Nel panorama della giustizia, la presenza femminile non è solo una questione di parità numerica, ma una trasformazione profonda del modo in cui il diritto viene concepito e applicato.

di Claudia Eccher

Un filo conduttore di Autorità e Sacralità: il ruolo della donna nella giustizia antica

Sebbene la storia della giustizia sia spesso dominata da figure maschili, un’analisi più approfondita rivela un ruolo significativo, seppur spesso velato da una dimensione sacrale, ricoperto dalle donne, in particolare dalle sacerdotesse e dalle vestali.

Queste figure non esercitavano direttamente il potere giudiziario come lo intendiamo oggi, ma incarnavano principi di ordine, sacralità e, in alcuni casi, detenevano un’autorità morale e spirituale che influenzava profondamente la società e, di riflesso, la giustizia.

Nelle antiche civiltà, le sacerdotesse erano spesso depositarie di conoscenze sacre e interpreti della volontà divina. La loro connessione con il trascendente conferiva loro un’aura di autorevolezza che poteva essere invocata in questioni di disputa e di mantenimento dell’ordine sociale. La loro parola, imbevuta di sacralità, poteva avere un peso significativo nella risoluzione di conflitti o nell’emanazione di giudizi, soprattutto in ambiti legati a questioni religiose o morali.

Le vestali nell’antica Roma rappresentano un esempio ancora più specifico di questa influenza indiretta sulla giustizia. Queste sacerdotesse dedicate alla dea Vesta avevano il compito cruciale di mantenere acceso il fuoco sacro, simbolo della stabilità e della prosperità dello Stato romano. La loro inviolabilità e il rispetto di rigidi voti conferivano loro uno status unico e  rompere i loro voti era considerato un sacrilegio con gravi conseguenze legali.

Inoltre, le vestali godevano di privilegi insoliti per le donne romane, come la capacità di testimoniare in tribunale: la loro elevata autorità morale le esentava dal prestare giuramento in quanto la loro parola era considerata di per sé affidabile.

La loro stessa esistenza e il loro ruolo sacro contribuivano a definire i confini del lecito e dell’illecito, incarnando un ideale di rettitudine e di rispetto delle leggi divine e umane. Le vestali, figure sacerdotali di grande prestigio nell’antica Roma, avevano un rapporto complesso e sfaccettato con la giustizia. Il loro ruolo non era di amministrare la legge direttamente, ma la loro sacralità e i loro specifici privilegi le ponevano in una posizione unica all’interno del sistema giuridico romano.

Le vestali godevano di sacrosanctitas, una sorta di inviolabilità sacra. Chiunque arrecasse loro offesa o danno era passibile di gravi punizioni, equiparabili a quelle riservate ai nemici dello Stato. Questa protezione derivava dal loro ruolo di custodi del fuoco sacro di Vesta, simbolo della perpetuità di Roma. Questa sacralità comportava anche enormi responsabilità.

Il voto di castità era il pilastro del loro sacerdozio e, se una vestale rompeva questo voto, era considerata una grave minaccia per la comunità, poiché si credeva che ciò potesse portare alla rovina di Roma. La punizione era severissima: la vestale veniva sepolta viva e il complice maschile subiva la fustigazione a morte, una pena riservata agli schiavi. In alcune circostanze, il destino di una vestale accusata poteva essere deciso attraverso una sorta di ordalia legata al fuoco sacro o all’acqua, elementi sacri connessi a Vesta.

Contrariamente alla maggior parte delle donne romane, le vestali avevano il diritto di fare testamento e amministrare i propri beni senza la necessità di un tutore maschile. Questa autonomia giuridica era un’eccezione significativa.

Le vestali avevano il potere di intercedere a favore di un condannato a morte incontrato casualmente e se dichiaravano che l’incontro era fortuito, il condannato veniva graziato. Questo privilegio sottolinea la loro statura morale e la loro influenza sulla giustizia.

Infine, alle vestali era concesso l’onore di essere sepolte all’interno del pomerium, il confine sacro della città di Roma, un privilegio riservato a poche figure di spicco.

Il rapporto tra le vestali e la giustizia nell’antica Roma non era diretto in termini di applicazione della legge. Tuttavia, la loro sacralità le rendeva intoccabili e al contempo responsabili del benessere spirituale dello Stato. I loro privilegi giuridici, insoliti per le donne dell’epoca, riflettevano il loro status eccezionale e la loro importanza per la comunità romana. La violazione dei loro voti era considerata un crimine contro lo Stato stesso, con conseguenze legali e rituali estreme. Le vestali, quindi, rappresentavano un elemento unico nel panorama giuridico romano, dove la sfera religiosa e quella legale si intrecciavano in modo significativo.

In sintesi, sebbene non rivestissero ruoli formali nell’amministrazione della giustizia secolare, le sacerdotesse e le vestali esercitavano un’influenza significativa attraverso la loro autorità religiosa e morale. Esse rappresentavano un elemento di sacralità e di ordine che permeava la società, contribuendo a plasmare i concetti di giustizia e di legalità. La loro figura ci ricorda come il potere e l’autorità possano manifestarsi in forme diverse e come, anche in società apparentemente dominate da figure maschili, le donne abbiano saputo ritagliarsi spazi di influenza cruciali per il mantenimento dell’equilibrio sociale e, in ultima analisi, per l’idea stessa di giustizia.

Le donne portano con sé una prospettiva unica, un’intelligenza emotiva e una sensibilità che arricchiscono il processo decisionale, spesso orientato verso soluzioni più umane.

La loro capacità di ascolto e di empatia permette di comprendere le sfumature delle situazioni, di riconoscere le dinamiche di potere e di dare voce a chi è marginalizzato. Questo si traduce in una giustizia più inclusiva, che tiene conto delle diverse realtà sociali e che si impegna a riparare i danni, non solo a punire i colpevoli.

Inoltre, la presenza femminile sfida gli stereotipi di genere che ancora permeano il sistema giudiziario, promuovendo un ambiente più equo e rispettoso per tutti.

Le donne nella giustizia sono agenti di cambiamento, che contribuiscono a costruire una società più giusta e pacifica, dove il diritto è al servizio delle persone e non viceversa.

Il cammino delle donne nel settore giustizia è stato lungo e tortuoso, in quanto già nel corso del dibattito in seno all’Assemblea costituente erano emerse opinioni dense di pregiudizio. Significativa quella del democristiano Cappi (futuro Presidente della Corte Costituzionale) secondo il quale nella donna sarebbe prevalso il sentimento sul raziocinio, mentre nella funzione del giudice sarebbe dovuto prevalere il raziocinio sul sentimento.

Altri componenti dell’Assemblea costituente, quali il magistrato Giuseppe Pisanelli ed il giornalista Enrico Molè, si soffermarono invece su aspetti biologici quali la presunta minore resistenza fisica delle donne, che ne avrebbe reso difficile seguire le udienze che si protraevano per diverse ore.

Sono opinioni che oggi ci fanno sorridere ed in un certo senso ci stupiscono nella loro irrazionalità, ma che in realtà all’epoca facevano parte della comune concezione della donna, e provenivano dagli stessi magistrati di genere maschile, alquanto restii verso questa apertura che al giorno d’oggi appare del tutto naturale.

La legge n. 66/1963 ha aperto alle donne l’accesso a tutte le cariche, professioni e impieghi pubblici, inclusa la magistratura, ponendo fine a una lunga discriminazione.

Nei lavori parlamentari che hanno preceduto l’approvazione della legge abbiamo la possibilità di riscontrare considerazioni ad oggi invero abbastanza scontate ma che all’epoca furono considerate di rottura con il passato e con la visione della donna come “angelo del focolare”.

Anche tra persone istruite come poteva essere un Parlamentare nei primi anni 60, con una percentuale molto alta di laureati, la concezione della donna era ben lontana dalla parità nei confronti dell’uomo. Nonostante le conquiste, nell’immediato dopoguerra si assistette a un tentativo di “rimettere la donna a casa” per far fronte alla disoccupazione maschile.

Le funzioni sociali erano ancora fortemente legate alla figura materna e al ruolo di casalinga e le donne che avevano sostituito gli uomini in fabbrica e nei campi durante la guerra, spesso subirono il ritorno alla condizione di casalinghe o vennero relegate a lavori meno qualificati e peggio retribuiti rispetto agli uomini, nonostante la Costituzione parlasse di pari retribuzione a parità di lavoro.

L’ingresso delle donne in Magistratura e in Avvocatura: il lungo cammino fino ai vertici.

Le prime 27 donne sono entrate nel personale di magistratura nel 1965 e rappresentavano il 6% dei vincitori.

Analizzando la serie storica dei vincitori di concorso dal 1965 ad oggi notiamo che il sorpasso rosa tra i vincitori di concorso avviene per la prima volta nel 1987, quando tra i nuovi 300 magistrati le donne furono ben 156.

Da allora, le donne hanno progressivamente conquistato posizioni di rilievo nel sistema giudiziario, contribuendo a una maggiore equità e rappresentanza.

Oggi, le donne rappresentano una percentuale significativa dei magistrati in Italia, attualmente il 57% dei magistrati in ruolo è di genere femminile, e l’età media di quest’ultime è più bassa di quella degli uomini di circa tre anni con una presenza particolarmente elevata negli uffici giudicanti. Tuttavia, permangono delle disparità, soprattutto per quanto riguarda le posizioni apicali e gli incarichi direttivi.

Attualmente i magistrati con incarichi direttivi sono il 68 % uomini, quindi quasi tre magistrati su quattro, mentre la situazione è più equilibrata sugli incarichi semidirettivi in cui le donne sono il 46% sui 682 incarichi complessivi.

Altrettanto importante l’evoluzione delle donne nell’avvocatura a partire dal caso emblematico di Lidia Poët, che ha stimolato anche la produzione di una interessante serie televisiva.

Lidia Poët, laureata in giurisprudenza nel 1881, è considerata la prima donna avvocato in Italia. Tuttavia, la sua iscrizione all’albo fu ostacolata da un ricorso del Procuratore Generale, basato su un’interpretazione restrittiva della legge che escludeva le donne dalla professione forense. Nonostante il sostegno di alcune voci autorevoli, come quella di Pasquale Stanislao Mancini, che ne riconosceva il diritto, la Corte d’Appello di Torino le negò l’iscrizione.

Questo episodio segnò l’inizio di una lunga battaglia per il riconoscimento del ruolo delle donne nell’avvocatura. Le prime donne che riuscirono a esercitare la professione dovettero affrontare numerosi ostacoli, tra cui pregiudizi, discriminazioni e la difficoltà di conciliare la vita professionale con gli impegni familiari.

Nel corso del XX secolo, la presenza femminile nell’avvocatura è cresciuta gradualmente, ma il cammino verso la parità è stato lento e tortuoso finchè la Costituzione ha sancito il principio di uguaglianza tra uomini e donne, aprendo nuove prospettive per le donne avvocato.

Come non citare Tina Lagostena Bassi, figura emblematica nella storia italiana, non solo come avvocata, ma anche come attivista e politica, che ha lasciato un’impronta indelebile nella lotta per i diritti delle donne.

È diventata nota come “l’avvocato delle donne” per il suo forte impegno nella difesa dei diritti femminili, ha patrocinato numerosi processi riguardanti abusi e stupri, combattendo con determinazione ed infine ha svolto un ruolo cruciale nel cambiare la percezione e il trattamento giuridico della violenza sessuale in Italia.

È stata eletta deputata e ha contribuito alla stesura della legge contro la violenza sessuale nel 1996 contribuendo a cambiare la percezione del delitto stesso, spostando l’attenzione dal concetto di “reato contro la morale” a quello di “delitto contro la persona”.

Tina Lagostena Bassi ha rappresentato un punto di riferimento per molte donne in Italia, ed il suo lavoro ha avuto un impatto duraturo sulla società italiana, contribuendo a cambiare la mentalità e a promuovere una maggiore consapevolezza sulla violenza di genere

Oggi, le donne rappresentano una quota significativa dell’avvocatura italiana, e la loro presenza è in costante crescita. Tuttavia, permangono alcune disparità, soprattutto in termini di accesso alle posizioni di vertice e di parità salariale.

Le donne avvocato continuano ad affrontare sfide legate alla conciliazione tra vita professionale e familiare, alla discriminazione di genere e alla necessità di affermarsi in un ambiente molto competitivo. Tuttavia, la loro determinazione e la loro competenza stanno contribuendo a trasformare l’avvocatura italiana, rendendola più inclusiva e rappresentativa della società.

L’evoluzione delle donne avvocato in Italia è un percorso di emancipazione e di conquista di diritti. Dalla pioniera Lidia Poët alle avvocate di oggi, le donne hanno dimostrato la loro capacità di eccellere nella professione forense, contribuendo a costruire una società più giusta e paritaria.

Dall’Avvocatura alle Supreme Corti, abbiamo assistito negli ultimi 10 anni ad una lenta ma inesorabile scalata ai vertici da parte delle donne.

Le figure di Margherita Cassano e Marta Cartabia rappresentano due tappe storiche nel cammino delle donne ai vertici delle istituzioni giudiziarie italiane. Entrambe hanno raggiunto per prime la carica apicale nei rispettivi organi, rompendo i cosiddetti “soffitti di cristallo”.

Margherita Cassano è stata la prima donna a ricoprire l’incarico di Primo Presidente della Corte Suprema di Cassazione, il massimo grado della giurisdizione ordinaria italiana. Prima di essere nominata Prima Presidente, ha ricoperto ruoli di rilievo come Consigliere di Cassazione, Presidente della Corte d’Appello di Firenze e, dal 2020, Presidente Aggiunto della Corte di Cassazione (anche in questo caso prima donna a rivestire il ruolo).

Marta Cartabia è stata la prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Corte Costituzionale, l’organo che garantisce il rispetto della Costituzione e giudica sulla legittimità delle leggi.

È una giurista e accademica di fama internazionale, professoressa di Diritto costituzionale in aspettativa. È stata eletta Presidente della Corte Costituzionale dai suoi colleghi Giudici l’11 dicembre 2019, mantenendo l’incarico fino alla scadenza del suo mandato. Dopo la scadenza del suo mandato alla Corte Costituzionale, ha assunto un altro ruolo istituzionale di grande rilievo: è stata Ministra della Giustizia nel Governo Draghi (2021-2022).

Le nomine di Cassano e Cartabia, insieme ad altri importanti traguardi raggiunti da donne in ruoli apicali (come l’elezione di Giorgia Meloni a Presidente del Consiglio dei Ministri), rappresentano un avanzamento significativo nell’abbattimento delle barriere di genere nelle istituzioni repubblicane, in particolare nel potere giudiziario, storicamente meno accessibile alle donne nelle sue posizioni di vertice.

Vorrei a questo punto evidenziare l’ottimo risultato ottenuto dall’Ordine degli Avvocati di Milano, il quale ha introdotto la Certificazione di Parità di Genere tra tutti gli ordini forensi d’Italia.

Il processo di certificazione è stato accompagnato dalla definizione di un Piano Strategico per la Parità di Genere 2024-2026, che prevede azioni concrete e misurabili per garantire l’equità all’interno dell’Ordine.

Tali azioni hanno obiettivi che spero verranno condivisi ed estesi a tutti gli ordini degli avvocati nazionali.

Tra questi segnalo l’istituzione del Comitato per la Parità di Genere, che avrà la funzione di monitorare e implementare le azioni previste, l’adozione di criteri trasparenti nei procedimenti di selezione, assunzione e progressione di carriera, assicurando equità salariale e pari opportunità, l’utilizzo di un linguaggio inclusivo e l’implementazione di strategie per una comunicazione interna ed esterna coerente con i principi di parità, ed infine la prevenzione e contrasto di ogni forma di discriminazione e abuso: attivazione di strumenti per la segnalazione e gestione di eventuali episodi di discriminazione, molestie e mobbing.

In, conclusione vorrei evidenziare con forza l’importanza cruciale del ruolo delle donne nel sistema giudiziario. La loro presenza non solo arricchisce il panorama giuridico con prospettive diverse, ma contribuisce anche a creare un ambiente più equo e inclusivo.

Le relatrici e i relatori hanno sottolineato come le donne portino competenze uniche, sensibilità e un approccio equilibrato alla risoluzione dei conflitti, elementi essenziali per garantire una giustizia più giusta e accessibile a tutti.

Tuttavia, è stato anche evidenziato come permangano ancora ostacoli e disparità di genere all’interno del sistema giudiziario. È fondamentale continuare a lavorare per superare questi ostacoli, promuovendo la parità di opportunità e garantendo che le donne possano raggiungere posizioni di leadership e influenzare le decisioni chiave.

Concludo quindi con un invito a tutte e tutti noi a impegnarci attivamente per costruire un sistema giudiziario che rifletta pienamente la diversità della nostra società e che valorizzi il contributo fondamentale delle donne.

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