Riflessioni a margine di un intervento del prof. Giuliano Amato
In una recente intervista dedicata ai problemi della liberal-democrazia americana, il professor Amato ha toccato anche il tema del fine vita in Italia, affermando che non bisogna “contrapporre due principi inconciliabili – l’autodeterminazione e l’indisponibilità della vita – per mettere al centro un fattore comune che è la pietà umana”.[1]
Le considerazioni del prof. Amato suscitano alcune brevi riflessioni.
La prima riguarda l’indisponibilità del diritto alla vita. È un dato ormai da tempo consolidato nella riflessione costituzionalistica che i diritti inviolabili, tra i quali il primo (in quanto presupposto per tutti gli altri) è quello alla vita, sono (anche) indisponibili e irrinunciabili. In altri termini, il loro titolare non può, sul piano giuridico, abdicare al loro godimento. Sembrerebbe che Amato non condivida questa ricostruzione oramai acquisita nella esperienza giuridica (non solo) italiana e riconduca invece la questione della indisponibilità della vita a una problematica di natura religiosa.
Il secondo profilo su cui vale la pena soffermarsi è il concetto di pietà, evocato nell’intervista per giustificare in limitate ipotesi la mancata punizione dell’assistenza al suicidio, secondo quanto deciso dalla Corte costituzionale nella sua ben nota giurisprudenza Cappato.
In diritto romano, in epoca pagana, la pietas era l’insieme dei doveri che l’uomo ha sia verso gli altri uomini, in particolare verso i genitori, sia verso gli dei: Cicerone collega poi la pietas alla giustizia[2] e mette in luce lo stretto legame tra queste due e l’amore, che è fondamento del diritto.[3] Al contrario, secondo Amato, per pietas si dovrebbe non punire chi aiuta il malato a suicidarsi.
A chi conosce i classici, l’immagine della pietà richiama alla mente inevitabilmente la figura del pio Enea. Anchise era stato portato sulle spalle dal figlio e non abbandonato alla sofferenza del suo destino. Come si possono considerare atti di pietà quelli di sostegno al singolo nei suoi propositi suicidari? In proposito a fugare eventuali dubbi soccorre chiarissimo anche l’insegnamento della Chiesa cattolica. Benedetto XVI, richiamando la posizione dei vescovi italiani, aveva già chiaramente invitato “a non cadere nell’inganno di pensare di poter disporre della vita fino a «legittimarne l’interruzione con l’eutanasia, magari mascherandola con un velo di umana pietà»”.[4] Anche il più recente documento della Congregazione per la Dottrina della fede Dignitas infinita afferma che “non esistono … condizioni mancando le quali la vita umana smette di essere degnamente tale e perciò può essere soppressa: «la vita ha la medesima dignità e lo stesso valore per ciascuno: il rispetto della vita dell’altro è lo stesso che si deve verso la propria esistenza»”.[5] Prosegue il documento: “Aiutare il suicida a togliersi la vita è, pertanto, un’oggettiva offesa contro la dignità della persona che lo chiede, anche se si compisse così un suo desiderio: «dobbiamo accompagnare alla morte, ma non provocare la morte o aiutare qualsiasi forma di suicidio. Ricordo che va sempre privilegiato il diritto alla cura e alla cura per tutti, affinché i più deboli, in particolare gli anziani e i malati, non siano mai scartati. La vita è un diritto, non la morte, la quale va accolta, non somministrata. E questo principio etico riguarda tutti, non solo i cristiani o i credenti»”.[6]
Proprio in questi giorni Papa Francesco ha evidenziato come “c’è ancora e più che mai bisogno di persone di ogni età che si spendano concretamente al servizio della vita umana, soprattutto quando è più fragile e vulnerabile; perché essa è sacra, creata da Dio per un destino grande e bello; e perché una società giusta non si costruisce eliminando i nascituri indesiderati, gli anziani non più autonomi o i malati incurabili”.[7] In aggiunta a queste indicazioni il card. Parolin ha sottolineato “il valore inviolabile della vita umana: ogni essere umano indipendentemente dalle sue condizioni possiede una dignità intrinseca che non può mai essere messa in discussione”, sottolineando che “in questo senso la vita umana non è disponibile né per la società né per individuo né per lo stato. La sua difesa è un dovere morale e civile per tutti”.[8]
Resta ferma – e forse la questione sfugge nell’intervista – la differenza fondamentale tra cure proporzionate e accanimento terapeutico, quest’ultimo senz’altro vietato dalla normativa già in vigore e sicuramente da evitare.
Infine un terzo rilievo, di natura più prettamente politica. Il prof. Amato nel corso della sua intervista dice di far parte dei “convinti democratici … che negli ultimi cinquant’anni hanno sostenuto qualsiasi battaglia progressista senza rendersi conto per tempo della crescente distanza, talvolta eccessiva, rispetto ai valori tradizionali che tengono unite le nostre società”. È stupefacente, tanto più di fronte a questa considerazione, che la linea da Lui tracciata sul fine vita possa costituire un modello per una parte di coloro che si fregiano invece del nome di conservatori e aspirano a seguire un modello diverso da quello dei liberal. Questa possibilità è ancor più sorprendente in un contesto storico come l’attuale: l’ondata relativista non porta voti, come dimostra l’epilogo del presidente Macron in Francia nonostante le politiche abortiste, al contrario di quanto avviene per posizioni non politicamente corrette, come nel caso del presidente Trump.
[1] Repubblica, 6 marzo 2025, p. 17.
[2] Est enim pietas iustitia adversus deos (Cic., De nat. deor., I, 116).
[3] V. anche De legibus I, 43-45.
[4] Angelus del 4 febbraio 2007.
[5] La citazione nel testo è di Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera Samaritanus bonus (14 luglio 2020), V, n.1: AAS 112 (2020), 919.
[6] La citazione è di Papa Francesco, Udienza generale (9 febbraio 2022): L’Osservatore Romano (9 febbraio 2022), 3.
[7] Papa Francesco, Messaggio, pronunciato dal Cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, ai partecipanti al pellegrinaggio del Movimento per la Vita (8 marzo 2025).
[8] Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato, Omelia per il pellegrinaggio del Movimento per la Vita (8 marzo 2025).
Filippo Vari, Vice presidente del Centro Studi Rosario Livatino