La PMA può rilanciare la natalità? Analisi critica della proposta di Calenda sul congelamento degli ovuli e delle politiche demografiche dal Cairo a oggi.
Mauro Ronco
1. In varie occasioni ho sostenuto che nel pensiero delle élites scientiste, che dettano i programmi ai Parlamenti e ai Governi, la procreazione medicalmente assistita (PMA), soprattutto quella eterologa, ha la funzione precipua di rimuovere dal ‘meraviglioso mondo nuovo’[1] – in via di accorta e lenta costruzione – la tradizionale modalità procreativa tramite il rapporto sessuale tra l’uomo e la donna.
Molteplici fattori, etici, sociali ed economici, sostenuti dalle medesime élites, favoriscono questa trasformazione epocale.
La Conferenza del Cairo delle Nazioni Unite del 1994 sulla popolazione ha eretto la cosiddetta sanità riproduttiva quale pilastro della formazione etica dell’umanità in ordine alla procreazione umana. Tale concetto è imperniato sulla diffusione massiva, organizzata sistematicamente su scala mondiale, dei dispositivi anticoncezionali, sull’aborto e sulle tecnologie di riproduzione artificiale.
E’ evidente che gli anticoncezionali e l’aborto, ritardando impropriamente, i primi, la pratica di rapporti coniugali potenzialmente fecondi e, il secondo, eliminando il frutto del rapporto sessuale, hanno determinato in tutti i Paesi e, soprattutto in Italia, il calo drammatico del tasso di fecondità.
Le tecniche di riproduzione artificiale sembrerebbero, all’opposto, implementare le nascite, rendendole possibili anche quando, a causa della sterilità e/o dell’infertilità dell’uomo o della donna, sarebbero impossibili. In realtà, anche tali tecniche, aprendo la via a gravidanze tardive, sono una concausa della riduzione del tasso di natalità, giacché molte donne, senza problemi di fertilità, ritardano indefinitamente i rapporti sessuali potenzialmente fecondi proprio in vista della possibilità tardiva del ricorso a tali tecniche.
Ho riferito sulle aporie e contraddizioni della fecondazione eterologa in un mio scritto del 2016, cui aveva dato spunto la sentenza della Corte costituzionale n. 162/2014, dichiarante l’illegittimità costituzionale dell’art. 4, co. 3, L. n. 40 del 2004, nella parte in cui stabiliva il divieto del ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo, qualora fosse stata diagnosticata una patologia che fosse causa di sterilità o infertilità assoluta ed irreversibile[2].
Pronunciandosi a favore della fecondazione eterologa, la Consulta ha compiuto un passo gravemente imprudente, violando il principio bioetico di precauzione, inteso a porre limitazioni prudenziali, nell’interesse dell’umanità, all’uso di tecnologie che incidono prepotentemente sulle fonti della vita e sconvolgono, ab imis fundamentis, lo statuto della genitorialità e della filiazione.
L’espressione razionale della generazione umana si inscrive nell’intimità di un evento attinente alla relazionalità fra due individui di sesso diverso. La fecondazione in vitro eterologa, a differenza di quella omologa, distacca radicalmente la generazione dal rapporto personale di due esseri umani, “[…] dipendendo […] dall’apporto genetico di un soggetto terzo che biologicamente è genitore, pur restando estraneo a qualsivoglia relazionalità con l’altro genitore biologico. Questo soggetto infatti si limita a estrarre (o a far estrarre) gameti dal suo corpo rendendoli utilizzabili senza essere coinvolto in alcuna relazione. Nella tecnica omologa, che pure prescinde dall’incontro fisico dei corpi, la generazione si inscrive ancora in un rapporto di coppia, che viene conservato sia idealmente che biologicamente. In quella eterologa scompare ogni relazione umana tra persone, tanto che il fornitore di gameti viene espulso dall’orizzonte genitoriale, come se mai fosse esistito e come se mai dovesse esistere”[3].
Lasciando in disparte gli aspetti irrazionali inerenti alla fecondazione eterologa, nonché le ulteriori derive antigiuridiche – in particolare la gestazione per altri – derivanti dalla pratica della PMA eterologa, desidero dar conto dell’affermazione iniziale, secondo la quale, nel pensiero delle élites scientiste, la procreazione artificiale ha la funzione precipua di rimuovere il più possibile, come modalità procreativa, il rapporto sessuale tra l’uomo e la donna.
La giurisprudenza dei “diritti umani” ha riconosciuto, accanto al “diritto al figlio”, significativamente introdotto dalla Corte costituzionale nella sentenza citata, anche il «diritto al figlio sano».
Scrivevo in modo paradossale nel 2016: “Perché allora non generalizzare la riproduzione eterologa, come tecnologia che congiunge insieme il «diritto al figlio» con il «diritto al figlio sano» e vietare per legge, come contraria ai diritti fondamentali, la generazione che avviene attraverso l’incontro fisico dei sessi maschile e femminile? La generazione attraverso l’incontro sessuale dei corpi maschile e femminile non garantisce infatti appieno il «diritto alla sanità riproduttiva», per le incertezze che sono inevitabilmente inerenti a un processo non integralmente dominato dal potere della tecnica riproduttiva. La fecondazione artificiale, per i vantaggi che promette, in termini di sanità riproduttiva e di selezione genetica, sta affiorando come la via privilegiata per la generazione umana. Allo scopo di conseguire il «diritto al figlio sano», di cui parlano le Corti giudiziarie del mondo occidentale, sarebbe infatti meglio ricorrere, piuttosto che all’unione dei sessi, alla tecnologia riproduttiva, che prevede anticipatamente la selezione degli embrioni”[4].
Il mio discorso potrebbe apparire arbitrario e fantasioso.
Però la realtà supera la fantasia. L’ostacolo alla generalizzazione della fecondazione in vitro è costituito dai costi economici oggi non sopportabili per l’economia di tutti gli Stati, anche di quelli più avanzati. L’ostacolo alla generalizzazione di tale tecnica è di tipo pratico. Opportune campagne ‘umanitarie’ dovrebbero impegnarsi, nell’ottica della dilatazione dei “diritti umani”, a mutare l’allocazione delle risorse, magari spostandone l’impiego dal sostegno ai malati terminali alla promozione del “diritto alla salute riproduttiva”[5].
2. Sta di fatto che il crollo della natalità è diventato nel nuovo secolo un evento di portata apparentemente inarrestabile, che rappresenta un’emergenza politica, sociale ed economica, di cui ciascuno di noi si rende conto, subendone le drammatiche conseguenze. Basti pensare alle difficoltà quotidiane provocate dallo squilibrio ognora crescente tra popolazione anziana e popolazione giovanile, che lascia la prima priva di accudimento e assistenza.
La ricetta delle élites mondialiste, alleate con i tecnocrati scientisti e con la politica progressista, è stata l’immigrazione di massa dai paesi poveri ai paesi ricchi.
Tale ricetta, applicata per alcuni decenni in modo massiccio a vantaggio delle manifatture occidentali – che si sono avvalse di manodopera a basso costo per riempire i vuoti causati dalla denatalità -, assomiglia a una edulcorata forma di tratta degli schiavi. Non soltanto sottrae ai paesi di origine le risorse umane per il loro progresso, ma danneggia anche a lungo termine la pace sociale dei paesi d’arrivo. Infatti, non tutti i nuovi arrivati sono riusciti a trovare un impiego decoroso nel sistema economico dei paesi europei. Una larga parte di essi ha trascorso la propria esistenza in condizioni di estrema povertà, sopravvivendo grazie ad attività marginali, talora ai limiti della legalità, ma spesso dedicandosi a condotte lucrative illecite di tipo seriale, che hanno spaventato soprattutto i ceti popolari autoctoni.
La mancata integrazione culturale di ampie fasce di popolazione immigrata pone inoltre, a medio e lungo termine, gravi problemi per la stessa identità dei popoli europei. Ciascun gruppo sociale compatto e numeroso, infatti, in particolare quando è informato a princìpi etico-sociali e religiosi radicalmente diversi da quelli in vigore nei territori di nuovo stabilimento, rivendica l’affermazione della propria identità, talora anche con la violenza. Una legge sociologica basilare, confermata dall’esperienza storica, insegna che gli spazi territoriali vuoti o quasi vuoti sono destinati a essere riempiti da altri popoli e da altre formazioni sociali, forse più barbare nei costumi, ma certamente più vigorose nel far valere le proprie esigenze di vita.
Le politiche immigrazioniste si stanno così risolvendo in un immenso fallimento. Per un verso, non hanno prodotto ricchezza a favore dei paesi poveri, privati delle migliori energie giovanili; per un altro verso, rischiano di danneggiare i paesi ricchi, ora sommersi tanto dalla crisi delle proprie manifatture, quanto dell’esigenza di mantenere quella parte di immigrati che non hanno trovato un’integrazione culturale e sociale adeguata, dovendosi contenere anche l’inevitabile tendenziale carica aggressiva.
L’immigrazione massiccia è stata un falso rimedio, tanto da far sospettare che i programmi scientisti confezionati dai tecnocrati e le strategie immigrazioniste sostenute dalla politica progressista siano state parte di un unico piano diretto a de-identificare i popoli di antica tradizione cristiana, offuscandone la storia, denigrandone i valori comuni e distruggendo fino alle radici l’istituzione familiare, cellula fondamentale di qualsiasi società civile.
3. E’ indispensabile ora dar corso a un’effettiva svolta diretta a favorire la natalità per ringiovanire il nostro popolo.
Il rimedio più importante è anche il più arduo perché la sua attuazione dipende dalla libera volontà delle persone, in particolare dei giovani e delle donne.
La maternità dovrebbe essere apprezzata nel suo valore profondo di collaborazione intima della donna all’opera divina: essa infatti, con l’intero suo corpo – materia e spirito – è la custode insostituibile del frutto prezioso della relazione sponsale.
Anche nell’ambito del pensiero femminista odierno affiorano tendenze che, rigettata l’idea della donna solo in quanto corpo, o meglio, quale ‘contenitore’ spoglio di una propria soggettività – idea che ha dominato il corso del materialismo di matrice illuministica e larga parte dell’epoca liberale[6] –riconoscono alla gravidanza e al parto il valore inestimabile della potenza generativa della donna.
Ciò testimonia “[…] una esperienza diretta del legame che annoda l’essere umano all’estrema complessità delle altre forme viventi e del loro insieme in un unico mondo”[7]. L’ospitalità assoluta offerta dal corpo della madre è la prima esperienza di ognuno; è l’origine che tutti abbiamo comune[8].
Questa verità dovrebbe condurre alla valorizzazione dell’identità unitotale della donna, della sua corporeità e della sua spiritualità.
La cultura odierna purtroppo si è resa estranea a questi valori; molte donne non li sanno riconoscere, assumono costumi sconsiderati e diventano conseguentemente vittime di una sfacciata prepotenza maschile, che si realizza sia tramite il ricatto economico, che tramite l’asservimento sessuale.
Il cambiamento del paradigma culturale è cosa che nessuna autorità può realizzare. Esso dipende dalla volontà libera delle persone, in particolare delle donne.
Tale cambiamento può essere favorito dall’intervento di correttivi amministrativi ed economici, che dipendono in larga parte dall’iniziativa dei governi e delle organizzazioni sindacali. Molto dovrebbe essere fatto per favorire l’acquisto o la locazione di abitazioni a prezzi accessibili ai giovani. Le condizioni del lavoro femminile, soprattutto per le giovani donne, dovrebbero essere tali da consentire, come recita l’art. 37 della Costituzione “[…] l’adempimento della sua [della donna] essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale e adeguata protezione”.
Si tratta di obblighi sociali che la Repubblica dovrebbe garantire non solo per le ragioni fondamentali di giustizia scolpite dalla Costituzione, ma anche al fine di favorire la natalità e assicurare alle madri la protezione e ai bambini l’assistenza necessaria. Provvidenze economiche dirette e immediate dovrebbero essere anche contemplate a favore delle donne e delle famiglie che hanno a carico la cura di bambini in tenera età, almeno fino al termine delle scuole elementari. Dovrebbero essere concessi prestiti a tassi minimi rimborsabili con eque rateizzazioni.
L’inventiva dei sindacati potrebbe spaziare su molte altre modalità di sostegno alle donne madri.
In difformità rispetto a iniziative governative che si muovono nella direzione sopra evocata e che dovrebbero essere organicamente inserite in un piano almeno decennale di finanza pubblica, dedicato espressamente alla valorizzazione della dignità della donna; al miglioramento della qualità della vita familiare e all’implementazione della natalità, si riscontrano inspiegabili scetticismi, inaccettabili diffidenze e la sostanziale sfiducia da parte di componenti significative della società contemporanea.
Spuntano addirittura proposte inedite per affrontare il problema della denatalità, isolate da un programma vasto e completo di valorizzazione della condizione femminile.
Secondo Carlo Calenda la tecnologia della procreazione artificiale, con la diffusione della tecnica del congelamento degli ovuli, sarebbe il rimedio “[…] per far ripartire la natalità in Italia”. Lo proclama con forza questo influente esponente politico, che si proclama orgogliosamente centrista: “europeista, riformatore, liberale”[9]. Dichiara costui che la prima cosa da fare sarebbe di ricorrere alla procreazione medicalmente assistita e alla diffusione del congelamento degli ovuli.
Si tratta di una proposta per incrementare i “diritti umani” di tipo liberale, ma non i diritti sociali su cui tanto insiste la Costituzione repubblicana e, tanto meno, per favorire la natalità.
Dice Calenda: “Ma perché questo si compia ci vuole un supporto pubblico, ora ricorrere alla Pma costa troppo e le coppie si indebitano. Quindi, agiamo sulla Pma e sul congelamento degli ovuli, è la prima cosa facile da realizzare subito”[10].
Ho detto poc’anzi che la proposta sarebbe inedita. Invero, era evidente fin dalle sue prime attuazioni che la PMA eterologa non sarebbe stata tanto la via per realizzare i desideri frustrati delle coppie infertili, quanto piuttosto la via per riconoscere il “diritto al figlio” alle coppie omosessuali maschili e ai singles, nonché lo strumento per sostituire, a lungo termine, la tecnologia alla natura, la scienza al rapporto di coniugio tra l’uomo e la donna.
Ora, Calenda, centrista e liberale, lo dice pubblicamente con strabiliante sincerità. Siccome le strategie della salute riproduttiva, dalla Conferenza del Cairo in avanti, hanno via via ridotto la natalità, utilizziamo uno dei suoi veleni come farmaco!.
La PMA sarebbe più sana del rapporto di coniugio; infatti, è controllata scientificamente; consente la selezione degli embrioni; impedisce lo sviluppo di quelli più deboli o potenzialmente inadatti. Tramite il congelamento degli ovuli la generazione può avvenire in una età in cui la donna non sarebbe più in grado di generare. Investiamo denaro pubblico – conclude Calenda – su questi obiettivi liberali.
Non si rende conto Calenda che le sue proposte rendono sempre più acuto il problema della denatalità? La PMA, trasformata da rimedio per l’infertilità della coppia a strumento utile per la sanità riproduttiva, allontana sempre più la coppia giovane e fertile dalla volontà di essere feconda; frustra il profondo desiderio della donna di essere madre quando il suo corpo è maggiormente in sintonia con il suo desiderio; avvilisce il rapporto di coppia per decenni, lasciando spazio a esperienze sessuali frammentarie e instabili, distruggendo radicalmente le radici di un amore stabile e duraturo, questo sì veramente fecondo.
Ho detto nella prima parte di questo scritto che l’ostacolo alla generalizzazione della PMA è costituito dai costi economici che gli Stati anche più avanzati non sarebbero in grado di sostenere. Calenda, sostenitore dei “diritti umani” liberali, abbandona a questo punto il liberismo per far carico allo Stato di un compito che non implementerebbe in alcun modo la natalità, ma che lo porterebbe alla bancarotta!
E’ evidente che il tema della natalità è un alibi – oggi lanciato da un politico influente, che domani sarà ripetuto mediaticamente per trasformarlo in provvedimento amministrativo – per rendere sempre più attraente la PMA per le giovani donne, sottraendole alle gioie e alle sofferenze della maternità che sorge dal rapporto naturale di coniugio.
4. In realtà, gli effetti sociali dei programmi anticoncezionali deliberati alla Conferenza del Cairo sono stati devastanti per il nostro come per molti altri Paesi. La PMA eterologa, lungi dal costituire soltanto un rimedio per le coppie infertili, è stato e sarà sempre di più – se non fermato dalla prudenza politica – un congegno per sostituire, a lungo termine, la tecnologia riproduttiva alla natura.
Si tratta di un vano progetto prometeico che, se portato alle sue logiche conseguenze, applicando la tecnologia a qualunque richiedente, porterebbe alla rovina le finanze dello Stato, precludendogli di attendere agli obblighi di tutela e di promozione della salute prescritti dall’art. 32, co. 1 della Costituzione. I vari tasselli del mosaico scientista e della politica progressista si compongono in un quadro cupo e grottesco degno del pannello di destra del famoso Trittico del giardino delle delizie di Hieronymus Bosch raffigurante l’inferno. Sarebbe forse meno complicato e più salutare per tutta la società tornare al rispetto delle leggi naturali, rimettendo al centro la dignità incomprimibile di ogni persona umana. Con ciò si renderebbe meno acuta la crisi demografica.
[1] A. Huxley, Brave New World, London, 1932, tr. it., Il mondo nuovo. Ritorno al mondo nuovo, con la Prefazione dell’Autore all’edizione 1946, Milano, 2014.
[2] M. Ronco, Aporie e contraddizioni della fecondazione eterologa, Estratto da Bioetica News Torino, Anno V, n. 4, luglio 2016, ora in Scritti patavini, Torino, 2017, II, 1889 ss.. V. Corte cost., 10 giugno 2014, n. 162, in Giur. cost., 2014, 2563.
[3] M. Ronco, Aporie e contraddizioni, cit., 1892-1893; v. anche L. Eusebi, Lo statuto dell’embrione, il problema eugenetico, i criteri della generazione umana: profili giuridici, in La procreazione assistita. Atti Convegno studi 31 gennaio 2005, Accademia dei Lincei, Fasano, 2005, 158.
[4] M. Ronco, Aporie e contraddizioni, cit., 1903.
[5] M. Ronco, Aporie e contraddizioni, ibidem.
[6] Gli esponenti principali dei ‘Lumi’ respingono con acredine il tema biblico dell’uomo immagine di Dio. Voltaire si esprime con la seguente invettiva: “Ô homme! Qui oses te dire l’image de Dieu, dis-moi si Dieu mange, et s’il a un boyau rectum ” (articolo Déjection, en ses Questions sur l’Encyclopédie). Rigettata la sapienza della Genesi, l’uomo e la donna non hanno alcunché di comune. La donna non è, agli occhi di Sade, altro che “un individue qui nous ressemble” (Français, encore un effort si vous voulez être républicains); individuo che Voltaire descrive sarcasticamente così: “J’aperçois que la nature t’a donné deux espèces de fesses par devant (sic), et qu’elle me les a refusées” (Les ignorances, en ses Nouveaux Mélanges, III, 1765). Diderot infine esprime nitidamente l’opposizione al messaggio biblico con la seguente affermazione: “L’homme n’est peut-être que le monstre de la femme, or la femme le monstre de l’homme” (La Rêve de d’Alembert, Paris, 1965, 113).
[7] A. Cavarero, Donne che allattano cuccioli di lupo, Roma, 2023.
[8] L. M. Leborgne, Un corpo per due. Una filosofia della gravidanza, Milano, 2026; L. Scaraffia, La fine della madre, Bologna 2010, 721.
[9] V. Santarpia, E. Messina, Carlo Calenda; “La prima cosa da fare per far ripartire la natalità in Italia? Fare ricorso alla procreazione medicalmente assistita”, Il tempo delle donne, supplemento al Corriere della Sera, 13 settembre 2026.
[10] Ibidem.