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Dogman, diretto da Matteo Garrone, è un’opera potente che scava nelle profondità della vendetta e della disumanità. Ambientato in una periferia degradata, il film segue Marcello, un uomo mite che gestisce un salone per cani e che subisce ripetute vessazioni da parte di Simone, un ex pugile violento. La storia si snoda tra soprusi e umiliazioni, culminando in una vendetta sorprendente e feroce che mette in luce la metamorfosi di Marcello da vittima a carnefice. Dogman esplora la fragile linea tra l’umanità e la bestialità, mostrando come la bramosia di potere e la cieca fedeltà possano trasformare gli uomini in esseri feroci, prigionieri di un incubo da cui sembra impossibile fuggire. Un film crudo e universale che riflette sulle scelte quotidiane che plasmano il nostro destino e sulla sottile differenza tra chi siamo e chi possiamo diventare.

Marcello (interpretato da Marcello Fonte) possiede un salone per la toelettatura dei cani. È un uomo che ama il suo lavoro, estremamente affettuoso con la figlia e mantiene rapporti cordiali con gli abitanti del quartiere. Tuttavia, è coinvolto nello spaccio di cocaina per conto di Simone (interpretato da Edoardo Pesce), un delinquente di piccolo calibro che semina il terrore nel quartiere. Nessuno osa opporsi a Simone, il quale costringe Marcello a partecipare ad alcune rapine.

Il negozio di Marcello è adiacente a una gioielleria, e Simone lo convince a svaligiarla. Dopo il furto, le accuse ricadono su Marcello, ma egli non denuncia l’amico e finisce in carcere per un anno. Al suo rilascio, trova difficile reintegrarsi; anche i suoi amici lo evitano. Quando Marcello chiede a Simone la sua parte del bottino, scopre che l’amico ha già sperperato tutto per acquistare una motocicletta.

Furioso, Marcello distrugge la moto con una spranga, ma il giorno seguente Simone lo picchia e lo umilia pubblicamente. Deciso a vendicarsi, Marcello tende una trappola a Simone, fingendo una consegna di droga e riuscendo a rinchiuderlo nella gabbia dei cani. La situazione precipita: Simone quasi distrugge la gabbia, ma Marcello lo colpisce brutalmente alla testa con una barra di ferro. Dopo averlo legato e incatenato, Simone si risveglia e tenta di strangolare Marcello, riuscendo solo a ferirlo. Marcello allora utilizza un argano per impiccare Simone.

Successivamente, Marcello porta il corpo di Simone in campagna per bruciarlo. Quando ritorna al quartiere e annuncia che sono finalmente liberi dalla violenza di Simone, viene ignorato da tutti. Alla fine, Marcello spegne le fiamme sul corpo di Simone e trasporta il cadavere fino alla piazza deserta del quartiere, accompagnato dal suo cane, osservando in solitudine il nuovo giorno che inizia.

La vicenda narrata è liberamente ispirata ad un fatto di cronaca nera avvenuto nel 1988 presso il quartiere popolare della Magliana a Roma: il tosacani Pietro de Negri uccide il giovane Giancarlo Ricci che lo aveva a lungo perseguitato e umiliato.[1]

Matteo Garrone si discosta però subito dalla cronaca per narrare, con il suo film “Dogman” la vicenda “etica, ma non moralistica” di Marcello. Questo uomo piccolo e mite vive in una periferia sospesa tra città e natura selvaggia, dove prevale la legge del più forte.

Marcello trascorre le sue giornate lavorando nel suo modesto salone di toelettatura per cani, dedicandosi con amore alla figlia Alida e mantenendo un ambiguo rapporto di sudditanza con Simone, un ex pugile che semina terrore in tutto il quartiere.

Dopo l’ennesima sopraffazione, deciso a riaffermare la propria dignità, Marcello concepirà una vendetta dall’esito inaspettato. Tuttavia, Dogman non è solo un film sulla vendetta e sulla perenne lotta tra il debole e il forte.

Dogman ci pone di fronte a qualcosa che riguarda tutti noi: le conseguenze delle scelte che facciamo quotidianamente per sopravvivere, i sì che diciamo e che ci impediscono di dire di no, il divario tra chi siamo e chi pensiamo di essere.

Chi è incapace di vivere in società, o non ne ha bisogno perché è sufficiente a sé stesso, deve essere o una bestia o un dio.” Aristotele, Politica, IV sec. a.c.

Così, il più influente filosofo dell’antichità descrive l’uomo come un essere sociale, delineandone i limiti negativi. Egli crea, quindi, una figura intermedia sospesa tra bestialità e divinità, destinata a diventare un modello esemplare nei secoli successivi. I limiti, dal latino “limes”, sono i confini oltre i quali l’uomo cessa di essere tale e si trasforma in qualcosa di diverso.

Ma non è forse l’esistenza stessa dei confini a costituire la premessa concettuale per qualsiasi superamento?

Al di là di ogni logica classificatoria, conosciamo l’uomo storico come un essere conteso tra due opposte pulsioni, che lo dividono alternativamente. Queste forze lo chiamano a essere ciò che non è o ciò che potrebbe diventare se solo superasse i suoi limiti: essere Santo o essere Bestia.

Allora ci chiediamo: è possibile essere ciò che non si è? Sembrerebbe un paradosso. I confini tracciati dal grande filosofo iniziano a sfumare: osserviamo un uomo attraversato da quelle linee che avrebbero dovuto delimitarlo, linee che abbiamo denominato santo e bestia.

Questi richiami sono “in lui” e non al di fuori, territori dell’animo a profondità e altezze ignote che la Storia e la Letteratura esplorano incessantemente da quando l’uomo ha desiderato definirsi tramite le parole, mattoni per muri di confine invisibili e forse inutili.

Daniele Onori


[1] Cfr https://www.forensicnews.it/il-delitto-del-canaro-della-magliana-una-storia-di-sangue-e-odio/

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