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Interessante pronunciamento del T.A.R. Lazio sez. V – Roma, che con la sentenza del 02/04/2024, n. 6358 (Presidente Rizzetto, Estensore Mattei) torna sul diniego alla concessione dello status di cittadino italiano in presenza di precedenti penali. Secondo i giudici amministrativi, i precedenti penali concernenti reati in materia di sostanze stupefacenti denotano una mancanza di rispetto degli obblighi legati alla concessione della cittadinanza, giacché tali comportamenti suggeriscono un’instabilità e un’integrazione incompleta nella comunità nazionale. Queste azioni sono dunque da considerarsi indici di inaffidabilità e di scarsa integrazione, specialmente alla luce delle emergenze sociali che rappresentano una minaccia per il contesto sociale di riferimento.

Il caso in esame origina dal ricorso presentato da una donna all’esito del respingimento della richiesta di concessione della cittadinanza italiana ai sensi dell’art. 9, comma 1, lett. f), della legge n. 91/1992, essendo risultato a carico del figlio convivente i seguenti pregiudizi di natura penale:

– in data 3 marzo 2011, denuncia della Guardia di Finanza di La Spezia per possesso di sostanze stupefacenti;

– in data 14 giugno 2011, denuncia della locale Squadra Mobile per furto con strappo.

Dalle due denunce sono scaturiti due procedimenti penali che si sono conclusi con patteggiamento e sospensione condizionale della pena.

La ricorrente ha impugnato il provvedimento di diniego, deducendo la violazione della legge n. 91/1992 relativamente all’accertamento dei presupposti per il riconoscimento della cittadinanza, nonché l’eccesso di potere per illogicità della motivazione, stante l’irrilevanza di condotte penali poste in essere da persone diverse dalla richiedente, la cui istanza di cittadinanza è stata decisa oltre i limiti di tempo previsti per la durata del procedimento (fissati, al momento della presentazione della domanda in 730 giorni ossia due anni e ora in quattro anni).

Il Collegio, nel respingere il ricorso, ha preso in considerazione la giurisprudenza in subiecta materia, la quale ha a più riprese osservato che l’acquisizione dello status di cittadino italiano per naturalizzazione è oggetto di un provvedimento di natura concessoria, che postula un margine amplissimo di discrezionalità in campo alla PA. Ciò, lo si ricava in modo chiaro dal dato letterale scolpito in seno all’art. 9, c.1 l. 91/1992, a tenore del quale la cittadinanza “può” essere concessa.

Più in dettaglio, tale discrezionalità si estrinseca in un potere valutativo in ordine al definitivo inserimento dell’istante all’interno della comunità nazionale, giacché lo status civitatis comporta una capacità giuridica speciale alla quale sono riconnessi non soltanto diritti, ma anche dei doveri nei confronti dello Stato-comunità, con implicazioni d’ordine politico-amministrativo. Si tratta, infatti, di determinazioni che costituiscono un’esplicazione del potere sovrano dello Stato di ampliare il numero dei cittadini (cfr. Consiglio di Stato, AG, n. 9/1999 del 10.6.1999; sez. IV n. 798/1999; n. 4460/2000; n. 195/2005; sez, I, 3.12.2008 n. 1796/08; sez. VI, n. 3006/2011; Sez. III, n. 6374/2018; n. 1390/2019, n. 4121/2021; TAR Lazio, Sez. II quater, n. 10588 e 10590 del 2012; n. 3920/2013; 4199/2013).

In buona sostanza, viene in gioco da siffatti passaggi un bilanciamento di interessi: l’interesse dell’istante a ottenere la cittadinanza deve necessariamente coniugarsi con l’interesse pubblico a inserire lo stesso a pieno titolo nel tessuto nazionale. Siccome quest’ultimo interesse presenta ontologicamente una natura “composita”, che abbraccia aspetti trasversali inerenti alla tutela della sicurezza, alla stabilità economico sociale, nonché al rispetto dell’identità nazionale, ben si comprende la rilevanza della valutazione di concessione o meno dello status in capo all’organo preposto (il Ministero dell’Interno).

In questo quadro di riferimento, dunque, l’Amministrazione deve verificare che il richiedente sia in possesso dei requisiti necessari per ottenere la cittadinanza, quali l’assenza di procedimenti penali, la sussistenza di redditi sufficienti a sostenersi, una condotta di vita sintomatica del rispetto dei valori di convivenza civile e dell’integrazione sociale.

La concessione di cittadinanza, di fatti, suggella sul piano giuridico, la piena realizzazione del processo di integrazione, oltre a rappresentare la formalizzazione di una preesistente situazione di cittadinanza sostanziale che legittima l’attribuzione dello status giuridico.

In altri termini, secondo i giudici amministrativi “l’inserimento dello straniero nella comunità nazionale può avvenire (solo) quando l’Amministrazione ritenga che quest’ultimo possieda ogni requisito atto a dimostrare la sua capacità di inserirsi in modo duraturo nella comunità, mediante un giudizio prognostico che escluda che il richiedente possa successivamente creare problemi all’ordine e alla sicurezza nazionale, disattendere le regole di civile convivenza ovvero violare i valori identitari dello Stato” (cfr., ex multis, T.A.R. Lazio, Roma, sez. I ter, n. 3227/2021; n. 12006/2021 e sez. II quater, n. 12568/2009; Cons. St., sez. III, n. 4121/2021; n. 8233/2020; n. 7122/2019; n. 7036/2020; n. 2131/2019; n. 1930/2019; n. 657/2017; n. 2601/2015; sez. VI, n. 3103/2006; n. 798/1999).

Acclarata al lume della normativa vigente l’ampiezza del margine di discrezionalità di cui gode l’Amministrazione nel concedere o meno la cittadinanza italiana, al G.A. non residua altro spazio valutativo se non quello legato alla verifica del rispetto della ricorrenza di un sufficiente supporto istruttorio, della veridicità dei fatti posti a fondamento della decisione e dell’esistenza di una giustificazione motivazionale che appaia logica, coerente e ragionevole.

In questo senso, depone la giurisprudenza la quale ha costantemente chiarito che, “al cospetto dell’esercizio di un potere altamente discrezionale, come quello in esame, il sindacato del giudice amministrativo si esaurisce nel controllo del vizio di eccesso di potere, nelle particolari figure sintomatiche dell’inadeguatezza del procedimento istruttorio, illogicità, contraddittorietà, ingiustizia manifesta, arbitrarietà, irragionevolezza della scelta adottata o difetto di motivazione, e non può estendersi all’autonoma valutazione delle circostanze di fatto e di diritto su cui fondare il giudizio di idoneità richiesto per l’acquisizione dello status di cittadino; il vaglio giurisdizionale non può sconfinare, quindi, nell’esame del merito della scelta adottata, riservata all’autonoma valutazione discrezionale dell’Amministrazione” (ex multis, Cons. St., sez. IV n. 6473/2021; Sez. VI, n. 5913/2011; n. 4862/2010; n. 3456/2006; T.A.R. Lazio, Roma, sez. I ter, n. 3226/2021, sez.II quater, n. 5665/2012).

Ebbene, facendo buon governo delle coordinate tracciate al caso in esame, il TAR del Lazio ha ritenuto infondate le censure formulate con il ricorso, sulla scorta dei precedenti penali per possesso di sostanze stupefacenti e furto con strappo emersi a carico del figlio della ricorrente – condannato per patteggiamento per entrambi i reati – atteso che la ricorrente avrebbe potuto agevolare, in ragione del vincolo affettivo, comportamenti contrastanti con l’ordinamento giuridico, che ne inficiano le prospettive di ottimale inserimento in modo duraturo nella comunità nazionale.

Nello specifico, si tratta di addebiti considerati particolarmente rilevanti ai fini della formulazione del giudizio prognostico relativo all’utile inserimento dell’aspirante cittadino, come ripetutamente chiarito dalla giurisprudenza in materia, condivisa dalla Sezione (T.A.R. Lazio, Roma, sez. V bis, nn. 4236/2022, 4704/2022, 6522/17, in cui è stato ribadito che i precedenti penali per cessione illecita di sostanze stupefacenti denotano scarsa considerazione degli obblighi che si accompagnano alla concessione della cittadinanza, trattandosi di condotte indice di inaffidabilità e di una non compiuta integrazione nella comunità nazionale, divisibile anche alla luce delle connesse emergenze sociali che assumono maggiore disvalore e allarme nella nostra comunità nazionale; basti pensare all’automatismo espulsivo che il legislatore fa scaturire per i cittadini extracomunitari dalle condanne in materia di stupefacenti, ex art. 4 D.lgs. 286 del 1998 (Consiglio di stato, sez. III, 21/10/2019 n. 7122/2019)).

Tale orientamento è stato recentemente condiviso da questa Sezione ribadendo appunto che il reato di spaccio e detenzione di stupefacenti rientra fra quelli che destano particolare allarme sociale in quanto colpiscono beni giuridici primari riconosciuti e tutelati dalla Costituzione nei confronti di tutte le persone, quale la salute dei cittadini nonché la sicurezza pubblica.

Come più volte chiarito dal Collegio in altri procedimenti, “tali elementi negativi, emersi a carico del figlio durante la convivenza con l’istante, vanno considerati non nel loro valore isolato, bensì inseriti nel complesso della valutazione del nucleo familiare personalità del richiedente, nei cui confronti il giudizio prognostico compito dall’Autorità è frutto appunto di una valutazione complessa, che non si limita a considerare in modo atomistico i singoli precedenti, ma li valuta nel complesso insieme dei loro reciproci rapporti e nella loro natura: si tratta, appunto, di “indicatori”, cioè di “elementi di fatto” che sono apprezzati, sotto il profilo della loro valenza significativa dell’indole del richiedente, in modo “globale”, trattandosi di esprimere un giudizio “sintetico”, che ha natura di valutazione “d’impatto”” (T.A.R. Lazio, Roma, sez. V bis, nn. 3527/2022, 5113/2022, 5348/2022, 6941/22,7206/22,8206/22, 8127/22, 8131 e 32, 8189/22, 8932/22, 9291/22).

I giudizi amministrativi non hanno considerato inoltre dirimente neppure l’invocato principio della personalità della responsabilità penale, in quanto, nel caso in esame, il diniego impugnato non estende all’interessato le conseguenze dei precedenti a carico degli altri componenti del proprio nucleo familiare, ma impedisce soltanto che la concessione della cittadinanza (sebbene a persona diversa da quella responsabile penalmente) possa comunque recare danno alla comunità nazionale, per effetto dell’estensione ai familiari della richiedente delle previsioni relative ai parenti del cittadino italiano (cfr., da ultimo T.A.R. Lazio, Roma, sez. V bis n. 11825, 4253 e 3673 del 2023; nn. 3018 e 8307/22). È noto, infatti, che l’acquisto della cittadinanza da parte di un familiare comporta l’estensione dei benefici indiretti anche per gli altri membri del nucleo, tra i quali l’impossibilità di espellere i parenti entro il secondo grado (cfr. art. 19, comma 2, lett. c), del d.lgs. n. 286/1998.

Questi rilievi valgono a giustificare il giudizio negativo cui è pervenuta l’Amministrazione in ordine alla situazione familiare e ai precedenti penali valutati come ostativi alla concessione della cittadinanza, di cui la ricorrente neppure contesta la sussistenza, limitandosi ad invocare il possesso della residenza in Italia da oltre un decennio e l’asserito inserimento nel contesto sociale, ritenendo che tali circostanze siano sufficienti al rilascio della cittadinanza.

Tali ulteriori argomentazioni difensive, infatti, non scalfiscono il giudizio svolto dall’Amministrazione, non offrendo d’altra parte l’istante elementi ulteriori che potesse integrare meriti speciali, atteso che lo stabile inserimento, anche nella realtà economica, se, per un verso, rappresenta una condizione del tutto ordinaria, in quanto costituisce solo il presupposto per conservare il titolo di soggiorno, per altro verso rappresenta soltanto il prerequisito per la concessione della cittadinanza alla stregua di quanto sopra osservato.

Il conferimento della cittadinanza italiana per naturalizzazione presuppone, invero, l’accertamento di un interesse pubblico da valutarsi anche in relazione ai fini propri della società nazionale e non già sul semplice riferimento dell’interesse privato di chi si risolve a domandare la cittadinanza per il soddisfacimento di personali esigenze.

Il riconoscimento della cittadinanza, per sua natura irrevocabile (salvi i casi di revoca normativamente previsti), si fonda su determinazioni che rappresentano un’esplicazione del potere sovrano dello Stato di ampliare il numero dei propri cittadini (Cons. Stato, Sez. III, 7 gennaio 2022, n. 104) e, pertanto, presuppone che “nessun dubbio, nessuna ombra di inaffidabilità del richiedente sussista, anche con valutazione prognostica per il futuro, circa la piena adesione ai valori costituzionali su cui Repubblica Italiana si fonda” (cfr. Cons. Stato, Sez. III, 14 febbraio 2017, n. 657).

D’Altra parte, la cautela peculiare con cui l’Amministrazione valuta la rilevanza di condotte antigiuridiche è compensata dalla facoltà di reiterazione dell’istanza; facoltà, questa, che l’ordinamento riconosce al richiedente una volta mutate le condizioni oggettive sottese all’esito negativo originario.

Alla luce dei già menzionati riscontri giuridico-fattuali, il T.A.R. Lazio ha pertanto respinto il ricorso proposto dalla donna, condannando la stessa al pagamento delle spese processuali.

Avv. Giuseppe Paci

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