Il presente contributo propone una lettura di 8½ come opera paradigmatica della crisi dell’identità e dell’autenticità nell’uomo contemporaneo, alla luce di alcune categorie centrali della filosofia morale moderna e contemporanea. Attraverso un confronto implicito con il pensiero di Sartre, Kierkegaard e Nietzsche, il film viene interpretato come rappresentazione della tensione tra libertà e responsabilità, tra autoinganno e verità, tra nichilismo e possibilità etica. La figura di Guido Anselmi emerge come emblema di una soggettività incapace di scegliere, sospesa tra molteplici possibilità non realizzate. L’analisi evidenzia come la crisi creativa del protagonista sia, in realtà, una crisi morale, e come l’accettazione finale della propria frammentazione apra uno spazio problematico ma autentico per l’agire etico.

  1. Introduzione: la crisi del soggetto nella modernità

Guido, regista affermato, si rifugia in una stazione termale mentre tenta di concepire il suo nuovo film. Tuttavia, ciò che dovrebbe essere un momento di creazione si trasforma in una spirale di ricordi, fantasie e visioni. Le donne della sua vita:la moglie, l’amante, le figure idealizzate si intrecciano in un mosaico che rivela la sua incapacità di amare autenticamente.

Il film non segue una narrazione lineare: sogni e realtà si confondono, mettendo in crisi non solo il protagonista ma anche lo spettatore. Questa frammentazione narrativa riflette la disgregazione interiore di Guido. Ogni tentativo di costruire un senso artistico o morale si infrange contro la sua tendenza a fuggire, a mentire, a evitare il confronto con la verità.

In una delle sequenze più emblematiche, Guido immagina un harem in cui tutte le donne della sua vita convivono sotto il suo controllo. Qui emerge con chiarezza la sua visione immatura e possessiva delle relazioni: un universo in cui il desiderio prevale sulla responsabilità. Tuttavia, questa fantasia si dissolve rapidamente, mostrando la fragilità del suo dominio illusorio.

può essere interpretato come una meditazione cinematografica sulla crisi del soggetto moderno, inteso come centro unitario di decisione e responsabilità. In un contesto storico in cui le grandi narrazioni etiche e religiose appaiono indebolite, l’individuo è chiamato a fondare autonomamente il senso della propria esistenza.

Tale condizione, lungi dall’essere liberatoria, si configura come profondamente problematica. Guido Anselmi incarna questa difficoltà: egli è formalmente libero, ma esistenzialmente incapace di esercitare tale libertà. La sua crisi non è contingente, bensì strutturale, e riflette una più ampia condizione di disorientamento morale tipica della modernità avanzata.

2. Sartre e la “cattiva fede”: fuga dalla responsabilità

La categoria sartriana di “cattiva fede” offre una chiave interpretativa privilegiata per comprendere il comportamento di Guido. Secondo Jean-Paul Sartre, l’essere umano è condannato alla libertà: non può sottrarsi alla necessità di scegliere, e ogni tentativo di negare questa condizione costituisce una forma di autoinganno.

Guido si trova precisamente in questa situazione. Egli si rappresenta come vittima delle circostanze: pressioni produttive, aspettative affettive, crisi creative, ma in realtà utilizza tali elementi come alibi per evitare la decisione. La sua inattività non è una sospensione neutra, bensì una scelta implicita: quella di non assumere responsabilità.

In questo senso, la sua crisi artistica appare come un sintomo della sua inautenticità. Creare un film significherebbe affermare una visione del mondo, e dunque esporsi al rischio del giudizio. Guido preferisce rimanere in una condizione di indeterminazione, che gli consente di preservare tutte le possibilità senza realizzarne nessuna.

3. Kierkegaard e l’angoscia della scelta

Se Sartre consente di interpretare l’inautenticità di Guido, Søren Kierkegaard offre strumenti utili per comprendere la dimensione affettiva di tale condizione. L’angoscia, nel pensiero kierkegaardiano, non è semplicemente una paura, ma il sentimento della possibilità: la vertigine che accompagna la libertà.

Guido vive costantemente in uno stato di angoscia, che si manifesta nella sua incapacità di scegliere tra alternative concrete tra la moglie e l’amante, tra il passato e il presente, tra il film da realizzare e il silenzio creativo. Ogni scelta comporterebbe una perdita, e proprio questa consapevolezza lo paralizza.

La sua esistenza rimane così sospesa nello stadio estetico, caratterizzato dalla ricerca del piacere e dalla fuga dall’impegno. Tuttavia, Kierkegaard sottolinea che solo attraverso un “salto”, una decisione non pienamente giustificabile razionalmente, è possibile accedere a una dimensione etica. Guido, per gran parte del film, rifiuta di compiere questo salto.

4. Nietzsche e il nichilismo: la perdita di senso

La crisi di Guido può essere letta anche alla luce del nichilismo descritto da Friedrich Nietzsche, inteso come perdita dei valori tradizionali e incapacità di sostituirli con nuovi principi. In assenza di un orizzonte di senso condiviso, l’individuo rischia di cadere in una condizione di vuoto esistenziale.

Il protagonista di appare precisamente come un soggetto nichilista: egli non crede più in nulla, ma non è neppure in grado di creare nuovi valori. La sua immaginazione, pur ricca e vivace, non si traduce in un progetto significativo. Le sue fantasie, come la celebre sequenza dell’harem, rappresentano tentativi falliti di costruire un ordine simbolico alternativo.

Nietzsche individua nella figura dell’artista una possibile risposta al nichilismo, nella misura in cui egli è capace di “creare valori”. Tuttavia, Guido fallisce proprio in questo compito: la sua arte rimane potenziale, mai compiuta. Egli è un artista senza opera, e proprio per questo un simbolo della crisi moderna.

5. Struttura narrativa e frammentazione dell’io

La forma del film riflette e amplifica i temi filosofici sopra delineati. La compresenza di sogno, memoria e realtà produce una struttura frammentaria che mette in discussione l’idea di un io unitario.

Da un punto di vista morale, questa frammentazione implica l’assenza di un centro decisionale stabile. Guido non è un soggetto coerente, ma una molteplicità di impulsi e immagini. La sua identità è costantemente in costruzione, ma non giunge mai a una sintesi.

Questa condizione solleva una questione fondamentale: è possibile attribuire responsabilità a un soggetto così disgregato? Il film non offre una risposta definitiva, ma suggerisce che la responsabilità non dipende dall’unità dell’io, bensì dalla capacità di riconoscere e assumere la propria frammentazione.

6. La sequenza finale: tra accettazione e possibilità etica


La scena conclusiva, con la danza circolare dei personaggi, rappresenta un momento di svolta. Guido sembra abbandonare il tentativo di controllare e ordinare la propria esperienza, accettando invece la sua natura caotica e contraddittoria.

In termini kierkegaardiani, si potrebbe interpretare questo momento come un “salto”, non verso una fede religiosa, ma verso una forma di accettazione esistenziale. Dal punto di vista sartriano, esso potrebbe rappresentare un primo passo verso l’autenticità: il riconoscimento della propria libertà e responsabilità.

Nietzsche, infine, permetterebbe di leggere questa scena come un embrione di “amor fati”: l’accettazione del proprio destino, non come rassegnazione, ma come affermazione. Tuttavia, il film mantiene un’ambiguità fondamentale: non è chiaro se questa accettazione si tradurrà in un’effettiva trasformazione etica.

7.  L’etica come compito irrisolto

si configura come un’opera che non solo rappresenta una crisi morale, ma la mette in atto, coinvolgendo lo spettatore in un’esperienza di disorientamento e riflessione. Guido Anselmi non è un modello da imitare, ma una figura-limite, attraverso cui interrogare le condizioni della responsabilità nell’epoca moderna.

Il confronto con Sartre, Kierkegaard e Nietzsche consente di articolare questa crisi in termini filosofici: fuga dalla libertà, angoscia della possibilità, perdita di senso. Tuttavia, il film suggerisce anche una via, per quanto fragile: l’accettazione della propria inautenticità come punto di partenza per una possibile autenticità.

In ultima analisi, l’etica non appare come un sistema di norme, ma come un processo aperto, mai definitivamente compiuto. È proprio in questa incompiutezza che risiede, paradossalmente, la sua possibilità.

8. Conclusione: una prospettiva cristiana contro il non-senso

Se l’itinerario di Guido Anselmi, così come rappresentato in di Federico Fellini, può essere letto attraverso le categorie dell’esistenzialismo e del nichilismo, esso appare tuttavia incompiuto e, in ultima istanza, insufficiente qualora venga considerato alla luce di una prospettiva cristiana della morale. La crisi del protagonista, infatti, non è soltanto una crisi di autenticità o di libertà, ma può essere interpretata più radicalmente come una crisi del rapporto con la verità e con il senso ultimo dell’esistenza. Tale dimensione emerge con particolare evidenza negli episodi che coinvolgono la religione: Guido, da bambino, è segnato dal ricordo del collegio cattolico, dove l’incontro con i religiosi è vissuto non come esperienza viva di fede, ma come imposizione normativa e senso di colpa; analogamente, da adulto, il confronto con il cardinale alle terme si rivela sterile, incapace di offrire una risposta autentica alla sua inquietudine. In entrambe le situazioni, la religione appare come linguaggio distante, incapace di penetrare il dramma interiore del protagonista.

Nel pensiero cristiano, la libertà non è concepita come pura indeterminazione o come apertura indefinita alle possibilità, bensì come orientamento verso il bene e, in ultima istanza, verso Dio. In questa prospettiva, la condizione di Guido appare segnata da una libertà disordinata, incapace di finalizzarsi a un telos autentico. La sua incapacità di scegliere non è semplicemente angoscia davanti alla possibilità (come in Søren Kierkegaard), né soltanto fuga dalla responsabilità (come in Jean-Paul Sartre), ma esprime una più profonda perdita dell’orientamento al vero e al bene.

Il non-senso che attraversa l’opera non deve essere accettato come orizzonte inevitabile dell’esperienza umana. Al contrario, da un punto di vista cristiano, esso rappresenta il segno di una frattura: la separazione dell’uomo da una verità che lo precede e lo fonda. L’erranza di Guido, il suo continuo oscillare tra desiderio e menzogna, tra idealizzazione e disprezzo, trova un’ulteriore conferma nell’episodio della prostituta Saraghina, figura che nel ricordo infantile si intreccia con la colpa e la punizione religiosa: qui il desiderio viene immediatamente associato alla vergogna, contribuendo a una visione distorta tanto del corpo quanto del sacro. Questo cortocircuito tra eros e religione segna profondamente la sua incapacità adulta di vivere relazioni autentiche.

In questo senso, la sequenza finale del film, pur suggerendo una forma di riconciliazione, rimane ambigua e, da una prospettiva cristiana, insufficiente. L’accettazione della propria frammentazione non coincide con la redenzione. Essa può rappresentare un primo passo, una presa di coscienza della propria condizione, ma non costituisce ancora una risposta al problema del senso. Senza un riferimento trascendente, tale accettazione rischia di tradursi in una forma raffinata di rassegnazione.

La critica cristiana al non-senso non consiste in una negazione superficiale della crisi, ma in un suo superamento attraverso l’apertura alla trascendenza. Il senso non è prodotto dall’uomo, né può essere costruito arbitrariamente: esso è ricevuto. In questa prospettiva, la vera autenticità non coincide con l’autoaffermazione, ma con il riconoscimento di una verità che interpella il soggetto e lo chiama a una risposta.

Guido, dunque, appare come una figura tragicamente moderna: consapevole della propria frammentazione, ma incapace di trascenderla. Il suo fallimento non è soltanto esistenziale, ma spirituale. E proprio in questo fallimento si rivela, per contrasto, la necessità di un fondamento che il film intravede ma non esplicita.

In conclusione, può essere interpretato, da una prospettiva cristiana, come una diagnosi acuta ma incompleta della condizione umana: esso coglie con straordinaria lucidità il dramma della libertà senza verità, ma si arresta sulla soglia di una possibile risposta. La sua grandezza consiste nel porre la domanda; il suo limite, nel non indicare una via oltre il non-senso. Ed è proprio in questo spazio aperto che si inserisce la proposta cristiana: non come negazione della crisi, ma come promessa di un senso che non delude e che restituisce all’uomo la possibilità di una vita autenticamente compiuta.

Daniele Onori

Share