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Qualche mese fa è uscita la ristampa del testo “Giuseppe Prezzolini – L’anarchico conservatore”, scritto dall’attuale Ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano ed arricchito di una nuova prefazione a cura di Francesco Perfetti e una postfazione di Vittorio Feltri. La ristampa ha avuto una certa risonanza mediatica[1], sia perché l’Autore ricopre un’importante carica governativa sia perché è stato riscoperto, probabilmente anche per le contingenze politiche interne, un inatteso interesse riguardo alla definizione di “conservatore”, termine che fino a qualche anno fa, almeno in Italia, era rimasto nel dimenticatoio o forse, ancora peggio, era connotato da un’accezione negativa, quasi sinonimo di retrogrado se non addirittura di reazionario.

Non è mia intenzione fare un’accurata recensione del testo, né, tantomeno, svolgere un’analisi delle opere e del pensiero di Giuseppe Prezzolini: non è il mio lavoro e neppure ne sarei capace. Tuttavia, mi viene facile esprimere un sincero apprezzamento per l’opera, scritta in maniera fluida, diventando quasi avvincente, a metà strada tra il saggio storico e il romanzo biografico, capace di incuriosire il comune lettore come il sottoscritto.

La mia intenzione è, invece, quella di testimoniare, nella veste di profano e non di studioso di Prezzolini, la grandezza del personaggio, al di là del giudizio sulle sue opere, che non può non essere rimesso alla competenza dei letterati.

La grandezza sta nella sua vita centenaria, all’insegna, sempre, di un coraggioso anticonformismo, guidata da un desiderio profondo di coerenza e di libertà, pronto a pagare sempre il “conto” di queste sue scelte. Si potrebbe sintetizzare dicendo che Prezzolini fu un grande italiano, pur svolgendo sempre il ruolo di fustigatore pubblico dei vizi più comuni degli italiani, in particolare dei politici, del secolo scorso: il conformismo, il pressapochismo, l’incoerenza, la vuota retorica; in sintesi si può affermare provocatoriamente che fu un antitaliano di professione, che ebbe da ridire su quasi tutti, senza timori o interessati ossequi nei riguardi del potente di turno. In una delle sue frasi più celebri e più citate negli anni “In Italia nulla è stabile, fuorché il Provvisorio”, emerge un altro tratto peculiare di Prezzolini, quello del pessimismo e della rassegnazione, che lui stesso attribuisce al Vero Conservatore.[2]

Bastano pochi cenni su alcune delle scelte più importanti della sua vita, per capire la cifra umana di Prezzolini, che Renzo De Felice definì come “Un uomo unico per coerenza intellettuale”.

Partendo dall’esperienza della Prima guerra mondiale: egli fu un interventista convinto, non in quanto considerasse la guerra la “sola igiene del mondo”, come urlava il Primo Manifesto del Futurismo, oppure perché fosse attratto da fattori estetici e mistici come avvenne per altri intellettuali come D’Annunzio, Papini e Soffici, ma perché riteneva che l’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale fosse un passaggio ineludibile per realizzare la vera unità del Paese e riscoprire le virtù civiche del popolo italiano, in altre parole la porta verso il cambiamento della nazione, per modernizzarla e liberarla dall’individualismo imperante delle masse. Quando venne dichiarata la guerra Prezzolini si arruolò come volontario, nonostante avesse già trentatré anni (un’età avanzata per la vita militare tant’è che la sua classe di leva non era stata richiamata alle armi) e malgrado in quei giorni la moglie fosse in attesa del secondo figlio. Non vi fu, quindi, nessuna propensione individuale per la guerra, ma solo la consapevolezza che la sua credibilità di uomo e di intellettuale, passasse da quella scelta obbligata, dal dovere morale di essere coerente con quanto predicato negli anni precedenti sulla sua rivista “La Voce”, rivista che aveva contribuito non poco alla decisione di entrare in guerra da parte del titubante Governo italiano. Rimase sulla linea del fronte di guerra per qualche mese, ma poi venne inviato nelle retrovie come ufficiale istruttore delle reclute, forse anche per la sua notorietà di giornalista e scrittore di successo. Per quasi tre anni non si dannò per ritornare nelle trincee, ma dopo la rovinosa sconfitta di Caporetto, nuovamente il suo senso del dovere prevalse e venne nuovamente inviato al fronte, su sua richiesta, sul Monte Grappa, insieme agli Arditi, che ammirava per il loro coraggio estremo. Mostrò nei fatti coerenza a costo di perdere la vita.

In secondo luogo, non può che colpire ai nostri occhi il suo rapporto con Mussolini e con il fascismo. Senza addentrarsi nell’analisi del pensiero politico di Prezzolini negli anni del fascismo, compito di non facile rappresentazione, risulta documentato che egli avesse un rapporto di amicizia e di sostanziale stima reciproca con Mussolini, ancor prima che quest’ultimo diventasse Capo del Governo e poi Duce del regime fascista. Quel che va sottolineato è che Prezzolini mai sfruttò questo rapporto per ottenere incarichi, prebende, riconoscimenti ecc., a differenza di altri intellettuali non antifascisti, che ne chiesero in ogni campo. Egli, invece, capì subito che il fascismo in breve tempo si sarebbe indirizzato verso la trasformazione in dittatura antidemocratica e illiberale, e decise già nel 1925 di allontanarsi volontariamente dall’Italia, prima in Francia e poi un lungo periodo negli Stati Uniti. Solo così poté continuare ad esprimersi con piena libertà, da osservatore imparziale, sempre caustico e sferzante, mai però ideologico e prevenuto, tanto da essere considerato troppo vicino al fascismo dagli esiliati antifascisti, e troppo ostile al regime dai fascisti in madrepatria. Di questo rigore morale ne fu testimone lo stesso Mussolini che nel 1934, all’interno dei suoi Taccuini, descrisse il Nostro nei seguenti termini: “Prezzolini è l’uomo che rischia tutto per salvare l’amico in pericolo, ma che non muove un dito o un passo per garantirsi la riconoscenza del fratello prossimo al successo. In venti anni di potere Prezzolini ha chiesto un solo favore: liberare un amico incappato nella rete della Polizia di Stato. Accogliemmo, e solo in parte, la sua istanza di clemenza”.   

La coerenza dell’uomo, distante da logiche di carriera o di potere e per nulla condizionato dall’egemonia culturale del pensiero dominante, la si riscontra anche nella decisione di accettare nel 1971 l’invito dell’editore Rusconi di “radunare in un libretto quello che avevo varie volte scritto per difendere la malfamata parola di conservatore”, come scrisse nel primo periodo del “Manifesto dei Conservatori”, un gradevole pamphlet di riflessioni sul significato del termine, più dal punto di vista antropologico che politico (nulla a che vedere con il successivo corposo saggio del filosofo inglese Roger Scruton, anch’esso titolato “Manifesto dei Conservatori”). È evidente, credo a tutti, che definirsi conservatore nel 1971, in piena “rivoluzione sessantottina”, è dimostrazione di coraggio intellettuale, di saper essere anticonformista anche quando ciò comporta l’estraniazione dal cosiddetto mainstream. Nel 1977 Prezzolini rilasciò poi a Claudio Quarantotto “L’intervista sulla destra”, una sorta di carrellata sul pensiero di destra. È difficile dire se questi scomodi (per l’epoca) posizionamenti politico/culturali fossero il vezzo di un ultraottantenne intellettuale sempre pronto a mettersi controcorrente, oppure fossero un consapevole lascito per le future generazioni, affermando che “il vero conservatore è persuaso di essere se non l’uomo di domani certamente l’uomo del dopodomani”, affermazione che oggi, alla luce di un risveglio del pensiero conservatore anche in Italia, sembrano quasi da veggente. Certamente Prezzolini, con grande lungimiranza, capì sin da allora che l’unica prospettiva della destra italiana sarebbe stata quella di creare un movimento/partito conservatore, sull’esempio dei grandi partiti conservatori esistenti nei paesi anglosassoni, che abbandonasse definitivamente lo sguardo nostalgico al ventennio. Al pari, è indubbio, che chiunque ai giorni nostri volesse approcciarsi al pensiero conservatore o trovarvi spunti per svilupparlo, non potrebbe prescindere dall’analisi e dalle considerazioni di un intellettuale del calibro di Prezzolini, e di questo va dato merito al presente libro che ne consente una lettura scorrevole.

A questi brevi e disorganici flash sulla figura di Giuseppe Prezzolini vorrei aggiungere un paio di aneddoti tratti dal testo de quo che lo rendono quasi simpatico, o quantomeno gli tolgono di dosso la veste dell’intellettuale paludato che qualcuno potrebbe avere pensando ad un uomo del secolo scorso.

Nel gennaio del 1982, pochi giorni prima di compiere cento anni, gli venne conferito al Quirinale dal Presidente della Repubblica, all’epoca Sandro Pertini, il premio Penna d’Oro. Prezzolini si era trasferito da alcuni anni a vivere Lugano a causa di un contenzioso con il fisco italiano che lo aveva molto infastidito e amareggiato; il Presidente Pertini colse l’occasione per invitarlo a tornare a vivere in Italia e Prezzolini, pare, lo abbia gelato con una risposta carica di autoironia e un po’ di sarcasmo: “Stia tranquillo, Presidente! In Italia ci vengo tutti i giovedì a comprare la verdura” alludendo alle brevi puntate che faceva da Lugano per fare acquisti in Italia ed alla sua, ormai nota, riluttanza a vivere in Italia “in mano alla burocrazia”. Analogamente con dei giornalisti che gli chiedevano se facesse sport per mantenersi così in forma a quasi cento anni. Dopo aver risposto seccamente che non aveva mai fatto sport, di fronte alle insistenze di un giornalista disse che, in verità, qualche volta aveva praticato la “marcia lenta”, spiegando poi di aver marciato lentamente “…dietro i funerali dei miei amici che praticavano sport e mi esortavano a praticarlo”. Del resto, come osservato da Thomas Mann nelle “Considerazioni di un impolitico”,l’ironia è il tratto distintivo dei grandi conservatori.

Concludo con le parole di P.Turroni[3] che ben riassumono il personaggio Prezzolini: “È stato l’inventore di Mussolini ma si autoesiliò quando sentì puzza di regime; era di destra ma non nostalgico,  lodò la democrazia americana ma non lo stile di vita degli U.S.A.. Amico di Papini e Longanesi, ma anche di Amendola, Gobetti, Croce e Gentile, è stato il maestro di Montanelli e della Fallaci. Anarchico ma conservatore, ha fatto della libertà la sua religione e della sua vita un romanzo dove nulla è inventato.”

Giuseppe Marra


[1] Si veda la recensione su Corriere.it del 05/06/2023 di D. Messina, Il Novecento di Prezzolini, l’anarchico conservatore, nonché l’articolo su Dire.it del 06/06/2023 di S.Tropea, L’anarchico conservatore, il Ministro Sangiuliano racconta Giuseppe Prezzolini.

[2] Nel Manifesto dei Conservatori, Prezzolini scrive: “Il Vero Conservatore è piuttosto pessimista per natura; non crede che gli uomini nascano buoni e siano fatti cattivi dalla società, bensì che quel poco di buono che ci si può aspettare dagli uomini è il risultato lento di secoli di lotta e di compressione della società per ottenere da essere naturalmente aggressivi uno sforzo di collaborazione. Il V.C. sa che la devozione alla patria, il senso del dovere, il rispetto umano sono virtù di pochi”.

[3] Si veda P.Turroni: “ Giuseppe Prezzolini – L’anarchico conservatore”, in Il Domenicale, luglio 2008

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