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Riportiamo di seguito l’intervento di Domenico Airoma al Convegno Il suicidio dell’Occidente, tenutosi il 31 gennaio 2023, presso il Senato della Repubblica.

Più che un’introduzione, è importante fare una premessa, anzi alcune premesse, come avrebbe voluto Giovanni Cantoni, il fondatore di Alleanza Cattolica.

La prima riguarda la nozione di Occidente.

L’Occidente, al pari dell’Europa, non è riducibile ad un luogo geografico, ma identifica un habitat culturale che, in qualche luogo, ha prodotto anche una civiltà.

L’Occidente è, in particolare, l’habitat che è venuto formandosi mettendo insieme tre luoghi geografici ma soprattutto ideali: Atene, Roma e Gerusalemme, che hanno concorso ad elaborare una visione dell’uomo, un’antropologia, con tutto quel che ne consegue.

L’Occidente è, dunque, la nostra patria culturale.

La seconda premessa concerne la nozione di suicidio applicata all’Occidente.

La patria non può morire, anche se si tratta di una patria culturale.

Cos’è, allora, che sta morendo? Un falso Occidente.

Sta morendo quell’identità artificiale imposta da una concezione dell’uomo nata nel seno dell’Occidente stesso, con l’obiettivo di estromettere il sacro dall’orizzonte terreno e costruire un mondo nuovo a cielo chiuso.

E si tratta di una morte per implosione più che per aggressione di nemici esterni, pur se questi ultimi non mancano e non smettono di denunciare il comune odio contro l’Occidente, vero collante della “guerra mondiale a pezzi”.

La terza premessa riguarda le cause dell’implosione.

Due sono le letture che sul punto si contendono il campo; due chiavi di lettura che conducono a due antitetiche prospettive operative.

Da un lato vi è l’occidente relativista e secolarizzato, egemone nell’accademia e nelle istituzioni sovranazionali, oltre che nei principali circuiti mediatici ed intellettuali, che, rifiutandosi di fare un salutare esame di coscienza circa le cause dell’implosione, individua nella patria che non muore la vera responsabile del fallimento, così cercando di cancellarla definitivamente, colpendo, in particolare, coloro che ne trasmettono la cultura e la memoria, squalificandoli moralmente prima ancora che socialmente.

Rifiutandosi di andare alle radici di quello che Aleksandr Solzenicyn chiamò profeticamente l’errore dell’Occidente, gli epigoni di tale contraffazione antropologica sono prigionieri della necessità di vagheggiare sempre nuove frontiere salvifiche, in un gioco al rilancio dove la posta è l’umanità ed il suo destino, non solo terreno.

Dall’altro lato, ma pur sempre in questo Occidente, vi è chi, sfidando la cortina ideologica, il costume imperante e i tanti, insospettabili, vopos di una società sempre più totalitaria, incomincia ad aprire gli occhi dinanzi al reale e a realizzare i tanti fallimenti di un uomo che ha preteso di farsi Dio e che oggi mira a superare l’umano come ultimo limite.

Poste queste premesse, il quadro si fa un po’ più chiaro e pure l’orizzonte operativo.

Una cosa deve essere allora chiara: non siamo qui per fare una mesta orazione funebre.

Non siamo qui neppure per un’operazione di mera retrospettiva dei danni causati da un’antropologia secolarizzata e relativista, disperata e disperante pur sotto la doratura superficiale di una tecnica che promette di trasformare i desideri in diritti.

Siamo qui non per piegarci su un mondo morente che non è la nostra patria, ma per liberare la nostra vera patria da chi ne ha usurpato nome e rappresentanza.

Siamo consapevoli che la crisi è plurisecolare ed è profonda e che non ha risparmiato nessuno, neppure la Chiesa, nella misura in cui il Corpo mistico di Cristo tocca terra e ha a che fare con questo mondo.

Così come siamo consapevoli che in questo cambio d’epoca l’alternativa, come ebbe ad ammonire Giovanni Cantoni, o è totale e diametrale, o finisce con l’essere un’ennesima sfumatura del cedimento.

Siamo, infine, consapevoli che quella visione dell’uomo che è all’origine dell’Occidente e che ha prodotto grandi civiltà, compatibilmente con la strutturale imperfezione umana, non può morire, perché affonda le sue radici nella verità sull’uomo.

Ed allora siamo qui per piegarci sull’uomo piagato dalle ferite provocategli da questo falso occidente che muore, per far risvegliare in lui la nostalgia di un futuro che dipende solo da noi. Perché se  vero che occorre ben capire con chi parliamo, in quali condizioni si trova, è altrettanto vero che non bisogna mai perdere di vista che cosa gli diciamo e perché, cioè per quale fine.

È il tempo della ricostruzione; un tempo che richiede l’esercizio di una virtù particolare, quella della pazienza storica. Quella di chi è capace di intravedere e di far intravedere -innanzitutto con il proprio esempio- il vivido chiarore dell’alba nella melanconia dell’imbrunire.

È un atto di giustizia, che dobbiamo ai nostri padri, ma soprattutto ai nostri figli.

Persuasi che, come ebbe a ricordare Rosario Livatino concludendo la sua conferenza su “Fede e diritto”, “il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico”.

Domenico Airoma

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