Non un quesito da poco se a chiederselo è uno psichiatra, sociologo e scrittore di bestseller del calibro di Paolo Crepet. Non un intellettuale che vive nella torre eburnea, ma un uomo che da sempre unisce all’attività accademica quella professionale e che non disdegna nemmeno di stare nell’agorà moderna, quella dei Social, dove è seguitissimo con oltre 400 mila follower.
Nel suo ultimo libro, “Mordere il cielo”, spiega quanto sia urgente e necessario riscoprire le emozioni, l’empatia che ci rende umani, soprattutto al tempo della società digitale e dei continui cambiamenti a cui andiamo incontro. “Viviamo in un mondo nel quale guerre, migrazioni epocali e nuove emergenze contribuiscono a creare senso di precarietà, spingendoci a credere che le uniche modalità plausibili per sopravvivere siano la negazione e la paura. Solo che la prima ci condanna all’indifferenza, la seconda ci paralizza. In entrambi i casi, finiamo per relegarci in una solitudine che accomuna giovani e adulti, vecchi e bambini”.
Per lo psichiatra che riempie i teatri come una star della musica leggera, stiamo entrando nell’età dell’atarassia e dell’insensibilità e il disagio giovanile sempre più dilagante ne è un campanello d’allarme. “I giovani di oggi sono una generazione nata con la tecnologia digitale, con l’isolamento autistico delle proprie capacità, tutti dentro una bolla tecnologica, anche se fanno finta di non accorgersene”. C’è il rischio concreto di una GenerazioneZ sempre più indifferente e anestetizzata, se invece di “mordere il cielo” resta incollata al cellulare.
La mia preoccupazione più grande – prosegue lo psichiatra Paolo Crepet – se ci sono degli influencer che hanno 20/30 milioni di followers che si mettono lo stesso tipo di scarpe, che frequentano gli stessi locali e che mangiano lo stesso tipo di cibo è che questa sarà una sventura incredibile per i giovani, perché l’influencer è il capo dei conservatori. Se trionfa questo tipo di omologazione non essere preoccupati è da scemi. Dall’altra parte però c’è la paura dei giovani di uscire dalla comfort zone perché la libertà è un esercizio molto faticoso, implica il confronto, l’ascolto e l’eventuale critica delle idee degli altri, e naturalmente avere delle idee proprie E allora cosa si fa? Un tempo si andava in chiesa. Oggi si va sui Social e si seguono gli influencer che sono i nuovi predicatori.
La denuncia di Crepet non è nuova, è un leitmotiv presente in tutti i suoi ultimi libri che raccontano il sempre crescente disagio giovanile, nella società digitale. Gli ultimi dati Istat fotografano la situazione: quasi l’85% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni dispone di un profilo su un social network; percentuale che nella fascia 17-19 anni supera il 97%.
La quasi totalità della GenZ, nasce e vive sui Social, talvolta messa direttamente dai genitori e come denunciano studi e libri non è più in grado di comprendere il diaframma tra vita reale e vita digitale. Lo racconta magistralmente una della finalista del Premio Strega Chiara Valerio ne “La tecnologia è religione” dove il nipotino Francesco si avvicina a un albero di mele, scrolla l’aria con le dita unite come per ingrandirlo e coglierne le mele e si stupisce perché i frutti non cadono a terra, come accade dall’IPad con un semplice click. “Mio nipote è nato in un mondo in cui la tecnologia è sufficientemente potente da mimare la realtà e dunque Francesco confonde i fatti con le rappresentazioni, di più, le ritiene sovrapponibili, ancora di piú si irrita perché la tecnologia offre maggiori comodità, tra cui la ripetizione. Non lo fa solo lui, lo facciamo quasi tutti…”.
Ne segue un disagio esistenziale, un senso di smarrimento e confusione, soprattutto per i nativi digitali che utilizzano sempre più precocemente gli smartphone.
L’allarme è stato colto anche dal Parlamento con una proposta di legge bipartisan depositata in modo sincrono alla Camera e al Senato, prima firmataria la Senatrice di Fdi Lavinia Mennuni e la Deputata del Pd Marianna Madia, entrambe membri della Commissione bicamerale per l’Infanzia e l’Adolescenza. Il disegno di legge «Disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale», nato per contrastare la cyber dipendenza – dal fenomeno delle baby influencer a quello del gaming retribuito – e per proteggere i minori rafforzando i meccanismi di verifica dell’età prima dell’iscrizione sulle piattaforme online, è già in corso d’esame in Commissione al Senato e presto arriverà in Aula.
Un disegno di legge condiviso da maggioranza e opposizione, che vede l’Italia in prima linea per cercare di arginare l’abuso dei social da parte dei giovanissimi che si iscrivono aggirando i limiti d’età posti dalle singole piattaforme, senza avere la consapevolezza necessaria all’utilizzo. Una legge utile e necessaria che agisce sulla prevenzione, senza demonizzare i Social che possono essere strumenti di condivisione e socializzazione sana se usati con cautela, parsimonia e consapevolezza. E soprattutto senza dimenticare che – come scrive Paolo Crepet – “quando ai nostri giovani insegniamo a rimandare il momento di fare i conti con la vita vera. Li condanniamo a vivere fragili e spaesati”.
La soluzione? “Allenare le nostre emozioni ogni giorno ma, per crescerle e allevarle, occorre saperle sfidare, non negarle né rinunciarci. Evitare di affidarci ciecamente ai nuovi prodotti dell’intelligenza artificiale, che minacciano di depotenziare le nostre capacità fisiche, cognitive ed emotive, la nostra meravigliosa emotività”.
Questo non significa rinunciare al sussidio prezioso ed oggi indispensabile della tecnologia o contrastarla, ma ricordarsi sempre che ciò che ci rende unici è la nostra umanità. Proprio come suggerisce il ddl bipartisan, un lungimirante esempio di come si può lavorare insieme per il futuro delle nuove generazioni. A partire dalla consapevolezza che sui Social, come nella vita, quando qualcosa è gratis, il prezzo sei tu!
Silvia Grassi
(Direttore editoriale @Libreriamo)