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La Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza vuole essere un’occasione per riflettere sulla condizione dei bambini e degli adolescenti, sul rispetto dei loro diritti e sugli interventi necessari per garantire una crescita sana ed equilibrata a tutti i bambini ed adolescenti.

Le Giornate mondiali, come noto, hanno lo scopo di suscitare la riflessione su temi di particolare rilevanza. Con la risoluzione n. 836 (IX) del 14 dicembre 1954 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite raccomandò a tutti i Paesi di istituire la Giornata Universale del Bambino, da osservare come giorno di “fratellanza e comprensione”. Successivamente, si decise di celebrare questa giornata il 20 novembre, data in cui fu adottata la Dichiarazione dei diritti del fanciullo (1959) e la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (1989).

Lo scopo della Giornata è dunque quello di far conoscere i diritti fondamentali dei minori di età e di promuoverne la tutela, suscitando la riflessione sulle condizioni dei bambini e degli adolescenti.

I minori di età, secondo la nuova prospettiva introdotta dalla Convenzione[1], sono soggetti di diritti al pari degli adulti, ai quali deve essere tuttavia riconosciuta una “speciale protezione”[2] in quanto soggetti in formazione, ossia persone che stanno sviluppando la propria personalità e che, quindi, necessitano di cure e attenzioni particolari.

Diversi sono i diritti fondamentali riconosciuti dalla Convenzione, fra cui il diritto al nome, il diritto a crescere nella propria famiglia e ad essere educati dai propri genitori (a meno che non vi siano ragioni per cui sia preferibile un allontanamento temporaneo o, nei casi più gravi, definitivo), il diritto a ricevere un’adeguata istruzione, il diritto al gioco e alla partecipazione culturale ed artistica, il diritto a non essere discriminati per le proprie origini o per le proprie convinzioni religiose, il diritto alla salute e, ancora, il diritto ad essere ascoltati e il diritto a non essere maltrattati.

Da anni, in Italia, l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza promuove eventi ed incontri, finalizzati a divulgare il testo della Convenzione e a spiegarne il significato a bambini, ragazzi, genitori ed insegnanti. Diversi sono anche i progetti di legalità nelle scuole, promossi dal Consiglio Nazionale Forense, dal Ministero dell’Istruzione e del Merito e dal Ministero dell’Interno per favorire il confronto rispettoso e un uso consapevole dei dispositivi tecnologici, nonché per contrastare il bullismo e il consumo di alcol e droga. A tutela dei minori va poi ricordata la costante attività svolta dalla Polizia di Stato che, oltre ad impegnarsi in progetti di legalità nelle scuole, collabora con istituzioni pubbliche e private per la protezione dei cittadini di minore età anche contro abusi e violenze.

Ma da cosa devono essere tutelati i bambini e gli adolescenti? Quali sono i pericoli a cui sono esposti? Quale è l’attuale situazione, in Italia, dello stato di benessere dei minori di età?

Queste domande devono interessare tutti i cittadini − e non solo quelli che hanno figli o nipoti o che per lavoro si occupano di infanzia e adolescenza – perché dalla capacità di salvaguardare il sano ed equilibrato sviluppo dei bambini e degli adolescenti di oggi dipenderà il futuro del nostro Paese.

Come emerge dall’ultimo Report dell’ ISTAT sulla povertà in Italia del 25 ottobre 2023[3], sono quasi 3 milioni e mezzo (3.401.754) i minori che vivono in una condizione di povertà (assoluta o relativa), con tutte le conseguenze che questo comporta in termini di privazione, ad esempio, di cibo sano, di spazi adatti alla crescita, di cure mediche adeguate o di possibilità di partecipare ad attività culturali, sportive o ricreative.

Ma non è solo la povertà a dover preoccupare. Secondo i dati elaborati dal Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale Polizia Criminale, nel 2022 sono stati registrati 6.857 reati commessi a danno di minori, con un drastico aumento del 10% rispetto ai dati del 2021; l’aggravamento dei dati riguarda soprattutto le violenze sessuali, cresciute del 27% in un anno: da 714 nel 2021 sono passate a 906 nel 2022, per l’89% ai danni di bambine e ragazze. Fra i reati in aumento vi sono: la violazione degli obblighi di assistenza familiare (551 casi nel 2022, +10% dal 2021), l’abuso dei mezzi di correzione o disciplina (345 casi, +17%), i maltrattamenti contro familiari e conviventi (2.691 casi, +8%), l’abbandono di persone minori o incapaci (550 casi, +13%), la detenzione di materiale pornografico (72 casi, +9%), gli atti sessuali con minorenne (430 casi, +4%), la violenza sessuale aggravata (697 casi, +13%).

Ci sono anche comportamenti sbagliati che, nonostante le numerose campagne di sensibilizzazione, continuano ad essere diffusi, comportamenti che rischiano di causare seri danni allo sviluppo di bambini ed adolescenti, come ad esempio l’uso eccessivo dei dispositivi tecnologici e dei social network. Non si tratta ovviamente di demonizzare la tecnologia, ma di avere consapevolezza dei rischi che possono derivare da un uso non corretto della stessa, soprattutto per i più giovani. L’uso sempre più intenso delle tecnologie digitali, infatti, ha comportato anche una trasformazione del modo di comunicare e di relazionarsi e questo ha determinato degli effetti sulla salute mentale degli utenti e, con particolare riferimento ai bambini e agli adolescenti, un impatto sullo sviluppo cognitivo ed emotivo. Come risulta dal Dossier sulla salute mentale dei ragazzi nell’era del digitale realizzato da Telefono Azzurro con il supporto di Doxa e presentato lo scorso 15 novembre al CNEL durante la conferenza “Il futuro dell’infanzia tra nuovi scenari e risposte concrete”, su un campione di 800 ragazzi tra i 12 e i 18 anni soltanto il 41% ha dichiarato di essersi sentito felice nelle due settimane precedenti, mentre ha riferito di sentirsi in ansia il 21%, preoccupato il 20% e triste il 6%. È interessante inoltre quanto hanno riferito i ragazzi circa le principali sofferenze da loro stessi riscontrate nei coetanei: al primo posto vi è la dipendenza da internet e dai social network (52%), seguita dalla mancanza di autostima (41%) e dalla difficoltà di relazionarsi con gli adulti (40%). La scuola e la famiglia costituiscono dei punti di riferimento importanti: il 41% degli intervistati ritiene che sarebbe utile insegnare ai genitori come rapportarsi ai figli e comprendere i loro disagi, mentre il 39% ritiene che sarebbe utile parlare a scuola di salute mentale.

Anche eventi globali come la guerra in Ucraina e la guerra in Medio Oriente hanno influenzato profondamente lo stato d’animo di bambini ed adolescenti, suscitando reazioni emotive intense come rabbia (49%), tristezza (59%) ed angoscia (39%), emozioni che esigono l’ascolto da parte degli adulti di riferimento e che non devono essere trascurate.

Non deve dunque restare inascoltato il grido di aiuto dei tanti giovani e giovanissimi che non si sentono compresi, che non riescono a parlare delle proprie sofferenze, che non vedono nei genitori dei punti di riferimento, che si sentono smarriti, che si rifugiano nei social per sentirsi meno soli. Dall’indagine condotta da Telefono Azzurro risulta che in media i ragazzi tra i 12 e i 18 anni trascorrono circa 3 ore al giorno sui social network: il 92% è consapevole che i social possono causare dipendenza e il 58% di questi ha riferito di chattare per rilassarsi, il 54% per rimanere in contatto con amici e parenti, il 31% per reagire alla solitudine e alla noia e il 23% per fare nuove amicizie. Se venisse impedito o limitato nell’uso dei social, il 22% degli intervistati ha riferito che si sentirebbe “ansioso o agitato”, l’11% avvertirebbe un senso di solitudine, mentre il 23% si sentirebbe addirittura “perso”.

Come sottolineato dal Viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali Maria Teresa Bellucci, «le incessanti evoluzioni tecnologiche colpiscono tutti, ma in particolar modo la vulnerabilità dei ragazzi, che spesso si trovano a gestire da soli situazioni di disagio, oltre che essere esposti a molti rischi di carattere emotivo e relazionale. Pertanto la salute mentale diventa una condizione essenziale per lo sviluppo e per un benessere complessivo. Educare i ragazzi a conoscere e vivere le proprie emozioni può certamente rappresentare una strategia da mettere in campo per insegnare loro a non avere timore delle proprie emozioni».

I social media possono rappresentare una risorsa importante per i bambini e gli adolescenti, sia per quanto riguarda la socializzazione, sia per la didattica e la promozione dell’attività fisica. Tuttavia, non tutto ciò che è presente in rete è privo di rischi, ed è compito dei genitori cercare di prevenire possibili pregiudizi, attraverso l’informazione, il dialogo e il costante monitoraggio delle attività dei figli.

Come osservato dal Presidente del Telefono Azzurro, è «fondamentale e prioritario non lasciare i più giovani da soli all’interno dei mondi digitali e dei social network colmando le lacune di reti familiari sempre più fragili».

Lo scorso anno il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) ha riferito che 1 adolescente su 7 di età compresa fra i 10 e i 19 anni soffre di problemi legati alla salute mentale. Sul sito istituzionale si trovano i dati, da cui si apprende che «nel mondo la maggior parte delle 800.000 persone che muoiono per suicidio ogni anno sono giovani: il suicidio è la quinta causa di morte per i giovani tra i 15 e i 19 anni, la seconda causa in Europa».

Il Ministero della Salute italiano, lo scorso 9 novembre, ha siglato con l’UNICEF un protocollo d’intesa della durata di 3 anni per favorire attività di prevenzione, protezione, promozione della salute e del benessere dei minorenni e dei giovani in Italia, con particolare attenzione ai soggetti più vulnerabili. È stato dunque assunto l’impegno di  rafforzare azioni di tutela della salute e del benessere psicosociale dei giovani, anche attraverso l’individuazione e la valorizzazione di buone prassi già diffuse sul territorio. Sarà opportuno dare anche una risposta a quanto segnalato dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza già nel 2017 e da ultimo nel mese di luglio 2023, in merito alla carenza di posti letto nei reparti di psichiatria infantile, con il risultato che bambini ed adolescenti vengono ricoverati nei reparti degli adulti: «È indispensabile assicurare a bambini e ragazzi una presa in carico da parte dei servizi che sia in grado di dare risposte specifiche e appropriate alla loro età e alla fase di sviluppo che stanno attraversando. Infine, occorre garantire un’organizzazione omogenea su tutto il territorio nazionale dei servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza al fine di superare le attuali differenze regionali, poiché ci sono regioni che risultano avere pochi posti letto o altre che non ne hanno per nulla».

Trascorrere troppe ore sui social è dannoso per la salute psicofisica dei più giovani anche in considerazione dei contenuti che si trovano in rete, non sempre adeguati all’età degli utenti: si pensi alla violenza, alla pornografia, alla proposta di sfide pericolose o alla diffusione di modelli sbagliati o comunque inaccessibili e quindi tali da generare insicurezza e frustrazione.

Bambini ed adolescenti devono dunque essere protetti anche dai tanti pericolosi messaggi in circolazione, messaggi fuorvianti, che ingannano e che possono seriamente pregiudicare il futuro dei più piccoli e dell’intera società.

Fra i messaggi più pericolosi vanno senz’altro ricordati quelli relativi alla liberalizzazione della cannabis: i sostenitori della liberalizzazione insistono da tempo nel dire che in quanto “leggera” la cannabis non fa male. Posto che si tratta di un’affermazione scientificamente errata, dal momento che tutte le droghe danneggiano l’organismo, questo messaggio costituisce anche un serio pericolo per i ragazzi (specie quelli più giovani), perché li induce a sottovalutare i rischi connessi al consumo della cannabis: rischio per la salute fisica e psichica, rischio di sviluppare dipendenza, rischio di passare all’assunzione di droghe ancora più dannose,  rischio di esporre se stessi e gli altri a pericoli per gli effetti psicotropi delle sostanze assunte. Come si legge nel documento “Cannabis e danni alla salute” del Dipartimento per le politiche antidroga, «é stata evidenziata la potenzialità di danni evolutivi derivanti dall’uso precoce di questa sostanza nel momento in cui il cervello si trova nella delicata fase di sviluppo celebrale. Studi scientifici evidenziano conseguenze tanto più gravi quanto più precoce è la prima assunzione e quanto questa è più frequente e duratura. Inoltre, la gravità dei danni risente anche della sempre maggiore concentrazione di principio attivo presente nei prodotti e l’uso contemporaneo di altre droghe sinergizzanti e di alcol».

I dati scientifici parlano chiaro e a salvaguardia del benessere psicofisico dei minori dovrebbero essere prima di tutto gli adulti a contrastare messaggi fuorvianti come quelli sulla liberalizzazione delle droghe “leggere”, perché tutte le sostanze stupefacenti, come ha osservato l’ONU nella Convenzione del 1988 in materia, «rappresentano una grave minaccia per la salute ed il benessere dell’umanità». Non di rado dietro la commissione di reati vi è il consumo di sostanze stupefacenti.

A tal proposito, è utile ricordare anche quanto emerge dal Report del Ministero dell’Interno “Criminalità minorile in Italia 2010-2022” pubblicato lo scorso 10 novembre e basato su dati relativi ai minori di età compresa fra i 14 e i 17 anni, secondo cui sono aumentati tra i giovanissimi gli episodi legati all’uso della violenza, gli omicidi e le violenze sessuali. Come evidenzia il documento, i crimini commessi da minori sono cresciuti del 15,34% dal 2010 a oggi, con «episodi che dimostrano la totale assenza di empatia nei confronti della vittima».

I reati commessi da minori sono sintomatici di un disagio giovanile di cui tutta la società deve farsi carico, riflettendo sul fatto che vi è spesso uno stretto legame fra criminalità minorile e dispersione scolastica e, come osservato nel Report, sul fatto che «forme di desensibilizzazione alla violenza in ragione dell’esposizione continua ad immagini violente nei media o la spettacolarizzazione di comportamenti antisociali attraverso i social potrebbero ridurre la consapevolezza del disvalore sociale dei comportamenti violenti […] Il web può diventare anche il mezzo di diffusione prediletto tra i giovani di un immaginario ed un lessico brutali, come quelli di alcuni trapper che veicolano messaggi antisociali».

In tema di salvaguardia dei diritti dei minori, si pensi ancora al pericolo derivante da quell’ideologia che vorrebbe imporre un modello di società fluida, in nome di una libertà assoluta dell’individuo, una libertà portata all’estremo, fino a negare persino i limiti biologici. Ne è un esempio la pretesa di vedersi riconosciuto come diritto il desiderio di diventare genitori, anche laddove questo implichi il ricorso a pratiche lesive della dignità umana, come la maternità surrogata. Si impone dunque un’attenta riflessione sui diritti di quei bambini e sulla strumentalizzazione che viene fatta del loro “superiore interesse”, che consisterebbe a detta dei sostenitori della maternità surrogata (o di chi anche solo implicitamente la avalla), nel restare presso coloro che li hanno, di fatto, ridotti a merce.

Bisogna evitare di cadere nella trappola tesa dall’ideologia. La tutela effettiva di quei bambini esige un’attenta valutazione dei fatti e impone scelte che sappiano contrastare efficacemente un fenomeno – quello della compravendita o della donazione  dei bambini – che rischia di minare le basi della società, sovvertendo i valori fondamentali su cui si fonda.

E ancora, sono da respingere tutti quei tentativi surrettizi di introdurre nelle scuole l’ideologia gender, sotto le mentite spoglie della promozione del diritto all’eguaglianza e del contrasto al bullismo. L’introduzione nelle scuole di protocolli come la “carriera alias” – che consente agli adolescenti di ottenere l’attribuzione di un nome di elezione corrispondente ad un sesso diverso, sulla base della mera autopercezione e senza documentazione medica – costituisce un serio pericolo  per il sano ed equilibrato sviluppo dei ragazzi. Il pericolo sta nel fatto di rafforzare il convincimento di trovarsi in una condizione di disforia di genere, talvolta erroneamente “autodiagnosticata” leggendo su internet post o articoli scritti da improvvisati opinionisti, oppure di non trattare in maniera adeguata sotto il profilo medico un’effettiva situazione di disforia di genere. Gli effetti disastrosi di questi protocolli sotto il profilo del sano ed equilibrato sviluppo dei minori sono stati già ampiamente riscontrati in altri ordinamenti, dove si è registrato un aumento allarmante di richieste di cambiamento di sesso da parte di minori, messo in correlazione alla massiccia propaganda fatta sul tema nelle scuole e su internet, con la complicità dei genitori, che hanno avallato l’introduzione di certi insegnamenti nelle scuole, ignari o non del tutto consapevoli dei loro potenziali effetti negativi sull’equilibrio psichico dei figli.

La tutela dei minori esige dunque, da parte degli adulti, anche  un’attenta lettura degli eventi e la capacità di discernere ciò che è davvero buono per salute psicofisica dei bambini e degli adolescenti e ciò che, invece, è il frutto avvelenato dell’ideologia, che non di rado si presenta come la bella mela offerta a Biancaneve dalla matrigna cattiva.

Daniela Bianchini


[1] Ad oggi hanno aderito alla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza 194 Paesi e L’Italia è stato uno dei primi a ratificare, con la Legge n. 176 del 27 maggio 1991. Da ultimo ha aderito la Somalia, mentre gli USA non hanno ratificato.

[2] Cfr. La Dichiarazione di Ginevra sui diritti del fanciullo adottata il 23 febbraio 1924 dalla Società delle Nazioni in seguito alle conseguenze prodotte dalla prima guerra mondiale sui bambini; la Dichiarazione dei diritti del fanciullo adottata dall’Assemblea delle Nazioni Unite il 20 novembre 1959; la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo; il Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali.

[3] Secondo il Report dell’ISTAT: «Nel 2022, la povertà assoluta in Italia interessa quasi 1 milione 269 mila minori (13,4%, rispetto al 9,7% degli individui a livello nazionale); l’incidenza varia dall’11,5% del Centro al 15,9% del Mezzogiorno. Rispetto al 2021 la condizione dei minori è stabile a livello nazionale, ma si colgono segnali di peggioramento per i bambini da 4 a 6 anni del Centro (l’incidenza arriva al 14,2% dal 9,3%) e per quelli dai 7 ai 13 anni del Mezzogiorno, per i quali si arriva al 16,8% dal 13,8% osservato nell’anno precedente». Le famiglie in cui sono presenti minori e che vivono in povertà assoluta – ossia sono prive di risorse essenziali come cibo, acqua, casa, vestiti, medicine ecc. − sono 720 mila, con un’incidenza media dell’11,8% (mentre nel 2021 l’incidenza era dell’11%), che si rileva più elevata «nei comuni centro delle aree metropolitane (12,3%)» e nelle famiglie con più di tre figli. Rimane molto elevata la povertà assoluta tra gli stranieri e si conferma più diffusa la povertà assoluta fra le famiglie in affitto. Per le famiglie con figli minori ha un’incidenza elevata anche la povertà relativa, ossia quella condizione in cui si ha il minimo per la sopravvivenza ma non si ha la possibilità di accedere a beni o servizi normalmente accessibili dalla media dei consociati. Per consultare il Rapporto: https://www.istat.it/it/files//2023/10/REPORT-POVERTA-2022.pdf

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