Il 18 gennaio scorso il Ministro dell’Interno Marco Minniti, il Capo della Polizia Franco Gabrielli e la Direttrice del servizio di Polizia postale Nunzia Ciardi hanno presentato a Roma il primo Protocollo Operativo per il contrasto alla diffusione delle c.d. fake news attraverso il web. Questo strumento, nelle intenzioni dei suoi ideatori, ha l’obiettivo “di arginare, con specifico riguardo al corrente periodo di competizione elettorale, l’operato di quanti, al solo scopo di condizionare l’opinione pubblica, orientandone tendenziosamente il pensiero e le scelte, elaborano e rendono virali notizie destituite di ogni fondamento, relative a fatti od argomenti di pubblico interesse” (cfr. https://www.commissariatodips.it/fileadmin/src/doc/pdf/comunicato18012018.pdf).

Il nuovo sistema ruota attorno all’utilizzo del “Red Button”, un interfaccia presente sul sito www.commissariatodips.it tramite il quale chiunque, senza registrarsi o autenticarsi ma semplicemente fornendo un indirizzo email, può segnalare alla Polizia l’esistenza in rete di un contenuto che ritiene ascrivibile a fake news. All’utente è lasciata la facoltà di corredare la segnalazione con l’indicazione delle piattaforme social (Facebook, Twitter etc.) su cui l’informazione è stata diffusa. Spetterà poi alla Polizia il giudizio di veridicità sulla notizia.

La segnalazione verrà infatti analizzata da un team di esperti del CNAIPIC (il Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche, cioè la struttura della Polizia di Stato incaricata di prevenire e reprimere i crimini informatici) che, “in tempo reale, 24 ore su 24”, la setaccerà utilizzando tecniche e software specifici per ravvisare eventuali indicatori che consentano di qualificarla come fake news. All’individuazione di una fake news seguirà la pubblicazione sul sito della Polizia e sui canali social istituzionali di una smentita.

Il CNAIPIC curerà inoltre un’autonoma attività di raccolta informativa diretta a individuare in maniera preventiva la diffusione in rete di notizie che ritiene possano essere marcatamente caratterizzate da infondatezza e tendenziosità o evidentemente diffamatorie.

Non si dubita della sincera preoccupazione di chi ha varato l’iniziativa per la costruzione di false notizie, soprattutto a fronte della facilità di diffusione permessa oggi dai circuiti  social, né possono trascurarsi i gravi danni che informazioni menzognere provocano su persone e comunità. Sono peraltro notorie la professionalità e la dedizione del sistema italiano di sicurezza, e al suo interno della Polizia postale – una vera eccellenza, riconosciuta come tale anche fuori dai confini nazionali -, nel prevenire e nel reprimere i crimini informatici, in primis quelli più odiosi che riguardano i minori. Tuttavia l’apprezzabile intenzione di contrastare la circolazione di fake news si incrocia con taluni rischi derivanti dalla configurazione del rimedio individuato.

Innanzitutto, non è a oggi noto il sistema di regole e l’ambito operativo nel quale si muoverà la Polizia Postale una volta ricevute le segnalazioni degli utenti. Appaiono infatti generici i criteri che dovrà seguire il CNAIPIC nella sua analisi (per ora si fa riferimento unicamente alla presenza di smentite ufficiali, alla falsità del contenuto comprovata da fonti obiettive e alla provenienza della notizia da fonti non accreditate o certificate), mancando quindi la concreta indicazione del modo in cui si procederà a stabilire se una determinata informazione è vera o falsa.

Non è poi dato sapere se il Protocollo, elaborato con lo specifico fine di evitare “l’induzione sistematica di falsi convincimenti, individuali e collettivi, e la macroscopica alterazione del sereno dispiegarsi del confronto democratico”, opererà limitatamente alle notizie diffuse durante le campagna elettorale o riguarderà anche altri ambiti informativi, magari dopo il voto del 4 marzo, selezionati alla stregua di criteri non noti.

Il pericolo di una valutazione arbitraria è peraltro aumentato dalla difficoltà di delimitare con precisione la nozione di fake news. I dati sbagliati che il politico di turno cita durante un intervento televisivo sono classificabili come fake news? E gli arcinoti meme su fantomatici parenti di Laura Boldrini che avrebbero compiuto atti ignominiosi? Se la risposta è affermativa, non si comprende perché, nel primo caso, non incrementare una puntuale opera di factchecking giornalistico o, nel secondo caso, non rendere più celere la trattazione di una querela per diffamazione. Se la risposta è negativa, si torna alla casella di partenza e permane l’indeterminatezza.

Ci sono un paio di ulteriori aspetti critici del Protocollo che appare opportuno sottolineare. In primis, il mancato coinvolgimento dell’autore della presunta fake news nel procedimento di verifica: costui, allo stato attuale, non può in alcun modo difendersi o dimostrare la veridicità di quanto afferma, e finisce per subire passivamente l’intera operazione. Perché precludere questa possibilità, per esempio, all’autore di una inchiesta giornalistica che, sollecitato, potrebbe fornire garanzia sulla autenticità delle sue fonti?

L’altra problematica riguarda – lo si ripete, in coerenza con la stima e con la gratitudine per il lavoro delle forze di polizia – l’attribuzione alla Polizia postale della attestazione di ciò che è vero e di ciò che è falso. Questo, da un lato, evoca esperienze storiche che poco hanno di democratico, a fronte di un sistema sicurezza che ha compiuto enormi sacrifici per diventare  – quale è diventato in Italia – un baluardo della democrazia; dall’altro, espone i funzionari di polizia addetti al servizio a gravi responsabilità qualora le news da loro eventualmente certificate come fake si dimostrassero poi veritiere.

La disinformazione si combatte sul piano culturale, alzando il livello dell’onestà di chi lavora nella comunicazione e il livello della consapevolezza di chi la riceve, non istituendo un controllo di polizia, rispetto al quale il “Red Button” rischia di diventare un incentivo alla delazione, e magari alla costruzione di denunce esse sì menzognere.   

Il Centro studi Livatino   

 

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