Bambino e di Sanità Pubblica
Direttore Centro Ricerca e Studi sulla Salute Procreativa
Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma

Share