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La Leggenda del Grande Inquisitore è un capitolo de “I Fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij, uno dei più importanti romanzi della letteratura russa. Questo capitolo è particolarmente noto per la sua profondità filosofica e le complesse riflessioni che suscita. Nella Leggenda, Ivan Karamazov narra a suo fratello Alëša una storia immaginaria ambientata in Spagna durante il XVI secolo, durante l’Inquisizione. La narrazione è una sorta di poema drammatico all’interno del romanzo, ed è incentrata su un incontro tra Gesù Cristo e il Grande Inquisitore. Il Grande Inquisitore, rappresentante dell’autorità religiosa e politica, cattura Gesù appena arrivato a Siviglia e lo imprigiona. Nella prigione, il Grande Inquisitore esprime la sua visione del mondo, critica il messaggio di Gesù e giustifica la sua decisione di imprigionarlo. Secondo il Grande Inquisitore, il messaggio di amore e libertà di Cristo è troppo difficile per la maggior parte delle persone, che cercano invece sicurezza, ordine e autorità. Il Grande Inquisitore sostiene che la Chiesa, assumendo il controllo della fede e imponendo regole e dogmi, sta facendo un favore all’umanità, garantendo così la sua stabilità e proteggendo le persone dalla difficile libertà individuale. Questo brano solleva una serie di questioni filosofiche profonde. Uno dei temi principali è la tensione tra libertà individuale e autorità istituzionale, e il modo in cui la società può cercare di equilibrare questi due elementi. Dostoevskij attraverso la voce del Grande Inquisitore esplora la complessità della natura umana, la nostra tendenza a cercare la sicurezza e l’ordine anche a costo della libertà.

Ivàn Karamàzov narra a suo fratello Aleksej (Alëša) un racconto allegorico di propria creazione, ambientato nella Spagna dei tempi della Santa Inquisizione.Quindici secoli dopo la sua morte, Cristo  dal nome mai pronunciato ma sempre alluso indirettamente, fa ritorno sulla terra.

La popolazione lo identifica e lo acclama come il Salvatore, ma, paradossalmente, viene immediatamente imprigionato per ordine del Grande Inquisitore. Questo avviene proprio mentre egli, appena dopo aver compiuto il miracolo della resurrezione di una bambina di sette anni, si trova davanti alla bara bianca ancora aperta, pronunciando le sue uniche parole di tutta la narrazione: “Talitha kumi”.[1]

Il poema si configura come un’accusa che il Grande Inquisitore muove a Cristo, ormai in prigione e neutralizzato. Non si tratta di un dialogo, poiché Cristo non pronuncia parola alcuna; è l’Inquisitore a esporre la sua visione del mondo opposta a quella di Gesù. Il filo conduttore della storia si compone di temi universali che l’umanità affronta da millenni: il libero arbitrio e la capacità di distinguere il bene dal male.

L’Inquisitore concepisce l’essere umano come un individuo spregevole, traditore, vile e inetto. Secondo lui, un essere così mesto non può produrre nulla di buono e non è in grado di scegliere senza preoccuparsi prima delle proprie voglie. Il peso della scelta, della libertà, diviene un fardello, qualcosa da cui l’uomo si libererebbe volentieri in cambio di pace e serenità. L’Inquisitore sostiene che il vero motore delle azioni umane è il pane, senza il quale non può esserci libertà.

Le tinte oscure con cui l’Inquisitore dipinge l’umanità inducono a una domanda ponderata: l’uomo ha mai richiesto la libertà? Benché gli uomini desiderino la libertà, ne hanno una paura innata perché la libertà li renderebbe potenziali carnefici di se stessi. L’Inquisitore è convinto che, affinché l’uomo sia felice, debba essere ingannato. La persona va soggiogata attraverso miracoli, misteri e autorità: continuamente sorpresa dalla dimostrazione di potere sovraumano (il miracolo), abbagliata dall’incomprensibile (il mistero), se si ribella, è costretta a rientrare nei ranghi (autorità). Bisogna mentire, facendole credere di essere libera, in nome di quel Dio che ha versato il suo sangue proprio per la libertà dell’individuo.

L’argomentazione dell’Inquisitore non nasconde un paternalismo esasperato che considera l’uomo come un eterno bambino. Secondo lui, Dio non ha mai amato l’umanità. Se l’avesse fatto, avrebbe donato la capacità di essere liberi, oltre alla facoltà stessa. Il bene dell’uomo consiste nel liberarlo dal fardello della scelta, e qualcuno forte e coraggioso deve assumersi questa responsabilità. L’Inquisitore si presenta come il vero benefattore, colui che salva il mondo, liberando l’uomo dalla preoccupazione ponendolo sotto un potere che, in realtà, lo libera.

Il pensiero dell’Inquisitore non è isolato, e nel passato e ancor oggi ci sono coloro che lo condividono. In una società così concepita, l’umanità si divide tra i pochi che hanno osato scegliere e i molti che soffrirebbero se fossero lasciati liberi. La società del Grande Inquisitore è estremamente gerarchizzata, con l’apice che assume la responsabilità di determinare ciò che è giusto o sbagliato, di condannare o assolvere.

Il discorso del Grande Inquisitore deriva da una razionalità estremamente cinica e brutale nel suo argomentare, quasi indiscutibile dialetticamente. L’Inquisitore incarna un pessimismo della ragione privo di speranza, così sincero nel descrivere la bassezza dell’umanità da risultare esasperante.

Tuttavia, una speranza emerge, almeno secondo l’interpretazione di Dostoevskij. Cristo, di fronte alle accuse e alle minacce dell’Inquisitore, non risponde, bensì si alza e lo bacia inaspettatamente. Un gesto semplice che lascia senza parole l’Inquisitore e salva Cristo dalla condanna al rogo. In questo gesto risiede tutta la spiritualità profondamente cristiana che pervade l’opera di Dostoevskij.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è necessario contraddire il Grande Inquisitore, poiché non sono gli argomenti a favore della libertà a preservare la libertà. Cristo, con un gesto, testimonia una concezione antropologica completamente opposta a quella dell’Inquisitore. L’uomo non è solo mente e non troverà mai risposta definitiva né pace in sé stesso. Solo Dio è in grado di tracciare la linea tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, l’unico che ha predicato la libertà non solo come concetto, ma come azione quotidiana, semplice e ripetuta. Cristo è la risposta viva e silenziosa al Grande Inquisitore.

Un tale gesto evoca la reminiscenza di un altro “grande silenzio”, simile a quello di Cristo di fronte a Pilato. Tuttavia, in quella circostanza, Egli, alla fine, ribatté al suo accusatore, difendendo la “Sua” Verità. Forse, parafrasando una celebre affermazione di Wittgenstein, a volte è necessario tacere su questioni che non possono essere adeguatamente esposte, e quindi forse è proprio per questo motivo che Cristo sceglie la via del silenzio.

Le sue spiegazioni, in questo contesto, risulterebbero incomprensibili per il suo uditorio. Ma ciò potrebbe essere in contrasto con la stessa libertà concessa all’uomo per cercare la “Via” giusta e la “Verità” divina, da seguire nella propria “Vita”, prendendo ad esempio la vita di Cristo.

Al di là di tali presupposizioni, non conosciamo realmente il motivo del silenzio di Cristo nella Leggenda. Dostoevskij avvolge il Suo silenzio nel mistero: sappiamo solamente che Cristo tace. Il suo unico “parlare”, la sua unica risposta, consiste in un gesto altrettanto misterioso, ovvero un “bacio” conferito al Grande Inquisitore.

È certo che, con il bacio ricevuto da Cristo, il Grande Inquisitore, pur rimanendo fedele alla sua idea, come precisa Ivan nel suo racconto, decide di liberare il suo prigioniero. Forse la libertà concessa dal Grande Inquisitore a Cristo, creando nuovamente una situazione “aperta e problematica” e senza risposte certe, ribadisce e riconferma ancora una volta, nel pensiero dostoevskiano, l’idea della libertà di adesione umana alla religione cristiana, anche con tutti i dubbi, le incertezze e le ambiguità umane evidenziate da Dostoevskij nella sua opera.

Resta aperto il più grande e intricato interrogativo per il credente: “Unde Malum?”. Da dove origina il male e quale ne sia la sua ragione d’essere. Il paradosso insito nella coesistenza di Dio e del male ha spinto il filosofo Leibniz, nel corso del XVIII secolo, a coniare il concetto di “teodicea”, un campo di indagine filosofica dedicato all’esplorazione del rapporto tra la divinità e la giustizia.

Il pensatore ebreo Jonas, riflettendo sulla tragedia dell’Olocausto, giunge alla conclusione che l’essere umano deve rassengarsi all’idea che l’Onnipotente sia o privo di benevolenza o completamente incomprensibile. Ciò, soprattutto, alla luce dell’incontrollabilità dell’autonomia decisionale umana.

La Leggenda del Grande Inquisitore pone in rilievo tematiche che continuano a stimolare la riflessione umana poiché si intersecano con l’essenza stessa dell’esercizio della libertà e con il significato profondo dell’esistenza, il cui epilogo si trova inevitabilmente nella morte.

Daniele Onori


[1] Talitha kum è un’espressione in aramaico parlato da Gesù nel Vangelo di Marco, e che significa: “Fanciulla, alzati”
Si tratta del noto episodio di una bambina, la figlia di Giairo, che viene resuscitata da Gesù, subito dopo il miracolo dell’emorroissa.

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