Il processo a Gesù, opera teatrale scritta da Diego Fabbri nel 1955, si configura come una riflessione profonda sul senso della giustizia, della verità e della responsabilità umana. Ambientata nel secondo dopoguerra, la pièce si svolge in un contesto laico: una compagnia teatrale, per mettere in scena un dramma moderno su Gesù, decide di ripetere il suo processo come se si svolgesse oggi, con un tribunale civile composto da giudici, avvocati e testimoni simbolici. La domanda che guida tutto il dramma è tanto semplice quanto radicale: se Gesù fosse processato oggi, quale sarebbe il verdetto? Attraverso dialoghi serrati, testimonianze emblematiche e dilemmi morali, Fabbri conduce lo spettatore in un’indagine che travalica il fatto storico per porre un interrogativo eterno: siamo capaci di giudicare il Giusto senza condannarlo? E soprattutto: quanto siamo complici del suo sacrificio?
Un’aula senza tempo: il processo dell’uomo all’uomo
Il processo a Gesù, scritto da Diego Fabbri nel 1955, è un dramma teatrale in quattro atti che si configura come un esperimento processuale e spirituale, capace di interrogare il cuore della giustizia umana. L’opera prende avvio in un contesto laico e contemporaneo: una compagnia teatrale decide di realizzare un’opera sul processo a Gesù, non partendo dai Vangeli in chiave religiosa, ma da una simulazione moderna, nella quale lo stesso Cristo viene sottoposto a giudizio secondo il diritto vigente, in una normale aula di tribunale.
L’ambientazione è volutamente essenziale, quasi atemporale, e la scena si apre su un gruppo di intellettuali, giuristi, uomini e donne del nostro tempo, che si riuniscono per discutere, interrogare, giudicare. L’imputato è Gesù di Nazareth, figura emblematica della storia occidentale, ma presentato spogliato da ogni riferimento trascendente, per essere esaminato solo come uomo: un uomo che ha parlato, agito, scandalizzato, sfidato l’autorità politica e religiosa.
Il procedimento processuale è scandito da interrogatori, testimonianze e arringhe: ogni testimone rappresenta una visione del mondo – il razionalista, il giurista, l’ebreo, la donna redenta, il rivoluzionario. Attraverso le loro parole, Fabbri compone un mosaico dialettico che permette al pubblico di vedere la figura di Gesù sotto molteplici prospettive: come riformatore sociale, come sedizioso politico, come profeta visionario, o come semplice uomo travolto dalla propria coerenza morale.
Nel corso del dramma emerge progressivamente una tensione etica: si può giudicare un uomo che si è limitato a dire la verità? E ancora: la verità, se espressa fino in fondo, diventa reato? La figura di Gesù, così come tratteggiata da Fabbri, si trasforma in uno specchio che riflette le contraddizioni del diritto moderno, i limiti della ragione umana e il peso della responsabilità collettiva.
Non vi è alcuna rappresentazione del processo evangelico. Non si cercano prove miracolose, né si invocano dogmi. Il centro della riflessione è umano, etico, giuridico. Gesù è giudicato in quanto tale, con gli strumenti razionali del nostro tempo. Ma proprio questo esperimento di razionalizzazione assoluta mostra le sue crepe: il processo non riesce a contenere la potenza della domanda che Gesù rappresenta, e alla fine l’esito è lasciato sospeso.
Il pubblico, dunque, diventa il vero giudice. La platea è chiamata a pronunciare, simbolicamente, il verdetto finale. Il dramma non si chiude con una sentenza, ma con un silenzio interrogativo, un vuoto da riempire con la propria coscienza.
Giustizia e verità: quando la legge processa la coscienza
Dal punto di vista di un giurista e di un filosofo, Il processo a Gesù non è solo una provocazione teatrale, ma un atto filosofico radicale che pone in discussione le fondamenta stesse del diritto positivo. In quest’opera, Diego Fabbri interroga i limiti della norma giuridica quando questa si confronta con l’assolutezza della coscienza morale. Il Giusto — Gesù — viene chiamato a rispondere non dinanzi a un tribunale storico, ma a uno scenario atemporale, simbolico, dove il processo è anche una messa in scena dell’umano confronto tra legge e verità.
Gesù, figura centrale del dramma, non è soltanto il protagonista di una vicenda religiosa, ma assurge a paradigma del Giusto perseguitato: come Socrate, che fu condannato per aver corrotto i giovani e per impietà; come Antigone, che sfidò la legge in nome di una giustizia superiore; come Janusz Korczak, che scelse di accompagnare i bambini nel ghetto sino alla morte, incarnando un’etica del sacrificio. Tutte queste figure evocano un conflitto lacerante: quello tra legalità e giustizia, tra la legge scritta e l’imperativo interiore.
Fabbri costruisce un’aula scenica che è insieme tribunale e teatro dell’anima. I testimoni del processo non sono personaggi casuali, ma rappresentazioni viventi di archetipi morali e filosofici: il razionalista positivista, che cerca certezze nella scienza; il laico illuminista, fiducioso nella ragione ma disilluso dalla religione; l’ebreo segnato dalla storia della persecuzione; la donna redenta, che ha conosciuto l’abisso e ha scelto la luce. Ognuno di loro pronuncia parole vere, ma nessuno riesce a cogliere l’interezza del mistero del Giusto. La verità, dunque, non è accessibile per frammenti. Nessuna filosofia, da sola, può processare il Bene senza rischiare di travisarlo.
Quando la legalità diventa ingiustizia: il dilemma radbruchiano
L’opera di Fabbri entra in risonanza con le riflessioni di Gustav Radbruch, il giurista tedesco che dopo l’esperienza del nazismo affermò che il diritto positivo non può pretendere obbedienza quando contrasta radicalmente con la giustizia. Il celebre formula di Radbruch — secondo cui l’ingiustizia estrema non è diritto — è evocata implicitamente nel dramma: la condanna di Gesù, emessa da una legge formalmente legittima, si rivela sostanzialmente mostruosa. Che cosa deve fare il giudice di fronte a una legge ingiusta? Obbedire o disobbedire? Applicarla o contestarla?
Nel tribunale di Fabbri, Gesù non si difende con cavilli, non invoca privilegi, non si sottrae. Egli rappresenta l’insostenibile trasparenza della verità. È proprio questa coerenza radicale a smascherare le ipocrisie della legge, le sue strutture di potere, la sua paura del bene che non si lascia codificare. La figura di Gesù diventa così una sfida al diritto stesso: una presenza che destabilizza, perché introduce nel linguaggio normativo la voce dell’assoluto.
Il Giusto come scandalo: il sacrificio necessario?
Il cuore drammatico dell’opera si gioca attorno a una tensione archetipica: il Giusto innocente non può essere assorbito dalle categorie del diritto senza provocarne il collasso. La sua innocenza è un enigma che il diritto non sa risolvere. In questo senso, Il processo a Gesù si intreccia con le teorie di René Girard sul meccanismo del capro espiatorio: il Giusto, proprio perché non colpevole, deve essere immolato per ristabilire un ordine che egli, con la sola forza della verità, ha incrinato. La comunità, per proteggersi, ha bisogno di espellerlo. Il processo, allora, non è la ricerca della verità, ma il rituale dell’esclusione.
La potenza dell’opera sta anche nel suo finale aperto: non vi è sentenza. Il giudizio viene sospeso. Ma questa sospensione è un atto drammaturgico fortemente filosofico: rimette il verdetto nelle mani del pubblico. L’aula teatrale si fa specchio. Ogni spettatore è chiamato a prendere posizione. Non si può restare neutrali davanti al Giusto. Il processo, in ultima istanza, non riguarda solo Gesù, ma ciascuno di noi.
Conclusione: un teatro per la coscienza
Il processo a Gesù è un’opera necessaria perché costringe a pensare. Diego Fabbri ha dato vita a un teatro che è al tempo stesso parabola e critica, specchio e provocazione. In un’epoca in cui la giustizia rischia di farsi spettacolo, in cui i tribunali mediatici anticipano i procedimenti legali, e in cui la legge è spesso piegata al consenso, quest’opera ci ricorda che il diritto senza etica è un contenitore vuoto. Che la verità, quando si manifesta, mette a nudo le nostre strutture difensive. E che ogni volta che un Giusto viene processato, siamo noi a essere giudicati.
Daniele Onori
Bibliografia essenziale
- Diego Fabbri, Il processo a Gesù, Morcelliana, 2004.
- Gustav Radbruch, Filosofia del diritto (a cura di E. Pattaro), Il Mulino, 1999.
- Simone Weil, La pesantezza e la grazia, Adelphi, 2005.
- René Girard, La violenza e il sacro, Adelphi, 2000.
- Paolo Prodi, Il sacramento del potere. Il giuramento politico nella storia costituzionale dell’Occidente, Il Mulino, 1992.