da TEMPI luglio 2019

 

 

ROMPIAMO L’INCANTESIMO MAGICO
Non basterà metter una pezza sullo scandalo del Csm per restituire alle toghe la credibilità che hanno dissipato.
L’esecutivo e i rappresentanti dei cittadini si sveglino dal sonno stregato. Anche il non fare è una scelta
di Alfredo Mantovano

 

Esaurita la parte del vocabolario che contiene le parole altisonanti, disperse nel vento le grida di dolore, dissipata l’ipocrita meraviglia per ciò che tutti sapevano e a cui in tanti partecipavano, è passata la parola d’ordine di procedere “evitando le buche più dure”, come cantava Lucio Battisti: non è successo niente. Al CSM nella fascia dei consiglieri eletti fra i giudici di merito i primi dei non eletti sono già subentrati ai dimissionari, mentre per la fascia dei pubblici ministeri il Capo dello Stato ha indetto le elezioni suppletive: inevitabili visto che un anno fa le 4 correnti avevano indicato 4 candidati – uno a testa – per i 4 posti disponibili (rappresentazione plastica di lottizzazione), sì che alle dimissioni di due di loro non è potuto subentrare nessuno. E, pur se i media nazionali sono rapidamente passati ad altro. attualmente 5 su 16 componenti togati del CSM sono dimissionari o “autosospesi” (due fra essi già sostituiti), il vicepresidente si asterrà dai lavori della sezione disciplinare del Consiglio quando esaminerà la posizione di taluno dei magistrati coinvolti, le pratiche più delicate sono ferme: è come se alla Camera si fossero dimessi 200 deputati, al Senato 100 senatori, il presidente dell’una o dell’altro non si recasse all’ufficio di presidenza, e le leggi più importanti restassero congelate in Commissione.

In una situazione del genere, il Parlamento verrebbe sciolto senza incertezze e sarebbero indette nuove elezioni. Perché non accade lo stesso col CSM? Si risponde che il nuovo Consiglio verrebbe votato col sistema elettorale attuale, col rischio di dare continuità al correntismo: come se per fare una legge di elezione di 16 consiglieri togati siano necessari anni di lavoro parlamentare. E come se la questione più importante sia il sistema di voto del CSM: rilevante, certo, ma secondario rispetto ai problemi della magistratura italiana, la cui soluzione esige misure più ampie, articolate e coraggiose.

Mentre il residuo dibattito mediatico si trastulla in disamine sulle norme migliori per votare il CSM, spaziando dal sorteggio all’uninominale, dalla estensione dei collegi alla rotazione nella carica di consigliere, la magistratura italiana è attraversata da una quantità senza precedenti di arresti e di indagini con gravi accuse a carico di propri appartenenti, da Torino a Trani, da Lecce a Palermo, da Gela a Roma: al di là delle specifiche vicende, per ciascuna delle quali vale la presunzione di non colpevolezza degli imputati, l’insieme dà l’idea di un preoccupante abbassamento di tenuta etica.

L’abuso del pubblico ludibrio

L’entità considerevole degli indennizzi che lo Stato paga per l’ingiusta detenzione, insieme col numero di procedimenti, anche per delitti gravi, che si concludono con la prescrizione, denuncia che l’abbassamento del livello interessa pure il piano della professionalità. Prosegue indisturbata la prassi di non pochi Gip di disporre provvedimenti di privazione della libertà recependo acriticamente le richieste del PM, spesso riportate fra virgolette e tendenzialmente coincidenti con l’intera ordinanza restrittiva: mostrando così nel modo più evidente l’assenza della necessaria autonoma valutazione. Prosegue impunita la prassi di non pochi PM di depositare nelle redazioni dei media di riferimento – magari a rate – estrapolazioni di trascrizioni di intercettazioni, telefoniche o ambientali: sicuramente distruggono la reputazione – e quindi la vita – dei soggetti interessati pur se costoro sono prosciolti, o addirittura archiviati; la sanzione mediatica surroga quella pena che la giurisdizione non è stata in grado di comminare per assenza di prove.

L’uso a strascisco, di recente introdotto, di strumenti di captazione come il trojan aumenta – se possibile – l’invasione di sfere estranee al diritto penale, mentre accentua la sottoposizione del captato al ludibrio pubblico, spesso senza difesa. I posti direttivi, quand’anche non siano attribuiti in conformità all’appartenenza correntizia, comunque rispondono al criterio secondo cui scrivere le sentenze migliori è la garanzia per guidare un ufficio giudiziario; non va bene: con la stessa logica il sovrintendente alla Scala dovrebbe essere nominato non tra i migliori manager con ovvia competenza musicale, ma fra i migliori tenori. Ma quel che è illogico per il teatro diventa logico nel palazzo di giustizia. L’accesso alla funzione di magistrato continua attraverso un concorso che valuta – con una certa dose di alea – esclusivamente la preparazione, non però il rendimento, né l’equilibrio e la tenuta fisiopsichica in quelle condizioni di stress che caratterizzano il lavoro del giudice; questi parametri non sono particolarmente incisivi nemmeno nella verifica della progressione in carriera.

Il massimo della mortificazione

L’elenco è ben più lungo: qualcuno è convinto che basta cambiare le regolette di elezione dei togati al CSM per affrontare anche solo una parte delle voci appena accennate? Quanto fin qui riassunto condiziona e amareggia il lavoro quotidiano dei magistrati onesti e capaci, sempre più insoddisfatti dei meccanismi di attribuzione dei posti direttivi, degli avanzamenti in carriera, della gestione della formazione, del giudizio disciplinare del CSM, e del peso delle correnti. Non ci si attenda che dall’interno qualcuno esca allo scoperto finché è in servizio: la denuncia dei mali interni della magistratura capita con maggiore frequenza quando i giudici vanno in pensione, cioè quando è gratis, prima si rischia sulla propria pelle. Non significa però che quegli ingranaggi siano apprezzati e condivisi dai più: il massimo della mortificazione per un magistrato è sentire chi, a fronte di un processo importante, chiede a quale corrente appartiene il giudice chiamato a decidere. Competenza e professionalità non sono più percepite come prevalenti per l’esercizio di una funzione così complicata e difficile, e questo non rende agevole il lavoro.

Se l’incantesimo malefico non può essere rotto dall’interno della magistratura, tuttavia una iniziativa politica seria e decisa di riforma sulle questioni prima enunciate, del Governo, del Parlamento, o di entrambi, potrebbe incontrare nel corpo giudiziario cauta condivisione, e magari pure collaborazione per far sì che le eventuali riforme fruiscano dei suggerimenti di chi conosce quel mondo dal di dentro. La politica oggi non può continuare ad assistere dalla tribuna a una partita della quale è soggetto essenziale, perché responsabile verso il popolo dell’amministrazione della giustizia. Poiché pure il non fare è una scelta, non fare oggi significa avallare, insieme col silenzio caduto sulla questione magistratura, la non soluzione dei problemi che quel silenzio porta con sé.

 

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