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Audizione del prof. Alessandro Candido al Consiglio regionale della Regione Liguria in tema di fine vita.

Genova, 17 giugno 2024

Illustrissimi Consiglieri,

innanzitutto, permettetemi di esprimere un sincero ringraziamento per avermi invitato a questa prestigiosa occasione di confronto. Sono particolarmente lieto di portare alcune mie riflessioni in una sede alla quale mi lega un passaggio fondamentale del mio percorso accademico, dato che proprio qui, nel 2011, ho avuto l’onore di ricevere il premio intitolato alla memoria del Prof. Fausto Cuocolo; ironia della sorte, il lavoro premiato, che nel 2012 sarebbe diventato una monografia, aveva ad oggetto il principio di autonomia regionale e i rapporti di competenza tra Stato e Regioni, che costituiscono il tema del mio intervento odierno.

1. Preliminarmente, mi sia consentito rilevare che la P.D.L. muove da un presupposto a mio avviso errato, sia in fatto, che in diritto, nella parte in cui dichiara – all’art. 1, comma 1, rubricato “Finalità” – di muoversi nel rispetto “dei principi stabiliti dalla sentenza della Corte costituzionale n. 242/2019”.

Su questo aspetto vorrei spendere due parole, ricordando che la citata sentenza non riconosce il diritto a ricevere una prestazione dal Servizio Sanitario Nazionale e, men che meno, il diritto a morire. La Corte costituzionale, infatti, con la pronuncia in questione, ha statuito che “dall’art. 2 Cost. – non diversamente che dall’art. 2 CEDU – discende il dovere dello Stato di tutelare la vita di ogni individuo: non quello – diametralmente opposto – di riconoscere all’individuo la possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire. Che dal diritto alla vita, garantito dall’art. 2 CEDU, non possa derivare il diritto di rinunciare a vivere, e dunque un vero e proprio diritto a morire, è stato, del resto, da tempo affermato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, proprio in relazione alla tematica dell’aiuto al suicidio (sentenza 29 aprile 2002, Pretty contro Regno Unito) (ordinanza n. 207 del 2018)”.

In verità, attraverso la sentenza che la P.D.L. ligure intende attuare, il giudice delle leggi si è limitato ad individuare una circoscritta area di non punibilità di chi realizza un proposito suicidario in presenza di condizioni analiticamente indicate: l’ipotesi in cui l’aspirante suicida si identifichi in una persona “(a) affetta da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli” (ibid.).

La Corte ha posto, in ogni caso, un fondamentale caveat rispetto a qualunque scelta di fine vita, rappresentato dal “coinvolgimento” del malato “in un percorso di cure palliative”. Nulla di tutto ciò è rinvenibile nella P.D.L. in questione, che contrasta quindi con la decisione del giudice delle leggi, il quale, comunque, è il caso di ribadirlo, ha rifiutato ogni possibile interpretazione estensiva, affermando, al contrario, la necessità di garantire – nel bilanciamento con altri diritti – la tutela del diritto alla vita.

Peraltro, il richiamo all’attuazione della sentenza costituzionale n. 242 del 2019 – sin dalla rubrica della P.D.L. – è ultroneo, in quanto si tratta di pronuncia sulle condizioni di applicazione dell’esimente, che richiama semmai la competenza del Parlamento a intervenire in materia di fine vita. Mai si parla, invece, nella decisione (e del resto non avrebbe potuto essere diversamente), di un ruolo normativo regionale di livello concorrente.

Analoghe considerazioni sono state riprese dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 50 del 2022, dove viene ribadito che “il diritto alla vita, riconosciuto implicitamente dall’art. 2 Cost., è «da iscriversi tra i diritti inviolabili, e cioè tra quei diritti che occupano nell’ordinamento una posizione, per dir così, privilegiata, in quanto appartengono – per usare l’espressione della sentenza n. 1146 del 1988 – «all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana» (sentenza n. 35 del 1997). Esso «concorre a costituire la matrice prima di ogni altro diritto, costituzionalmente protetto, della persona» (sentenza n. 238 del 1996) (…) è il «“primo dei diritti inviolabili dell’uomo (sentenza n. 223 del 1996), in quanto presupposto per l’esercizio di tutti gli altri», ponendo altresì in evidenza come da esso discenda «il dovere dello Stato di tutelare la vita di ogni individuo: non quello – diametralmente opposto – di riconoscere all’individuo la possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire»”. Prendendo a prestito le parole utilizzate dal Prof. Mario Esposito in un suo recentissimo scritto pubblicato su Federalismi.it, il diritto alla vita costituisce “l’archetipo dei diritti della personalità”.

In conclusione, rispetto a questo primo punto, dalla Costituzione non si può ricavare – e infatti la Corte, nella sentenza n. 242 del 2019, non lo ha fatto – un diritto a ottenere una prestazione di morte. Né, peraltro, come statuito dalla Corte di Strasburgo lo scorso 13 giugno 2024, i principi stabiliti dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo implicano l’esistenza di un diritto di tale natura. Pertanto, mancando una disciplina da parte del legislatore nazionale, un intervento regionale non sarebbe ammissibile nemmeno motivandone la presunta inerzia del Parlamento, dato che la scelta di disciplinare o meno la materia rientra nella discrezionalità e nell’esclusiva disponibilità di quest’ultimo.

La Corte, con la sentenza n. 242 del 2019, ha piuttosto riconosciuto che il suicidio assistito non è affatto un diritto naturale e assoluto, ma una fattispecie che, al più, potrebbe essere disciplinata solo dal legislatore statale, il quale deve stabilirne precisi confini.

2. Entrando nel merito dei rapporti tra Stato e Regioni, appare il caso evidenziare, in primo luogo, che la P.D.L. omette completamente di considerare che gli atti di disposizione del proprio corpo, tra i quali rientra il suicidio assistito, incidono su aspetti essenziali dell’identità e dell’integrità della persona e riguardano, pertanto, l’ordinamento civile, materia riservata alla potestà esclusiva dello Stato, ai sensi dell’art. 117, co. 2, lett. l), Cost.

La disciplina di un ambito così delicato non può allora che essere caratterizzata da uniformità di trattamento a livello nazionale, per ragioni imperative di uguaglianza, escludendo conseguentemente la normazione regionale. Tale assunto trova conferma nell’art. 5 cod. civ. che, regolamentando gli “Atti di disposizione del proprio corpo”, stabilisce che essi “sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica, o quando siano altrimenti contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume”.

Sul punto, appare utile richiamare quanto la Corte costituzionale ha affermato nella sentenza n. 262 del 2016, nella parte in cui ha dichiarato illegittima una legge del Friuli-Venezia Giulia che, per “rimediare” all’asserita inerzia del legislatore statale, aveva introdotto una disciplina regionale in tema di disposizioni anticipate di trattamento sanitario. Non a caso, il giudice delle leggi ha accolto la questione di legittimità costituzionale in riferimento all’art. 117, co. 2, lett. l), Cost., ricordando che, “data la sua incidenza su aspetti essenziali della identità e della integrità della persona, una normativa in tema di disposizioni di volontà relative ai trattamenti sanitari nella fase terminale della vita – al pari di quella che regola la donazione di organi e tessuti – necessita di uniformità di trattamento sul territorio nazionale, per ragioni imperative di eguaglianza, ratio ultima della riserva allo Stato della competenza legislativa esclusiva in materia di «ordinamento civile», disposta dalla Costituzione. Il legislatore nazionale è, nei fatti, già intervenuto a disciplinare la donazione di tessuti e organi, con legge 1 aprile 1999, n. 91 (Disposizioni in materia di prelievi e di trapianti di organi e di tessuti), mentre, in relazione alle dichiarazioni anticipate di trattamento sanitario, i dibattiti parlamentari in corso non hanno ancora sortito esiti condivisi e non si sono tradotti in una specifica legislazione nazionale, la cui mancanza, però, non vale a giustificare in alcun modo l’interferenza della legislazione regionale in una materia affidata in via esclusiva alla competenza dello Stato”.

Non si dimentichi, tra l’altro, che con la sentenza n. 5 del 2018, sempre la Corte costituzionale ha rilevato “che il diritto della persona di essere curata efficacemente, secondo i canoni della scienza e dell’arte medica, e di essere rispettata nella propria integrità fisica e psichica (sentenze n. 169 del 2017, n. 338 del 2003 e n. 282 del 2002) deve essere garantito in condizione di eguaglianza in tutto il paese, attraverso una legislazione generale dello Stato basata sugli indirizzi condivisi dalla comunità scientifica nazionale e internazionale”.

Quanto dichiarato dal giudice delle leggi si applica perfettamente al suicidio assistito, che impatta con il diritto alla vita, aspetto essenziale dell’integrità della persona.

Ancor più recentemente, la Corte costituzionale ha statuito che la competenza legislativa esclusiva statale in materia di ordinamento civile risponde “all’esigenza, sottesa al principio costituzionale di eguaglianza, di garantire sul territorio nazionale l’uniformità della disciplina dettata per i rapporti tra privati” (cfr. Corte cost., n. 92/2023; ex plurimis, cfr. anche Corte cost., nn. 131/2013, 123/2010, 295/2009, 160/2009, 326/2008).

Il mancato rispetto della competenza esclusiva dello Stato comporta anche un rischio elevatissimo: quello che ogni Regione interpreti a proprio modo la giurisprudenza del giudice delle leggi sul fine vita, mettendo a repentaglio i principi costituzionali di uguaglianza e pari dignità sociale. Basti soltanto pensare che, nella denegata ipotesi in cui si legittimasse ciascuna Regione a disciplinare il fine vita, potrebbe generarsi un pericoloso effetto a catena su altri temi eticamente complessi, quali trapianti, procreazione medicalmente assistita, surrogazione di maternità, o aborto, solo per citare i primi che vengono alla mente.

3. La P.D.L. si pone l’obiettivo di definire le condizioni e le modalità di accesso alla morte indotta, con l’evidente fine di elidere il disvalore (penale, anzitutto) delle condotte di aiuto al suicidio. Ecco, la precisazione di ruoli, procedure e tempi, tocca l’applicazione di una norma penale, l’art. 580 c.p., ricadendo, dunque, in un’ulteriore materia di potestà esclusiva dello Stato (aspetto anche questo ignorato dalla proposta normativa in discussione), come tale sottratta a qualsiasi forma d’intervento regionale: l’ordinamento penale.

La Corte costituzionale ha ricordato che “[l]a ratio dell’art. 580 cod. pen. può essere agevolmente scorta, alla luce del vigente quadro costituzionale, nella «tutela del diritto alla vita, soprattutto delle persone più deboli e vulnerabili, che l’ordinamento penale intende proteggere da una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio. Essa assolve allo scopo, di perdurante attualità, di tutelare le persone che attraversano difficoltà e sofferenze, anche per scongiurare il pericolo che coloro che decidono di porre in atto il gesto estremo e irreversibile del suicidio subiscano interferenze di ogni genere» (ordinanza n. 207 del 2018)” (Corte cost., n. 242 del 2019).

In tale contesto di tutela, la menzionata sentenza ha individuato un rigoroso perimetro nel quale, in presenza dei tassativi requisiti, l’art. 580 c.p. appare incostituzionale.

Ciò premesso, se ciascuna Regione fosse libera di fissare la concreta estensione di tali requisiti di esimente penale, direttamente o a mezzo di organi di propria discrezionale diramazione, si correrebbe il rischio di avere venti differenti normative regionali che condizionerebbero, in modo altrettanto diverso, l’applicazione di una norma penale che invece, ça va sans dire, va applicata uniformemente su tutto il territorio nazionale. Dunque, utilizzando una logica federale in uno Stato regionale (rectius, sovvertendo financo il tipo di Stato, a Costituzione invariata), in Liguria potrebbe non costituire reato ciò che magari rimarrebbe tale in Lombardia.

In conclusione, la disciplina relativa alla titolarità e all’esercizio dei diritti fondamentali rientra nella competenza esclusiva del legislatore statale ai sensi dell’articolo 117, co. 2, lett. l), Cost. (cfr. anche Corte cost., n. 228/2021), così come ogni correlata scelta in tema di creazione o estensione della punibilità penale.

4. Ciò che invece non viene ignorato dalla P.D.L. è che rientra nella competenza esclusiva dello Stato la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, e – si legge testualmente la relazione illustrativa – “l’individuazione dei diritti come quello ad accedere alla verifica delle condizioni per il suicidio assistito”. Tuttavia, a tale affermazione fanno seguito delle conclusioni che ritengo errate, dato che nella medesima relazione si dice che, comunque, avendo le Regioni una competenza concorrente in materia di tutela della salute, allora esse “possono intervenire, anche in una logica di “cedevolezza invertita”, (principio in base al quale sarebbe possibile per le Regioni intervenire a colmare una lacuna legislativa statale) a disciplinare procedure e tempi di applicazione dei diritti già individuati”. Mi sia consentito rilevare che questo ragionamento, nell’ambito del quale vengono mescolati e confusi ambiti competenziali diversi e in violazione dell’art. 117 Cost., invocando in modo erroneo la dottrina delle norme cedevoli, non coglie nel segno.

La P.D.L., mirando a definire i tempi del suicidio assistito relativamente ad ogni fase, inclusa quella di competenza del Comitato etico, dalla verifica delle condizioni a quella delle modalità di autosomministrazione del farmaco che possa garantire una morte rapida, interviene in un quadro normativo nazionale totalmente privo dei necessari livelli essenziali delle prestazioni, violando così (anche) la competenza esclusiva-trasversale statale di cui all’art. 117, co. 2, lett. m), Cost.

In verità, la proposta dà atto dell’assenza della normativa nazionale in materia di assistenza medica e farmacologica a chi domandi supporti chimici e modalità sanitarie idonee per suicidarsi e, anzi, richiama – nella relazione illustrativa – la “esigenza di una legge nazionale”; salvo, però, poi sostenere di voler “definire i ruoli, i tempi e le procedure delineate dalla Corte costituzionale attraverso una sentenza immediatamente esecutiva”, così illegittimamente delineando un percorso per il “suicidio medicalmente assistito”.

Sin dalla sentenza n. 282 del 2002, la Corte costituzionale ha precisato che “i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali non sono una materia in senso stretto, ma una competenza del legislatore idonea a investire tutte le materie, rispetto alle quali il legislatore stesso deve poter porre le norme necessarie per assicurare a tutti, sull’intero territorio nazionale, il godimento di prestazioni garantite, come contenuto essenziale dei diritti, senza che la legislazione regionale possa limitarle o condizionarle”.

Per quanto riguarda l’ambito oggettivo della norma, va detto che essa, potenzialmente, fa riferimento al complesso dei diritti che non possono essere recessivi nel loro contenuto essenziale rispetto a scelte legislative regionali, poiché idonei a esprimere l’identità stessa dello Stato democratico. Sul punto, la Corte costituzionale ha inequivocabilmente ribadito che la competenza in materia di livelli essenziali delle prestazioni costituisce una sfera esclusiva e trasversale dello Stato centrale, rispetto alla quale, perciò, solo “il legislatore nazionale deve poter porre le norme necessarie per assicurare a tutti, sull’intero territorio nazionale, il godimento di prestazioni garantite, come contenuto essenziale di tali diritti, senza che la legislazione regionale possa limitarle o condizionarle” (cfr., ex plurimis, Corte cost. nn. 282/2002, 353/2003, 338/2003, 134/2006, 115/2012, 231/2017, 72/2020, 91/2020).

Invero, in materia di prestazioni sanitarie, è stata affermata dallo stesso giudice delle leggi “l’indefettibilità e la generalità di una disciplina uniforme su tutto il territorio nazionale collegata a specifiche prestazioni delle quali la normativa statale definisce il livello essenziale di erogazione, pur in un sistema caratterizzato da autonomia regionale e locale costituzionalmente garantite” (Corte cost., n. 72/2020). I livelli essenziali di assistenza devono essere determinati con atto statale, tramite un meccanismo di specifica concertazione con gli enti regionali, per il tramite dell’intesa da conseguire in sede di Conferenza Stato-Regioni.

Ad oggi, il d.p.c.m. del 12.1.2017, che disciplina i livelli essenziali di assistenza, non contempla il fine vita.

Con riguardo al tema trattato, il Comitato Nazionale per la Bioetica, fin dal parere in materia di “suicidio medicalmente assistito” del 31.3.2017, ha perentoriamente evidenziato che “vanno assolutamente evitate, considerando le diversità, organizzative tra le regioni e spesso tra le stesse aziende sanitarie, disparità di trattamento e di tutela tra soggetto e soggetto”. In un successivo parere del 24.2.2023, esso ha ritenuto “che debba essere fatto ogni sforzo per evitare che vi siano approcci troppo differenziati o addirittura contrastanti nella valutazione delle condizioni indicate dalla Corte costituzionale, in particolare per quanto riguarda – in assenza di una definizione normativa applicabile in modo uniforme a livello nazionale – le possibili interpretazioni della nozione di «trattamenti di sostegno vitale»”.

Attualmente, le leggi vigenti (nn. 38 del 2010 e 219 del 2017) non contengono dei livelli essenziali in materia di suicidio medicalmente assistito. Peraltro, come ha rilevato Prof.ssa Giovanna Razzano, non è possibile individuare nella l. n. 219 del 2017 il fondamento della tutela di una volontà autonoma di morire: altro è, infatti, l’assenza di un dovere di curarsi, altro è la scelta di determinare attivamente la propria morte.

Conseguentemente, come ha ricordato anche l’Avvocatura generale dello Stato lo scorso 15.11.2024, il Parlamento deve ritenersi il solo “organo competente a legiferare in materia”. Del resto, è noto che “l’incrocio di valori di primario rilievo, il cui compiuto bilanciamento presuppone, in via diretta ed immediata, scelte che anzitutto il legislatore è abilitato a compiere, questa Corte reputa doveroso – in uno spirito di leale e dialettica collaborazione istituzionale – consentire, nella specie, al Parlamento ogni opportuna riflessione e iniziativa” (Corte cost., ord. n. 207/2018).

Contravvenendo a tali principi pacifici, la P.D.L. individua i requisiti di accesso alla pratica del suicidio assistito (art. 2) e prevede l’istituzione di una Commissione medica multidisciplinare presso le aziende sanitarie regionali, deputata a effettuare le verifiche mediche relative alla sussistenza delle condizioni di accesso e alle migliori modalità di esecuzione dell’aiuto alla morte volontaria (art. 3), disciplinando procedure e tempi di erogazione dei trattamenti (art. 4). L’effetto pratico è l’introduzione di una prestazione sanitaria priva di copertura di legge e, quindi, illegittima.

6. Per completezza, deve rilevarsi che, a più riprese, nella rubrica della P.D.L., nella relazione illustrativa e – persino – nel testo dell’articolato, la sentenza della Corte costituzionale n. 242 del 2019 viene invocata alla stregua di una legge del Parlamento. Ciò, tuttavia, è completamente sbagliato e, banalmente, si pone in contrasto con il principio della separazione dei poteri, che costituisce una conquista di civiltà sulle cui fondamenta il nostro ordinamento costituzionale è stato edificato.

Ad ogni buon conto, appare utile ricordare che la sentenza in questione, per quanto non possa essere invocata a giustificazione della normativa regionale, quasi a mo’ di legge quadro (in una materia, tra l’altro, di competenza esclusiva statale), è comunque inequivocabile nel precisare che “la declaratoria di illegittimità costituzionale si limita a escludere la punibilità dell’aiuto al suicidio nei casi considerati, senza creare alcun obbligo di procedere a tale aiuto in capo ai medici”. Ciò sta a significare che non è legittimo prevedere – come invece accade nella P.D.L. in esame – un obbligo di prestazione sanitaria.

Sia consentito rilevare che risulta anche inconferente il richiamo, contenuto nella relazione illustrativa, alla comunicazione inviata, nel dicembre 2021, dal Capo di Gabinetto del Ministero della Salute alla Conferenza Stato-Regioni, o alla richiesta dell’allora Ministro della salute Speranza, al fine di dare attuazione alla sentenza della Corte costituzionale. Non trattandosi di fonti del diritto, esse non possono certo essere invocate a sostegno della P.D.L. oggetto di discussione.

7. Nel caso di specie, al fine di legittimare l’intervento del legislatore regionale, non si può nemmeno richiamare, come la relazione illustrativa fa, l’applicazione del principio di cedevolezza, a fronte di un’ipotetica inerzia del legislatore centrale. Ciò in quanto la cedevolezza normativa “attiene alle materia di competenza esclusiva regionale e a quelle di competenza concorrente”, “senza però che la previsione della clausola consenta alle Regioni di intervenire in ordine a profili che attengano alla competenza esclusiva del legislatore statale” (Corte cost., n. 1/2019).

Siffatti assunti valgono soprattutto in una fattispecie quale quella in esame, in cui vengono in rilievo esigenze unitarie; sarebbe infatti impensabile rinvenire una disciplina differenziata Regione per Regione, ove l’ordinamento manifesti piuttosto la necessità di uniformità normativa.

8. Infine, ove si voglia ipotizzare – ma davvero non si vede come – che la materia del fine vita non ricada tra le competenze esclusive dello Stato, bensì tra quelle di competenza concorrente, si ravvisa comunque un’evidente lesione del criterio di ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni di cui all’art. 117, co. 3, Cost., in materia di “tutela della salute”.

Innanzitutto, appare utile sottolineare che il complesso delle norme vigenti, a partire dall’art. 32 Cost. (l’unica norma della Costituzione in cui a un diritto, in questo caso la salute, viene affiancato l’aggettivo “fondamentale”), escludono “testualmente” che una procedura “medicalizzata” che porta velocemente alla morte possa mai ricadere nella materia “tutela della salute”. Si pensi all’art. 1 della l. n. 833 del 1978, istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, la cui missione è rivolta “alla promozione, al mantenimento ed al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione”.

Sarebbe a dir poco paradossale, oltre che preoccupante, se vi fosse un’interpretazione della nozione di salute – specie se proveniente dal legislatore regionale – di segno opposto rispetto a quella che si ricava dall’ordinamento, sia in via letterale, che sistematica; una nozione di salute, cioè, che – si cita testualmente l’art. 3, comma 4, della P.D.L. – vada a coincidere anche con la facoltà di accedere alla “morte più rapida, indolore e dignitosa possibile”. Tra l’altro, risulta oscura la previsione di cui all’art. 4, comma 4, della P.D.L., nella parte in cui si dispone che la persona autorizzata ad accedere al suicidio medicalmente assistito “può decidere in ogni momento di sospendere… l’erogazione del trattamento”. Si tratta di una previsione che, mi pare, contrasta con l’obiettivo della “rapidità” della morte, oltre ad essere di difficile comprensione, dato che ci si chiede come si possa tornare indietro dopo che l’interessato abbia assunto il farmaco letale.

Ma ammettiamo – preciso, ragionando per assurdo – che si possa ravvisare una competenza concorrente sul fine vita; comunque, le Regioni non potrebbero intervenire in materia, mancando una legge quadro statale. A riguardo, si segnala la sentenza 282 del 2002, con la quale il giudice delle leggi ha dichiarato incostituzionale una legge della Regione Marche che sospendeva la terapia elettroconvulsivante (cd. elettroshock), la lobotomia prefrontale e transorbitale ed altri simili interventi di psicochirurgia. In quell’occasione, la Corte ha ricordato che la “tutela della salute” è vincolata al rispetto dei principi fondamentali stabiliti dalla legislazione statale.

Il punto è che, nel caso di specie, sono del tutto assenti i princìpi fondamentali a cui l’azione legislativa regionale ha il dovere di conformarsi.

Appare allora indispensabile, come prefigurato dal Comitato Nazionale per la Bioetica nel parere del 31.3.2017, che sia “il legislatore”, se del caso (cioè, ove nell’ambito della sua discrezionalità decida di procedere in tal senso), a “istituzionalizzare il ruolo e i compiti dei Comitati per l’etica della clinica”, anche in quanto nella precipua materia del fine-vita “vanno assolutamente evitate, considerando le diversità organizzative tra le regioni e spesso tra le stesse aziende sanitarie, disparità di trattamento e di tutela tra soggetto e soggetto” (v. Nota Presidente CNB 22.3.2021).

9. In conclusione, mi pare che la P.D.L. costituisca una “fuga in avanti” incostituzionale sotto più fronti. Ove alcune Regioni decidano di regolare la materia del fine vita, ciascuna con le proprie peculiarità, vi sarebbe il concreto rischio di sviluppare un “turismo della morte” che in uno Stato di diritto è inaccettabile, prima ancora che illegittimo, dando vita a un insanabile vulnus rispetto alla necessità di uniformità di trattamento, sul piano nazionale, del preminente valore della vita e dell’integrità della persona; valore, quello dell’uniformità, irrinunciabile quando vengano in rilievo diritti inviolabili dell’uomo.

Alessandro Candido
(Università degli Studi di Milano Bicocca)

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