fbpx

Un mestiere difficile quello del magistrato: la definizione è del maestro lavorista Giuseppe Pera, che così intitolò un suo libro autobiografico del 1967, per raccontare la sua esperienza di circa nove anni trascorsi in magistratura prima del passaggio in Università. In questo agile volume, egli indica nell’indipendenza la caratteristica che rende più affascinante e invidiabile il ruolo del magistrato nella società. “Egli non ha né gerarchi né padroni, ma lo domina costituzionalmente solo il dovere di attenersi, secondo coscienza ed equità, al precetto di legge”.

Il concetto di indipendenza non deve essere riferito, quindi, soltanto al rapporto tra la magistratura con gli altri poteri dello Stato, perché l’indipendenza ha una connotazione anzitutto soggettiva, relativa al singolo magistrato, il cui compito istituzionale  è quello di “operare avendo come unico metro e limite la legge”, in ossequio al precetto costituzionale dell’art. 101.

Che cosa deve intendersi, allora, per indipendenza del magistrato in senso soggettivo e non come insieme di guarentigie che lo proteggono dal rischio di invasioni di campo da parte di altri poteri dello Stato e, in particolare, da parte del potere esecutivo?

L’indipendenza del magistrato si esprime, anzitutto, nella correttezza dei rapporti con il contesto sociale ed economico in cui opera, affinché non si possa neppure sospettare che il suo operato sia condizionato o condizionabile da relazioni che, anche senza assurgere a dimensioni rilevanti sul piano disciplinare o penale, restituiscano tuttavia l’immagine di un magistrato che renda decisioni sotto l’influsso di inclinazioni o simpatie di natura personale.

L’indipendenza del magistrato risiede nella concezione istituzionale del proprio ruolo e nel contenimento della propria personalità, ove la stessa possa mortificare la valenza pubblica del suo ruolo. Mi è capitato recentemente di imbattermi in una pronuncia di un giudice, redatta su carta recante a piè di pagina su ciascun foglio il nome del magistrato giudicante, come se si trattasse di un foglio di corrispondenza privata, e sottoscritta indicando come luogo della pronuncia quello dell’abitazione privata dell’estensore e non quello del tribunale, unico luogo, invero, da cui può promanare istituzionalmente la decisione.

L’indipendenza del magistrato si manifesta e si misura dalla resistenza alla tentazione dell’esposizione mediatica, non soltanto nelle esternazioni alla stampa o ai mass-media, ma anche dall’autolimitazione nelle relazioni soggettive amicali con i giornalisti, che risultano talvolta insolitamente destinatari di notizie attinte da fascicoli giudiziari.

L’indipendenza del magistrato si realizza nella capacità di interpretare il proprio ruolo col rigore della distanza dalle proprie concezioni ideologiche o politiche nell’interpretazione e applicazione della legge. Amministrare la giustizia in nome del popolo, come indica e impone la Costituzione, significa anzitutto rispettare la volontà popolare che, in un sistema di democrazia rappresentativa, è la volontà che si manifesta nelle leggi approvate dalle assemblee parlamentari e anche nell’astensione dal legiferare in una determinata materia o in un determinato modo. La c.d. inerzia legislativa – troppo spesso dispregiativamente stigmatizzata in provvedimenti giudiziari o in pronunciamenti del giudice delle leggi – deve essere rispettata anch’essa come manifestazione della volontà popolare, alla quale non può indebitamente sostituirsi la c.d. supplenza giudiziaria (espressione, al contrario, utilizzata spesso con malcelata benevolenza culturale).

L’indipendenza del magistrato – che coincide, quindi, col rispetto della legge in quanto espressione della volontà popolare – è incompatibile non soltanto con il famigerato e accantonato “uso alternativo del diritto”, ma anche col più subdolo uso propulsivo del diritto, col diritto inteso come strumento di progresso e di attuazione di una presunta, ma assolutamente relativa, coscienza sociale.

Un grande figura di magistrato come Rosario Livatino affermò che “non vi può essere relazione alcuna tra l’immagine del magistrato e la società che cambia, nel senso che la prima non dovrà subire modificazione alcuna, quali che siano i capricci della seconda”. Il magistrato indipendente non può essere, quindi, un “sensore sociale”, “chiamato ad assecondare i cambiamenti, eliminando gli ostacoli ai pretesi mutamenti sociali”.

Il relativismo soggettivistico, immanente a questo modo di interpretare il ruolo del Giudice, non risparmia talvolta neppure la Carta costituzionale, nel cui ambito si pretende di selezionare il valore delle diverse norme, invocando quelle che possono coadiuvare la funzione propulsiva dell’interpretazione innovativa e relegando altre – penso all’art. 29 e al ruolo centrale del matrimonio nella concezione costituzionale della famiglia – alla posizione di sterili retaggi di un non rimpianto passato.

L’abbandono di questo aspetto dell’indipendenza del magistrato – quello attinente alla rigorosa osservanza della norma positiva, perché vigente o perché voluta ancora vigente – finisce col realizzare quella “segreta rivoluzione” che – secondo la definizione dello studioso tedesco Ruthers[1] – si sta verificando ormai negli ordinamenti europei, attraverso la trasformazione dello Stato di diritto a base legislativa in uno Stato di “diritto giurisprudenziale”

Non entrerò, in questo mio intervento, nella delicata questione del rapporto tra magistratura e potere esecutivo o al tema della separazione delle carriere: altri, meglio di me, lo hanno fatto e lo faranno. Mi limito a far confluire nel dibattito – all’indomani di un triste anniversario, che ha segnato la storia della magistratura e dell’intero Paese – e ricordare il pensiero di Giovanni Falcone, secondo cui “disconoscere la specificità delle funzioni requirenti rispetto a quelle giudicanti, nell’antistorico tentativo di continuare a considerare la magistratura unitariamente, equivale paradossalmente a garantire meno la stessa indipendenza e autonomia della magistratura, costituzionalmente garantita sia per gli organi requirenti che per gli organi giudicanti”.

Pongo, invece, da ultimo, un quesito che attiene al tema della formazione, e cioè se sia possibile ipotizzare una formazione dei giovani magistrati rispetto al valore dell’indipendenza. Credo che occasioni di confronto su questi aspetti siano addirittura doverose, non soltanto se relative al ruolo e alla concezione del giudice in una democrazia rappresentativa, ma soprattutto se incentrate su aspetti apparentemente deontologici, ma che delineano la geometria dell’indipendenza del singolo magistrato, che deve necessariamente caratterizzare l’intera sua carriera. Occorre diffondere, quindi, una cultura dell’indipendenza come componente essenziale della cultura della giurisdizione. Tornando a Livatino, egli affermava che “l’indipendenza del magistrato è nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività …Il giudice di ogni tempo deve essere ed apparire libero e indipendente, e tanto può essere ed apparire ove egli stesso lo voglia e deve colerlo per essere degno della sua funzione e non tradire il suo mandato”.

Prof. Mauro Paladini
componente direttivo Scuola Superiore della Magistratura 


[1] Ruthers, Die heimliche Revolution vom Rechtsstaat zum Richterstaat, Tubingen, 2014.

Share