C’è un momento, nella storia delle idee, in cui una tesi smette di essere considerata scandalosa non perché sia cambiata, ma perché è cambiato il clima culturale nel quale viene pronunciata.
Daniele Onori
È ciò che sta accadendo in questi giorni con il woke.
Il dibattito aperto da Repubblica è, sotto questo profilo, assai più interessante di quanto possa sembrare. Tutto nasce dalle dichiarazioni di Alexandria Ocasio-Cortez e dalla sua autocritica sulla prima stagione del woke, quella fase che oggi una parte della sinistra americana considera ormai eccessiva, controproducente, persino alienante rispetto alle preoccupazioni concrete degli elettori. Da lì è partita una discussione che ha rapidamente attraversato l’Atlantico. Giuseppe Conte ha scritto su Repubblica che alla sinistra «non serve il woke», definendolo una sorta di «religione morale autoreferenziale» e sostenendo che il vero avversario debba essere la società delle disuguaglianze.
Matteo Renzi, pochi giorni dopo, ha sostenuto sulle stesse pagine la necessità di «superare gli eccessi woke», mettendo al centro la questione sociale e il ceto medio. E Repubblica ha raccontato una sinistra italiana improvvisamente costretta a interrogarsi su una questione che fino a ieri sembrava quasi appartenere esclusivamente alla destra.
È un passaggio politico. Ma sarebbe un errore fermarsi alla politica.
Perché la vera domanda non è se il woke faccia perdere voti alla sinistra.
La vera domanda è: che idea dell’uomo c’era dietro il woke?
Ed è qui che la questione diventa filosofica.
Il woke è nato anche da una domanda legittima: come riconoscere le discriminazioni? Come impedire che il potere, la cultura, il linguaggio e le istituzioni producano esclusione? È una domanda seria, alla quale una società civile non può sottrarsi.
Ma una domanda giusta può produrre risposte sbagliate.
Il problema è nato quando la sensibilità per l’ingiustizia si è trasformata in una grammatica totalizzante della realtà. Quando ogni differenza ha cominciato a essere interpretata come una possibile forma di oppressione; quando ogni tradizione è diventata sospetta; quando la storia ha cessato di essere qualcosa da comprendere per diventare qualcosa da giudicare; quando le persone hanno iniziato a essere viste prima come membri di una categoria e soltanto dopo come individui.
È qui che il woke ha compiuto il suo errore filosofico fondamentale: ha smesso di interrogarsi sulla persona per interrogarsi quasi esclusivamente sull’identità.
L’uomo concreto, con la sua irriducibile complessità, è stato progressivamente sostituito da un insieme di appartenenze. Non sei più semplicemente una persona: sei un genere, un’etnia, una classe, un orientamento, una minoranza, un’identità. E ciascuna identità viene collocata dentro una gerarchia di privilegi e svantaggi.
La società diventa così una gigantesca contabilità morale.
Chi appartiene a quale gruppo? Chi può parlare? Chi ha il diritto di rappresentare chi? Chi deve chiedere scusa? Chi possiede il linguaggio legittimo?
Ma una società non può essere ridotta a questo.
Perché l’uomo non è soltanto ciò che lo distingue dagli altri. È anche ciò che con gli altri condivide.
Nasciamo dentro una storia che non abbiamo scelto. Riceviamo una lingua che non abbiamo inventato. Entriamo in una famiglia, in una comunità, in una cultura. E proprio attraverso questi legami impariamo progressivamente a diventare persone libere.
Il woke ha spesso considerato il legame come sospetto e l’appartenenza come un possibile strumento di oppressione.
Ma una civiltà senza appartenenze è semplicemente una civiltà senza memoria.
Ed è qui che la cancel culture rappresenta la conseguenza più coerente, e forse più inquietante, della logica woke.
La cancel culture non consiste semplicemente nel criticare un autore, una statua o un’opera. La critica è parte della libertà. Una società libera deve poter contestare Shakespeare, Dante, Cicerone, Churchill o chiunque altro.
Il problema nasce quando dalla critica si passa alla cancellazione.
Quando un’opera non deve più essere compresa nel proprio tempo ma giudicata esclusivamente attraverso le categorie morali del presente. Quando un autore deve essere espulso dal patrimonio comune perché una parte delle sue idee oggi ci appare inaccettabile. Quando la contestualizzazione diventa una forma di complicità.
Non è un caso che persino nel dibattito aperto da Repubblica siano emersi esempi estremi di questo fenomeno: Giuseppe Conte ha ricordato il paradosso di Omero e Cicerone trattati come suprematisti e ha denunciato il rifiuto della contestualizzazione storica; Renzi ha richiamato casi che hanno coinvolto persino Dante, Shakespeare, Tolstoj, Orwell e Dostoevskij.
È difficile non vedere qui una contraddizione.
Nel nome della diversità si finisce per impoverire la pluralità della cultura.
Nel nome dell’inclusione si escludono autori.
Nel nome della memoria si cancella la memoria.
Nel nome della liberazione si costruiscono nuovi conformismi.
Ed è precisamente questo il punto sul quale la critica conservatrice aveva ragione prima che diventasse rispettabile dirlo.
Non perché la destra avesse sempre ragione. Non perché ogni tradizione debba essere difesa soltanto perché antica. Non perché ogni istituzione sia necessariamente buona.
Ma perché esiste una verità antropologica elementare: una società non può educare i propri figli insegnando loro soltanto ciò che devono rifiutare.
Una civiltà vive anche di ciò che trasmette.
Il problema della cultura contemporanea non è soltanto la discriminazione. È anche la trasmissione. Che cosa consegniamo a chi viene dopo di noi? Quali libri? Quale storia? Quale idea del bene? Quale idea della responsabilità? Quale rapporto con la bellezza? Quale rapporto con i morti e con i vivi?
Il progressismo più radicale ha spesso avuto una risposta implicita: liberarsi dal passato.
Ma nessun uomo comincia davvero da zero.
E quando una società pretende di cominciare da zero, finisce inevitabilmente per costruire una nuova ortodossia.
È questo il paradosso della cancel culture: nasce dalla volontà di liberare il presente dal potere del passato e finisce per consegnare al presente un potere enorme sul passato.
Chi controlla ciò che può essere ricordato controlla, almeno in parte, ciò che può essere pensato.
Qui la questione della libertà di espressione diventa inseparabile dalla questione della libertà interiore.
Perché una società libera non è quella nella quale tutti dicono le cose giuste.
È quella nella quale è possibile dire anche cose sbagliate, discutibili, impopolari, persino urticanti, senza che l’intera comunità si trasformi in un tribunale morale.
La democrazia presuppone che gli uomini possano sbagliare.
Il woke, nelle sue forme più radicali, ha invece coltivato una tentazione opposta: eliminare l’errore eliminando colui che lo pronuncia.
È una tentazione antica, nonostante il suo linguaggio modernissimo.
E qui arriviamo al punto politico.
La crisi del woke non è soltanto il fallimento di una strategia elettorale. È il fallimento di una promessa antropologica: quella secondo cui l’uomo sarebbe diventato più libero quanto più fosse stato liberato dai legami, dalle tradizioni, dalle appartenenze e persino dai limiti della propria natura.
Ma l’uomo reale non vive così.
Ha bisogno di relazioni. Ha bisogno di appartenenza. Ha bisogno di famiglia, di amicizia, di comunità, di memoria. Ha bisogno di un orizzonte nel quale collocare la propria vita. E soprattutto ha bisogno di qualcosa che la politica contemporanea ha dimenticato: un’idea del bene comune.
Per questo la questione sociale, oggi tornata al centro del dibattito della sinistra, è certamente importante. Salari, sanità, casa, lavoro, costo della vita, sicurezza economica: tutto questo conta.
Ma non basta.
Una società può essere economicamente più ricca e spiritualmente più povera.
Può redistribuire risorse e non sapere più che cosa desiderare.
Può garantire diritti e non riuscire più a trasmettere un senso di responsabilità.
Può proteggere l’individuo e contemporaneamente lasciarlo terribilmente solo.
Ed è forse questa la contraddizione più profonda della nostra epoca.
Abbiamo costruito una cultura sempre più attenta a ciò che l’individuo può rivendicare e sempre meno capace di parlare di ciò che l’individuo deve agli altri.
Abbiamo moltiplicato i diritti, ma impoverito il linguaggio dei doveri.
Abbiamo celebrato l’autodeterminazione, ma dimenticato la responsabilità.
Abbiamo esaltato l’individuo e indebolito le comunità che lo sostengono.
Abbiamo combattuto molte forme di discriminazione, ma non abbiamo sconfitto la solitudine.
Forse è per questo che il dibattito aperto da Repubblica è più importante di quanto sembri.
Perché, dietro la domanda «meno woke?», se ne nasconde una molto più seria:che cosa viene dopo?
Se la risposta sarà semplicemente un woke più moderato, avremo soltanto cambiato il linguaggio.
Se sarà invece un ritorno alla persona, alla libertà, alla responsabilità, alla comunità, alla memoria e alla ricerca di un bene comune, allora potremo parlare davvero di una svolta.
E qui la destra dovrebbe evitare un errore speculare.
Non basta avere avuto ragione.
Aver previsto il fallimento di un’ideologia non significa possedere automaticamente una cultura alternativa. La critica deve trasformarsi in proposta. Altrimenti la vittoria culturale si riduce a una rivincita polemica.
La destra che vuole essere adulta deve avere il coraggio di difendere ciò che il tempo presente considera fragile: la famiglia, la natalità, la responsabilità, il merito, la libertà, la comunità, la memoria nazionale, la solidarietà tra generazioni, il valore del lavoro, la dignità di ogni persona.
Non come slogan identitari.
Come architettura di una società.
Perché alla fine la questione non è woke contro anti-woke.
È molto più radicale.
È sapere se vogliamo una società nella quale l’uomo debba continuamente reinventarsi per essere accettato oppure una società capace di riconoscere che ogni persona possiede una dignità che viene prima di qualunque etichetta.
Se vogliamo una cultura che cancelli ciò che non approva oppure una cultura abbastanza sicura di sé da confrontarsi anche con ciò che la precede.
Se vogliamo una politica che divida gli uomini in categorie oppure una politica capace di ricordare che, prima di ogni appartenenza, c’è una comune condizione umana.
Per anni, dire queste cose è sembrato essere di destra.
Forse il punto è che non erano di destra.
Erano semplicemente vere.
E la vera sorpresa del dibattito di oggi non è che la sinistra stia finalmente abbandonando il woke.
È che, dopo aver trascorso anni a spiegare agli altri che cosa fosse il progresso, sta finalmente scoprendo che il progresso, senza un’idea dell’uomo, può trasformarsi molto rapidamente nel suo contrario.