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Il film “Detenuto in attesa di Giudizio” trae ispirazione dall’inchiesta televisiva intitolata “Verso il carcere” condotta da Emilio Sanna. Quest’opera cinematografica mette in luce, attraverso le vicissitudini di un cittadino comune, le criticità persistenti del sistema giudiziario italiano: un apparato lento, retrogrado e intrappolato in una burocrazia eccessivamente complessa. In un paese che dovrebbe seguire i principi di Beccaria, la struttura destinata alla correzione e al recupero degli individui erranti si trasforma invece in un inferno, dove i diritti dell’individuo vengono soppressi e la sua integrità fisica e morale annientata. Il protagonista, Giuseppe Di Noi, un affermato geometra, conduce una vita serena e appagante, circondato da una bella famiglia e un lavoro prospero. Dopo un periodo trascorso in Svezia, decide di fare ritorno in Italia per una breve vacanza. Tuttavia, al momento del controllo dei passaporti alla frontiera, viene arrestato senza apparente motivo e catapultato da un carcere all’altro, attraversando l’intera penisola. L’accusa, che gli viene comunicata successivamente, riguarda un presunto omicidio colposo legato al crollo di un edificio da lui progettato prima di emigrare, causando la morte di un cittadino tedesco. Durante un’odissea caratterizzata da umiliazioni senza fine, l’uomo, alla fine, risulterà estraneo alla catastrofe e verrà rilasciato. Questa storia denuncia in modo eloquente le imperfezioni del sistema giudiziario italiano, rivelando come anche chi conduce una vita impeccabile possa essere trascinato in un vortice di ingiustizia e soprusi.

Il geometra Giuseppe Di Noi, interpretato magistralmente da Alberto Sordi, dirige una prestigiosa impresa edile situata in Svezia. Al fine di celebrare l’assegnazione di un contratto di rilevanza con le Autorità svedesi, egli decide di donare alla propria famiglia una vacanza in Italia. Dopo sei anni lontano dalla patria, giunge alla frontiera con una autovettura attrezzata di roulotte e gommone, portando con sé un carico di emozioni e gioia. Il suo arrivo è segnato da melodie e versi gioiosi che celebrano le bellezze dell’amata Italia, condivise con la moglie Ingrid e i due giovani figli.

Tuttavia, al varcare della frontiera, il consueto rito di controllo si trasforma in un autentico calvario esistenziale. Sottoposto a un controllo di routine, Di Noi si ritrova improvvisamente ammanettato e trascinato nel carcere di San Vittore, successivamente trasferito nel penitenziario di Regina Coeli, fino all’isolamento in una struttura psichiatrica sarda.

Rincorso e mai raggiunto dalla famiglia ignara di tutto, da una moglie disperata ma decisa nel prendere parte, insieme ai piccoli bambini, alla via crucis del marito e tuttavia incapace di attraversare la cortina di fumo che lo separa dalla conoscenza della verità, il geometra Di Noi viene condotto di carcere in carcere, passando da luoghi geografici che segnano transizioni emotive che lo porteranno dalla gioia e dall’entusiasmo iniziale, dalla fiducia nella giustizia e nella capacità di riconoscere i suoi equivoci, al disincanto prima, alla vera e propria disperazione infine.

Mentre la consorte cerca inutilmente di fornire assistenza, rivolgendosi senza successo al console svedese, il malcapitato affonda progressivamente nell’abisso della disperazione. Anche un colloquio con il magistrato, quando finalmente riesce a ottenerlo, non si rivela lenitivo: incaricato della responsabilità per il crollo di una strada eretta molti anni prima, l’uomo si scontra con nuovi ostacoli dal giudice istruttore, il quale rifiuta di ascoltarlo fino a quando non avrà scelto un avvocato difensore.

Nel frattempo, all’interno del penitenziario, dopo il tragico suicidio di un detenuto, si diffonde un malcontento generale contro le lentezze burocratiche e i metodi delle guardie. I reclusi salgono sui tetti e appiccano fuoco ai pagliericci; interviene la celere e i detenuti più agitati vengono trasferiti nuovamente. Così, il protagonista, rimasto confinato in cella con un secondino ferito, si ritrova in una prigione ancor più severa, assediato da un gruppo di individui depravati.

Successivamente, dopo il trauma subito, lo ritroviamo in un istituto psichiatrico criminale, profondamente segnato dalle umiliazioni al punto da faticare a firmare il verbale che finalmente attesta la sua innocenza. Quando la moglie raggiunge il povero Giuseppe, questi ha concluso la sua “piacevole vacanza” con uno shock indelebile. Durante il viaggio di ritorno, ai confini, i carabinieri lo fermano di nuovo e lui immagina di fuggire a piedi, rischiando persino la vita, pur di evitare di cadere nuovamente nelle spire della giustizia italiana. Ma questa volta si tratta solo di un falso allarme: le sbarre si alzano, la Svezia è ormai vicina.

Quando gli uomini della legge, impersonificati nell’avvocato e nel giudice, riconoscono l’errore e informano il detenuto della prossima liberazione; tuttavia, attribuiscono la responsabilità al detenuto stesso (“in parte anche per colpa sua, signor Di Noi”), senza mettere in discussione l’integrità dell’istituzione e senza riconoscere l’errore giudiziario come un reato perpetrato dalla stessa giustizia.

Neppure la scarcerazione, a questo punto, può compensare appieno la vittima per la devastazione fisica e psicologica subita.

L’incapacità dei protagonisti di attribuire un significato all’esperienza vissuta si rivela fondamentale nell’interpretazione di questo film quale raffinata reinterpretazione del “Processo” di Kafka (1925). Josef K. e Giuseppe Di Noi, infatti, si trovano imprigionati senza aver commesso alcun reato e privi di spiegazioni, denunciando così la mostruosità del labirinto giudiziario. Tale labirinto trasforma il condannato in una mera formalità burocratica, sollevando con vigore la questione esistenziale dell’uomo, destinato a un eterno esilio rispetto alla legge in un mondo costantemente esposto all’errore e privo di possibilità di giustizia.

L’attesa e l’angoscia dell’imputato nel conoscere il motivo dell’arresto, tanto evidenti nel film di Nanni Loy quanto nel romanzo di Kafka, pongono al centro la questione cruciale della colpa, la quale assume una connotazione metafisica. Il condannato, che sia colpevole o innocente rispetto a un reato specifico, si comporta come se dovesse comunque espiare una colpa, partecipando attivamente all’assolvimento della pena di cui è vittima.

L’umiliazione e il degrado di sé devono essere totali: Josef K. verrà giustiziato “come un cane”, mentre Giuseppe Di Noi è talmente piegato dal potere di cui è vittima, da comportarsi come il protagonista di un altro celebre testo di Kafka, La colonia penale (1914), dove “il condannato aveva talmente l’aspetto di un cane sottomesso, da dare l’impressione che lo si poteva lasciar correre liberamente per i pendii e che bastava chiamarlo poi con un fischio all’inizio dell’esecuzione, perché accorresse[1].

Il dolore, come rappresentato nel film, si manifesta come una pena priva di giudizio, una pena indipendente, applicata prima del processo e incisa nel corpo e nella mente del colpevole al di là della sua colpa. La moderna concezione della pena vissuta da Giuseppe Di Noi è quella che non aspetta giustizia, ma che va oltre il processo, seguendo regole estranee ad esso e disinteressandosi delle condanne o assoluzioni. Si inserisce in una visione mediatica in cui l’attesa stessa perde di significato. Con la divulgazione della notizia, la pena si consuma, imprigionando tutti noi in una nuova costrizione mediatica, dove tutto si svolge in un istante mediatico, al di là del quale l’attesa diventa superflua.

I giudici, influenzati dall’opinione pubblica, sono il tratto straordinariamente moderno del film del 1971. Un breve passo preannuncia una realtà che oggi si impone con prepotenza: la spettacolarizzazione del risultato finale dell’azione criminale diventa un momento necessario per sensibilizzare al male e recuperare un senso di giustizia altrimenti smarrito. La pena non deve più inscriversi nel corpo del suppliziato, ma piuttosto nella mente del colpevole e nella memoria del male causato, cercando di influenzare la sua coscienza e costringendolo a riflettere su se stesso. In questo processo di auto-esame, la spettacolarizzazione del momento punitivo diventa essenziale per la fenomenologia della sanzione vissuta in modo generale.

La spettacolarizzazione generale, a differenza di quella destinata alla collettività, e altrettanto diversamente da quella adibita alla funzione educativa, non mira all’interiorizzazione della punizione, ma piuttosto all’esternalizzazione di una punizione simbolica. Questa non ha lo scopo di educare gli altri, bensì di soddisfare le loro passioni e la loro sete vendicativa. La spettacolarizzazione si trasforma così in uno strumento per soddisfare l’aspettativa sociale di una reazione punitiva adeguata. Questo elemento estraneo arricchisce la grammatica della sanzione, introducendo un profilo precedentemente sconosciuto nella dottrina penale. La pena ora deve perseguire la rassicurazione sociale, introducendo una speranza punitiva che si articola attraverso forme estranee alla tradizione culturale ma accettate in virtù di un nuovo paradigma mediatico. Quest’ultimo si spinge modernamente verso la ricerca e la selezione dei colpevoli.

Il moderno capro espiatorio diventa un mezzo per affrontare la paura e l’ansia di diventare vittime di reati, generando, attraverso la dimensione collettiva, condivisione e solidarietà. Altrove, crea panico e desiderio di certezza, mentre in ultima analisi instaura distanza o indifferenza. Tutti questi atteggiamenti sono capaci, in vario modo, di influenzare lo svolgimento degli eventi giuridici, orientandoli verso leggi più severe a tutela delle vittime, sentenze esemplari e, se necessario, ingiuste, purché generatrici di rassicurazione sociale e di ridistribuzione delle responsabilità sociali.

Daniele Onori


[1] KAFKA F. (1914), La colonia penale, in Racconti, Mondadori, 1992, Milano, p. 285

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