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Contestazioni al ministro Roccella: il diritto di esprimere un’opinione vale solo per chi è più prepotente?

For in the fatness of these pursy times

Virtue itself of vice must pardon beg,

Yea, curb and woo for leave to do him good

W. Shakespeare, Hamlet, atto 3,4

Il 10 maggio scorso, per l’ennesima volta, Eugenia Roccella, Ministro della Famiglia, è stata impedita di svolgere il suo compito istituzionale agli Stati Generali della Natalità dalle intemperanze, urla e fischi provenienti dalla platea.

“Vergogna” e “Il corpo è mio e decido io” (La Stampa, 10 maggio 2024, p. 6) urlavano alcune decine di studentesse e studenti del movimento transfemminista Aracne. Secondo la cronaca riferita dal quotidiano La Stampa la Ministra si è alzata e ha civilmente risposto: “Nessuno ha detto che qualcun altro decide sul corpo delle donne, proprio nessuno. È per questo che siamo qui proprio perché oggi le donne non decidono fino in fondo liberamente se vogliono avere figli. Abbiamo questo problema, anche quello a cui voi fate riferimento” (ibidem).

La gazzarra è continuata. Il moderatore, Presidente della Fondazione per la natalità, che organizzava l’evento, invitava una delle manifestanti a salire sul palco ed esprimere le sue ragioni. Questa aderiva all’invito e leggeva un testo a sostegno del “diritto” all’aborto. “All’esito la Ministra prova di nuovo a palare – così La Stampa – ma la contestazione prosegue finché non va via” (ibidem).

L’evento viene stigmatizzato come un episodio di “censura”. Anche il Presidente Mattarella avrebbe fatto sapere attraverso una nota del Quirinale di aver telefonato alla Ministra per esprimere solidarietà sul rilievo che “mettere a tacere chi la pensa diversamente contrasta con le basi della civiltà e con la nostra Costituzione” (ibidem).

Non mi sono stupito dell’accadimento. Eugenia Roccella, per il coraggio di aver approfondito il proprio universo valoriale e per la trasparenza con cui agisce, è una vittima designata dell’intolleranza di non pochi esponenti dei gruppi cosiddetti alternativi. Né mi sono stupito delle attestazioni di solidarietà di conio piuttosto convenzionale che le sono state indirizzate.

Mi sono stupito però molto il giorno successivo quando ho letto su La Stampa l’articolo di Chiara Saraceno intitolato: “Quel doppio rifiuto al confronto e il vittimismo della ministra. Roccella dovrebbe accettare la contestazione democratica e le ragazze aprirsi al dialogo” (La Stampa, 11 maggio 2024, p. 17).

La tecnica del pareggiamento delle responsabilità svela l’ostilità impietosa che molti nutrono verso il tentativo di ridare fiducia alle donne affinché accettino la maternità con serenità nonostante le difficoltà oggettive e personali.

Si noti l’obiettiva falsificazione. Secondo Chiara Saraceno: “Roccella dovrebbe accettare la contestazione democratica” (ibidem). Si dà il caso che impedire alla Ministra di parlare non sia espressione di democrazia. Ma v’è di più. L’autrice del testo osserva che “Le ragazze che hanno contestato la Ministra Roccella avevano quindi molte buone ragioni per farlo, senza ricorrere ad altra violenza che il rumoreggiamento” (ibidem). Impedire il discorso del relatore diventa un semplice “rumoreggiamento”.

Ma la vera colpa è della persona offesa, poiché la stessa, “invece di provare a modificare il contesto, invitando le sue contestatrici sul palco per un confronto vero, la Ministra ha deciso di andarsene denunciando di essere vittima di aggressori facinorosi” (ibidem). Dunque, pare di capire, se mi impediscono di parlare, debbo lasciare il posto di protagonista a coloro che me lo impediscono. Se non mi comporto in tal modo, passo automaticamente dalla parte del torto, poiché approfitto della contestazione per presentarmi come vittima.

L’autrice del testo espone infine chiaramente il suo pensiero:” Ciò che è successo, invece, è la contrapposizione di due non volontà di confronto, in cui quella apparentemente più violenta è apparsa quella del soggetto più debole, senza altro potere che il rumore” (ibidem). Coloro che hanno compiuto l’ingiustizia sono trasformate in parti deboli perché non hanno altro potere che il rumore. Colei che ha subìto l’ingiustizia rappresenta il potere forte che ha rifiutato il confronto.  Ma quando, come e dove Eugenia Roccella ha rifiutato il confronto?

L’inversione sistematica dei rapporti e delle relazioni costituisce il segno di uno squilibrio metafisico che attenta alla razionalità del pensiero. Non è più sufficiente inginocchiarsi di fronte all’ingiustizia per avere diritto di rimproverarla, come ancora accadeva nel tempo lontano evocato da Shakespeare. Oggi occorre farsi concorrenti diretti dell’ingiustizia per avere diritto di parola. I segni dei tempi più oscuri non provengono dai giovani che contestano e impediscono gli interventi programmati da parte di una fondazione che si occupa del tema della natalità, bensì dagli esponenti della cultura capaci dialetticamente di rovesciare i termini delle situazioni rifiutando i dati di fatto per avvalorare ricostruzioni completamente irrealistiche.

Mauro Ronco

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