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Nel film il Decalogo 5 si intrecciano tre storie: quella di un avvocato contrario alla pena di morte (Piotr), quella di un tassista e quella di un teppista (Jacek) che sta preparando una rapina. Le storie convergono nella seconda parte: il teppista sale sul taxi e, una volta fuori città, uccide il proprietario per rubargli l’auto. L’avvocato lo assiste nel processo, ma non riesce a evitargli la condanna a morte. Il film è una denuncia della pena di morte nella Polonia comunista guidata dal generale  Wojciech Jaruzelski , cui si accompagna una riflessione sulla natura della pena in generale, che non deve essere una forma di vendetta.

Jacek si presenta come un individuo dal discutibile comportamento: un individuo turbolento, una figura vandalica, completamente priva di rettitudine morale. Di contro, Piotr incarna un uomo di saldi principi, che nutre fede nella giustizia ma si oppone alla pena capitale, ritenendola inefficace. Fin dai tempi di Caino, egli sostiene che nessuna pena ha mai costituito un valido deterrente.

Durante l’esame di abilitazione da avvocato, Piotr si trova coinvolto in un intricato episodio quando Jacek, penetrando in un negozio di fotografia, espone una vecchia immagine di una giovane ragazza di circa dodici anni. Interroga la titolare sulla possibilità di risalire alle informazioni di una persona attraverso una fotografia, ma la titolare smaschera la richiesta come una menzogna. In seguito, senza apparente ragione, Jacek prende un taxi e compie l’omicidio del tassista, un individuo volgare e sgradevole.

Arrestato, Jacek si ritrova difeso in tribunale da Piotr, il quale, da poco diventato avvocato, non riesce a evitare la condanna a morte per il suo cliente. Nella disperazione, Piotr contatta Jacek mentre questi viene condotto in cella dai poliziotti.

Poco prima dell’esecuzione, Jacek chiede un incontro con Piotr. In quel momento, l’assassino non appare più così malvagio; confessa che sentirsi chiamare per nome da Piotr lo ha commosso e gli chiede di parlare con sua madre dopo la sua esecuzione e di essere sepolto nella tomba di famiglia.

Lacrimando, Jacek spiega che il trauma della morte della sua amata sorellina Marisha a soli dodici anni, investita da un suo “compagno di bevute” con un trattore, è la radice della sua malvagità.

La rabbia incontenibile nata da quel tragico evento aveva spinto Jacek a lasciare il paese e intraprendere una vita criminale. Le parole di Jacek penetrano il cuore di Piotr, che si sente colpevole per il suo fallimento e rafforza la sua convinzione che la pena capitale sia una barbarie.

Gli eventi successivi confermeranno solo ulteriormente questa convinzione. Nell’atto finale, Jacek si ribella all’impiccagione a cui è stato condannato all’ultimo secondo: calpesta e cerca disperatamente di sfuggire.

I poliziotti lo sopraffanno, riproducendo in un sinistro specchio il modo in cui Jacek aveva bloccato il tassista mentre compiva l’omicidio. La similitudine tra l’atto omicida di Jacek e quello compiuto dallo Stato sembra annullare ogni differenza.

Il nucleo tematico di questo episodio, situato strategicamente nel cuore della trama complessiva dell’opera, si concentra sull’imperativo apodittico di Non uccidere. Questo elemento può essere riconosciuto come la premessa fondamentale che ha dato vita all’intero progetto del Decalogo[1]

L’avvento della legge marziale nel 1982 in Polonia, con l’introduzione della pena capitale, segna un punto di svolta significativo nella carriera registica di Kieślowski. La situazione politica critica costringe il regista a confrontarsi con la realtà circostante, impedendogli di sfuggire al presente. Sentendosi investito di un primo dovere, in quanto intellettuale indipendente dal potere, Kieślowski si impegna a riflettere sulle contingenti crisi che stanno colpendo la sua nazione.

La legge marziale in Polonia abbraccia un periodo che va dal 13 dicembre 1981 al 22 luglio 1983. Durante questo intervallo, il governo comunista della Repubblica Popolare Polacca, guidata dal generale   Wojciech Jaruzelski, attuò in maniera drastica restrizioni sulla vita quotidiana attraverso l’imposizione della legge marziale. Questa decisione fu presa con l’obiettivo di reprimere l’opposizione politica, capeggiata dal movimento di Solidarność.

La legge marziale si tradusse in migliaia di attivisti dell’opposizione internati senza la formulazione di accuse formali. In un contesto ancor più preoccupante, il bilancio umano di questo periodo oscuro raggiunse dimensioni tragiche, con il registro delle perdite umane che contò fino a cento persone uccise. L’introduzione di tali misure restrittive ebbe un impatto significativo sulla società polacca, con la quotidiana limitazione delle libertà individuali e collettive.[2]

Questo periodo segnò un capitolo cupo nella storia polacca, con la legge marziale che rappresentò uno strumento draconiano utilizzato dal governo per sopprimere qualsiasi forma di dissenso politico. L’opposizione, guidata con determinazione dal movimento di Solidarność, si trovò ad affrontare un periodo di sfide straordinarie, con la privazione delle libertà fondamentali a danno della popolazione.

La legge marziale in Polonia del 1981-1983 rimane un episodio cruciale e controverso nella storia del paese, suscitando riflessioni profonde sulla bilancia tra sicurezza governativa e diritti civili.

L’obiettivo di Kieślowski è la realizzazione di un documentario focalizzato sui crescenti casi di insubordinazione alla legge marziale, spesso culminanti in condanne eccessivamente severe rispetto alla gravità dei reati commessi. Grazie alla collaborazione dell’avvocato Krzysztof Piesiewicz, esperto nella difesa di organizzazioni sindacali e movimenti politici clandestini, il regista riesce ad ottenere accesso alle aule di tribunale.

Tuttavia, il progetto di denuncia ideato da Kieślowski si rivela un fallimento. La presenza della macchina da presa influisce negativamente sulle decisioni giudiziarie, inducendo le Corti a ridurre le pene e a evitare di essere catturate mentre assegnano condanne ingiuste.

Nonostante l’insuccesso del documentario, il regista non abbandona la sua determinazione a contemplare le aberrazioni di cui è testimone.

Decide piuttosto di focalizzarsi su ciò che, agli occhi suoi, rappresenta una macroscopica contraddizione nel sistema giudiziario: la condanna a morte. Kieślowski concepisce l’idea di realizzare un film che esplori l’illogica genesi di un omicidio, un’opera intensa e radicale che trova il suo apice nella condanna dell’assassino.

Coinvolto nella fase di sceneggiatura, Piesiewicz manifesta un vivo interesse nell’esplorare il tema dell'”uccisione dell’omicida” da parte della Legge, argomento con il quale ha già avuto a che fare in modo tangibile durante la sua esperienza forense. Propone al regista di rielaborare e ampliare il progetto iniziale, trasformandolo in una rilettura dei precetti morali dell’Antico Testamento, che costituiscono la base ispiratrice di gran parte dell’ordinamento giudiziario.

In questo modo, il duo si immerge in un profondo processo creativo che mira a esplorare e contestualizzare il concetto di giustizia e condanna, portando alla luce le radici morali che plasmano il sistema legale.

Il dolore, concepito come atto di riparazione, rivela la sua essenza vendicativa quando il suo intento si volge a punire il male anziché a prevenire il crimine, come enunciato sagacemente da Kieslowski e Piesiewicz, all’inizio del quinto capitolo del Decalogo di Krzysztof Kieslowski.

Queste parole inaugurali delineano il percorso di un giovane avvocato, colmo di speranze e ideali di giustizia, il cui ingresso nel pantheon degli avvocati difensori è segnato dalla presentazione di una tesi di specializzazione. Tale introduzione, a nostro avviso, non è frutto del caso o di una mera inclinazione ideologica.

Riteniamo, piuttosto, che attraverso questa pellicola Kieslowski intenda proporre una rilettura scettica, un’analisi agnostica del concetto di Bene e Male. Le utopie emergono tanto dal Bene quanto dal Male, entrambi irrealizzabili.

L’essere umano è intrinsecamente incline a riconoscerli, provocarli e fonderli: non c’è via di scampo. Il film, in effetti, non si apre con l’immagine di Piotr che esprime tali concetti, ma con il suono di una voce che si propaga attraverso gli spazi vuoti di un tribunale, una vox clamantis in deserto.

Piotr, uno dei protagonisti, inizialmente non esiste in quanto individuo autonomo, bensì come un discorso errante tra le sfumature della Legge. Tale discorso offre una delle molteplici opzioni che l’essere umano può intraprendere di fronte all’apparente iniquità fondamentale dell’esistenza: la propria morte.

Piotr si dissolve appena cessa di parlare, al suo posto emerge un altro giovane, un tetro adolescente, una figura angelica dall’aspetto immacolato ma inquietante, priva di dolcezza e dotata di un singolare sorriso sinistro. Lungo il suo percorso, si affacciano figure comuni, tra cui un tassista dal comportamento rozzo e umanamente crudele.

Avvocato, giovane e tassista, inizialmente estranei l’uno all’altro, presto determineranno reciprocamente i loro destini.

Jacek, muovendosi nella città con un’indifferenza sadica e ottusa, trascina con sé una smorfia di indifferenza. La sua violenza si manifesta in un gioco mortale di sassi scagliati sull’autostrada, un preludio al piacere acuto dell’uccidere. Nonostante la violenza delle sue azioni, Kieslowski riesce a suscitare nell’osservatore un senso di angoscia di fronte all’uccisione di Jacek, portandolo sull’orlo della corda del boia in un’anti-catarsi intensa.

Durante l’omicidio, Jacek sembra essere posseduto dal Male puro, la sua mancanza di domande e l’indifferenza persistenti nell’atto omicida ci porta naturalmente ad un confronto con Meursault, lo straniero di Camus: un altro assassino incolpevole incapace di spiegare il senso o il non senso del proprio crimine.

Ricordiamo che non appena ha ucciso il fratello, Caino comincia a temere la vendetta della gente e sembra quasi giustificarla o comprenderla. Ma Dio, per difenderlo dalla ritorsione, lo segna: «E l’Eterno mise un segno su Caino, affinché nessuno, trovandolo, lo uccidesse»[3].

Quale sarà il segno di Caino, quel segno che, nello stesso momento in cui lo proteggerà dalla vendetta, lo renderà riconoscibile per la sua colpa? Questo emblema distinguerà Caino tra gli altri come uomo, ovvero come animale etico, cioè soggetto all’ambivalenza e alla legge dell’Altro, del proprio inconscio.

Il segno di Caino è il suo sintomo e il nostro: è ciò che ne attesta la divisione e il dramma. Gli dice il Signore: «…Se fai bene non rialzerai tu il volto? ma, se fai male, il peccato sta spiandoti alla porta, e i suoi desideri son vòlti a te; ma Angelo sterminatore tu lo puoi dominare!»[4].

Dunque, Caino è un soggetto diviso, diviso tra il timore della pena e le seduzioni del desiderio inconscio: quel desiderio al di là del principio di piacere che è desiderio di uccidere il fratello.

Per il suo delitto non può essere ucciso, a sua volta. Chi lo ucciderà pagherà sette volte il suo crimine… scatenerà la vendetta di Dio. Ma perché risparmiare Caino? Ammazzarlo per vendicare il suo delitto, significherebbe credere di poter liquidare, attraverso la morte del colpevole, la colpa.

Ma il soggetto umano non può affidare alla vendetta dell’altro la risoluzione delle ferali tempeste con cui lo attraversa la pulsione di morte. Vivo, Caino resta un disabitante, un soggetto che si aggira nel mondo come testimone di un segno altro, del segno che fonda qualunque soggettività: il segno dell’Altro.

Daniele Onori


[1] Decalogo (Dekalog) è una serie di 10 mediometraggi prodotti dal 1988 al 1989 e diretti da Krzysztof Kieślowski. Ogni episodio, di circa 55 minuti, è indipendente dagli altri e racconta una storia di vita quotidiana ispirata, talora vagamente, talora in modo più esplicito, a uno dei dieci comandamenti biblici.

[2] Cfr. Repressione comunista, news.bbc.co.uk, 13 dicembre 2006

[3] (Genesi, 4/2-16)

[4] ibidem

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