fbpx

Parte prima

Il saggio di Bruno Capponi, Legittimità, interpretazione, merito. Saggi sulla Cassazione Civile, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2023, recentemente pubblicato, è una raccolta di scritti sulla Cassazione e rappresenta più cose nello stesso tempo.

Certamente l’opera in commento è, in primo luogo, una chiara, razionale e profonda disamina dell’evoluzione (o involuzione?) della Suprema Corte nel tempo fino ai giorni attuali, passando dall’analisi delle varie componenti vettoriali che, partendo dal suo interno, hanno condotto alla fase attuale.

Ma, come suggerisce, volutamente, il titolo, tale brillante e schietto studio sul vertice della piramide della Giustizia civile, non può prescindere da un più ampio esame che coinvolga l’intera struttura del sistema processuale civile, comprendente anche la base del Colosso, il giudizio di merito (la “trincea” come capita spesso di dire), nonché il livello intermedio, per poi giungere fin lassù, al vertice della priamide, all’empireo  della Suprema Corte. Ed è proprio in forza di questo respiro ampio che il lettore riesce a comprendere intimamente le varie anime della Cassazione come ben descritte dall’Autore.

Ad opinione di chi scrive, il bel libro del prof. Capponi (quasi un pamphlet, nel senso positivo del termine, tanto è piacevole ed intuitivo alla lettura) ha ancor più valore, non solo per il detto ma, soprattutto, per il non detto e, cioè, per gli stimoli speculativi che non può non ingenerare nel lettore che abbia avuto esperienza – teorica ma anche e soprattutto pratica − delle dinamiche e(in)volutive del complesso apparato processual-civilistico italiano, così ben colte nel saggio in commento.

È così che chi abbia frequentato effettivamente (da magistrato o da avvocato) le aule di giustizia, non potrà non ritrovarsi nell’analisi storico-causale e funzionale dell’organo di vertice della giustizia nazionale, completando la propria lettura con spunti ulteriori tratti dal proprio vissuto concreto. E se tale osservazione vale in relazione alla base della piramide (il giudizio di merito), osservazioni analoghe potranno essere svolte anche per la dimensione (solo accennata nel libro di Capponi) che si colloca più in alto della piramide della Giustizia nazionale, sia in funzione dei massimi sistemi e dei principi che informano, o dovrebbero informare, lo Stato liberale montesqueiano, sia del livello sovraordinato transnazionale e supernazionale.

Un testo, quindi, che costituisce il punto di partenza per ulteriori interessanti approfondimenti e valutazioni che, in ogni caso, ciascuno di noi può essere stimolato a fare, prendendo spunto dalla superba base di analisi costituita dall’opera in commento.

Nei limiti ristretti di una recensione, non è certo possibile entrate nel merito dei caleidoscopici tratti che contribuiscono a comporre il ritratto dell’odierna Suprema Corte che vengono dettagliatamente delineati dall’Autore.

Si può, tuttavia, certamente dare atto del fatto che il portato dell’analisi di Capponi renda l’immagine di una Corte di Cassazione frutto di varie ed apparentemente contrastanti anime che alternano il loro contributo in varie direzioni, a volte apparentemente disorganiche, la cui presenza ed espressione è favorita da un Legislatore che si limita a porre regole generali “aperte”, spesso mal pensate e peggio costruite, non curandosi della effettiva e concreta regolazione di una Cassazione lasciata libera nella propria autonomia,  esercitata, a volte, discrezionalmente, ad usum proprio. Si, pensi, in questo senso, al mutamento genetico ad opera della interpretazione della Cassazione del vecchio art. 366 bis c.p.c.sul famigerato principio di diritto da formulare in ricorso, che da previsione finalizzata dal Legislatore a consentire al Giudice di Cassazione di giudicare meglio, diverrà, nelle mani della Cassazione, il principale strumento per giudicare meno, in ossequio alla priorità, dubbia dal punto di vista costituzionale, di scoraggiare con ogni mezzo l’accesso alla Giustizia, specialmente di secondo grado e di legittimità.

L’Autore dipinge magistralmente l’iter (spesso disorganico ed un po’ schizofrenico)che ha pervaso, riforma dopo riforma, interpretazione dopo interpretazione, l’evoluzione del ruolo stesso della Cassazione che, da Giudice del caso concreto (seppure di legittimità), è oggi sempre più organo apicale, proteso, da un lato a tentare di dominare un ruolo elefantiaco (alimentato costantemente dalla poca autorevolezza dei gradi di merito, sempre più spesso affidati a giudicanti non professionali), tramite l’esaltazione della politica del “respingimento”.

Ed è proprio il meccanismo del respingimento che viene ricostruito dall’Autore quale il fulcro della politica giudiziaria degli ultimi decenni: limitare il giudizio il più possibile ai vizi del processo (inammissibilità, improcedibilità) o ad un giudizio sommario e sbrigativo nel merito (manifesta infondatezza peraltro giudicata in forma monocratica). Nel contempo, la Cassazione viene investita di nuove funzioni, non più di incidenza eccezionale e straordinaria, sempre più avulse dal giudizio sul caso concreto ma tipiche di un organo che si relaziona direttamente con la Legge (e non col caso) per offrirne una sorta di interpretazione autentica, possibilmente vincolante per i casi futuri e non raramente “creatrice” di nuovo diritto in via interpretativa.

La Corte di Cassazione, quindi, attraversa oggi una delicata fase dal punto di vista identitario, frutto della evoluzione e della politica legislativa che ha riguardato la giurisdizione civile nel suo complesso ed, in primo luogo, la base della piramide che ha al suo vertice la Cassazione, nel suo ruolo base e tradizionale, Giudice di ultima istanza investito del giudizio di legittimità da intendersi come controllo sui precedenti giudizi di merito.

Dalla lettura del testo in commento, appare evidente come l’atteggiamento del Legislatore negli ultimi decenni, a fronte dell’aggravarsi dell’ingolfamento della macchina della giustizia, in parte fisiologicamente dovuto alla crescita del Paese dal punto di vista economici ed imprenditoriale, ma anche a cagione del costante taglio delle risorse destinate ad incrementare il servizio giustizia, abbia pensato di risolvere il problema limitandosi a frapporre ogni sorta di ostacolo in capo a cittadini ed avvocati all’accesso alla giustizia ordinaria.

Quindi, a fronte della concreta difficoltà/incapacità della macchina della giustizia ad assolvere la propria funzione costituzionalmente prevista, la risposta è consistita, non nel tentare di soddisfare la domanda, bensì nel disincentivare ed ostacolare l’accesso al servizio, quasi che il ricorrere al giudice, soprattutto d’appello, sia frutto di spirito inutilmente polemico e, quindi, da sospettarsi quale manifestazione in re ipsa di un vero e proprio abuso del diritto.

In questa prospettiva vengono analizzate le singole componenti che formano e danno sostanza alla c.d. politica del respingimento, la quale, dal punto di vista strategico, è basata su un concetto molto semplice: al cittadino è concesso un grado di giudizio che sfocia in una sentenza oggi, non casualmente, immediatamente esecutiva. Tutte le ulteriori iniziative della parte soccombente in primo grado sono evidentemente e concretamente disincentivate ed, addirittura, in certi casi, ferocemente sanzionate.

Il primo grado (seppur condizionato all’esperimento imposto di una serie di procedimenti para-amministrativi che, nella mente del  Legislatore, dovrebbero consentire la composizione preventiva della controversia ma il cui successo, nella realtà delle cose, dipende dal banale presupposto che per conciliare la seria intenzione debba sussistere in capo a tutte le parti!) diviene quindi oggi tendenzialmente il pilastro centrale della giustizia civile nazionale,  l’unica cartuccia concessa a chi voglia far valere i propri diritti senza dovere rinunciare preventivamente a parte di essi (conciliando), sia che sia un cittadino italiano, sia che si tratti di un investitore straniero.

In questa ottica, il giudizio di appello (non parliamo di quello di Cassazione!) assume oggi, nella architettura generale,  un ruolo ontologicamente sempre più marginale, gravato come è dalle crescenti condizioni all’accesso e privo di ambiti di manovra, a cagione dei limiti, sempre più estesi  al c.d. nuovo in appello: non, come anticamente,  un nuovo giudizio pieno (utile se il primo sia stato insoddisfacente, come le statistiche, nonostante tutto, attestano con una certa ricorrenza), ma un semplice controllo a giochi sostanzialmente chiusi in primo grado.

Se non fosse, come evidenziato dall’autore, che una politica di tale portata e contenuto sostanziale dovrebbe avere come presupposto un primo grado assolutamente efficiente, sicuro negli esiti, in quanto autorevole, e per ciò accettabile anche da parte del soccombente, mentre oggi di ciò i cittadini e i difensori non paiono molto persuasi.

Si comprende chiaramente come la Cassazione sconti oggi pesantemente tale impostazione di fondo, come comprovato dal susseguirsi delle varie riforme, nonché dalla propria opera di autoregolazione.

Stefano Cavanna

Share