Mai come in questo tempo il Natale del Signore è occasione di rinascita, anche sociale.

Cosa ci racconta il Natale se non un incrocio abbacinante, fra la storia e l’Eterno, fra il tempo dell’uomo e quello di Dio?

Cosa affascina credenti e non credenti se non quel mistero di un Dio che si fa uomo -e piccolo d’uomo! –  assumendo su di sé ogni debolezza umana, tranne il peccato, insomma, incarnandosi?

Ebbene, è proprio questo incarnarsi che è scandalo per questo tempo.

Se c’è una dominante, infatti, in questo cambio d’epoca che stiamo vivendo, essa è proprio la dis-incarnazione.

L’uomo occidentale -e con esso tutti quei mondi che ne hanno subito l’influenza- sperimenta oggi gli esiti di un lungo processo di scarnificazione dell’umano, di progressivo esilio dell’uomo dal reale e dal suo stesso corpo.

L’esaltazione dell’autodeterminazione ha ridotto la libertà a liberazione da ogni limite, il gender ha cancellato il sesso, la ricerca della vitalità autosufficiente ha rimosso le vite deboli, la divinizzazione dell’ambiente ha esiliato l’uomo, l’intelligenza artificiale rischia di separare mente e cuore.

Il grido sessantottino “Vietato vietare” è stato null’altro che l’emancipazione da un mondo che non sapeva dare spiegazioni del perché dei doveri e, al contempo, l’inizio di un viaggio allucinante verso un mondo di desideri illusoriamente trasformati in diritti.

Un viaggio che sembra oggi giunto all’estremo sacrificio, quello del corpo. Un sacrificio necessario per realizzare ogni e qualsivoglia desiderio; un sacrificio reso possibile dalla tecnica, che promette all’uomo un futuro oltre l’uomo, trans-umano.

L’uomo disincarnato, come lo ha definito la filosofa francese Sylviane Agacinski, è un essere che vive in un eterno presente, a cui il passato non interessa più, anzi spaventa, perché evoca l’essere nato da qualcuno, cioè il non essersi fatto da solo. E per il quale il futuro è ridotto ad algoritmo, da controllare e prevedere. Senza sorprese, senza rischi.

E tuttavia accade che il reale si imponga. Succede che non tutto è controllabile, che esplodano epidemie, che divampino guerre, che la felicità promessa non arrivi. 

Succede, insomma, che si avverta il bisogno del limite, che si riconosca che non tutto è permesso.

Accade che il corpo chieda spazio, che la carne faccia sentire il suo peso, fatto di passioni, di bisogni, di domande.

Succede che si torni ad avvertire l’esigenza di incarnare l’umano nella sua pienezza.

E tutto questo accade perché portiamo nel nostro cuore quella scintilla divina che mai si spegne e che ci ricorda da Chi veniamo e quale grande dignità abbiamo.

Quella fiammella che ci fa guardare con una certa familiarità il Bambino adagiato nella mangiatoia.

Un Bambino che è uno scandalo, certo, per l’uomo disincarnato del nostro tempo, ma anche un’ancora di salvezza.

Cosa ci dice, infatti, quel Bambino se non che perché l’amore sia vero e credibile non può che immedesimarsi con la persona amata, assumendosene tutte le angosce? Cosa ci testimonia se non che ogni strada verso l’autentica felicità non può mai essere percorsa in solitudine? Cosa ci ricorda se non che abbiamo bisogno gli uni degli altri? A cosa ci invita, dunque, se non a ripartire da quel che siamo? Cosa ci rammenta, in definitiva, se non la verità sull’uomo?

Il Natale è allora anche l’invito ad una rinascita.

Dinanzi a quel Bambino siamo chiamati a “reincarnarci”. A riassumere, cioè, in pienezza tutta la nostra umanità, a partire proprio dal nostro corpo.

E a farne anche occasione per una salutare rinascita sociale.

Si tratta di ritornare come singoli e come comunità al senso del limite. Riconoscere che c’è una legge, scritta nel nostro cuore, non da mano di uomo. E che il corpo è lì a ricordarcela; a testimoniarci che l’uomo ha bisogno di abiti, anche sociali, a partire dalla famiglia! E che non può fare a meno di costruire relazioni ordinate, con gli altri, con l’ambiente, con Dio.

Quel Dio che si incarna ci racconta che ci troviamo dinanzi ad un bivio, rispetto al quale occorre scegliere, senza compromessi.

Quel Bambino non ha avuto esitazioni e ha cambiato il corso della storia.

Sta a noi decidere se incarnarci, decidendo di orientare finalmente questo cambio d’epoca verso una nuova civiltà a misura d’uomo, oppure rassegnarci ad evaporare nell’insignificanza spettrale di monadi senza volto.

Buon Santo Natale!

Domenico Airoma

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