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Gomorra è un fenomeno sociale: ancora oggi continua ad essere, in ogni sua forma mediale (libro, film, serie tv) una sorta di brand che ha avvicinato in un modo sbagliato l’opinione pubblica ai temi della criminalità. Una narrazione senza filtri, senza una logica oppositiva al suo interno, in cui chiunque può avere alcune caratteristiche positive, anche un boss della camorra, con il serio rischio di emulazione soprattutto da parte del mondo giovanile.

Gomorra, pellicola del 2009 diretta da Matteo Garrone e tratta dal romanzo omonimo di Roberto Saviano, è servito anche da fonte d’ispirazione per la serie televisiva diretta da Stefano Sollima. All’interno di questa narrazione, si intrecciano quattro trame, tutte pervase dall’oscuro dominio della camorra.

Il giovane Totò, all’età di tredici anni, collabora con sua madre nel servizio di consegna della spesa alle case del quartiere, sognando di emulare gli uomini di spicco, coloro che si spostano in auto anziché in motorino, che sfoggiano giubbotti antiproiettile, che contano i loro guadagni e le loro vittime.

Tuttavia, crescere a Scampia implica trasformare l’adolescenza in un’epoca di violenza armata. Marco e Ciro, ad esempio, trovano un arsenale e si abbandonano al delirio del potere, sparando colpi che li fanno sentire invincibili. Puoi intimidire gli altri, ma sempre troverai qualcuno più temibile di te. La fuga è un’opzione impossibile; ci si schiera da una parte o dall’altra, e persino un individuo tranquillo come Don Ciro, solito gestire i proventi, può essere trascinato nella guerra tra fazioni, poiché gli equilibri del clan si rompono.

La possibilità di cambiare mestiere, come fa Pasquale lasciando la sartoria clandestina per guidare i camion carichi di contrabbando, non implica la fuga dal Sistema, onnipresente e onnipotente. Quando Roberto si lamenta riguardo a un lavoro redditizio e sicuro nel campo dello smaltimento dei rifiuti tossici, Franco, il suo capo, lo rimprovera severamente, sottolineando che nessuno è superiore agli altri in questo contesto. Il Sistema funziona così, senza possibilità di scampo.

Negli ultimi anni, si è osservato un marcato incremento dell’attenzione nei confronti del fenomeno della criminalità organizzata. L’uscita del libro di Roberto Saviano, Gomorra, ha avuto il ruolo da catalizzatore, proiettando i riflettori su questa tematica e dando vita a una proliferazione senza precedenti nel panorama letterario e cinematografico. Di conseguenza, il libro ha generato un seguito sia in forma di film che di serie televisiva, entrambi diffusi a livello globale.

La camorra è una triste realtà che affligge il territorio campano fin dal 1800; negarlo sarebbe non soltanto inutile, bensì dannoso. Il potere delle mafie, difatti, si basa innanzitutto sull’omertà, ovvero la consuetudine a mantenere il silenzio riguardo ad attività delittuose.

Attraverso i decenni, e persino nei secoli trascorsi, l’influenza esercitata dai vari clan camorristici ha raggiunto dimensioni colossali. Le loro attività si sono intricate e ampliate, talvolta abbracciando legittimità formale, pur mantenendo radici negli introiti derivanti da illeciti. I criminali hanno permeato profondamente le istituzioni statali e, complice la globalizzazione, le mafie hanno esteso la propria azione al di là dei confini nazionali. Non è insolito rintracciare clan camorristici operanti non solo in Italia, bensì anche negli Stati Uniti, in Canada, in Australia, in Spagna, in Germania e oltre.

A partire dalla fine degli anni Novanta, il dominio territoriale di Secondigliano e Scampia è stato saldamente tenuto nelle mani del boss Paolo Di Lauro, il cui accumulo di ricchezze è stato alimentato soprattutto dal traffico di sostanze stupefacenti.

Nel 2002, l’arresto del boss ha portato al passaggio del comando ai suoi eredi, mentre nel 2004 un luogotenente di lunga data del clan, esiliato in Spagna, è tornato a Napoli. È in questo contesto che si è scatenata la violenta “faida di Secondigliano”, uno scontro camorristico tra il clan Di Lauro e una fazione ribelle nota come “scissionisti”, il quale ha mietuto numerose vittime, spesso del tutto estranee ai conflitti, coinvolte in ritorsioni o scambi di persona.

Tale tumulto ha fornito lo sfondo per la creazione prima del film poi della serie televisiva Gomorra, che narra le vicende della famiglia Savastano, guidata dal patriarca Pietro, il signore incontrastato della zona settentrionale di Napoli.

Anche prima dell’adattamento televisivo, l’attenzione dell’opinione pubblica verso la questione della camorra era stata catturata dall’omonimo libro di Roberto Saviano, pubblicato nel 2006.

La serie televisiva Gomorra si propone di compiere un atto che il film di Matteo Garrone non avrebbe mai osato intraprendere: aprire le porte della dimora del boss e narrare dall’interno le gesta di un clan, la famiglia Savastano.

Mentre Garrone dipingeva la storia di un sarto, un imprenditore nel settore dei rifiuti, un contabile e due giovani affiliati, personaggi dalle sfumature gogoliane che offrivano uno sguardo indiretto, consentendo così allo spettatore di sviluppare un proprio pensiero sul concetto del Male, in questa serie televisiva si è invece scelto di procedere in modo diametralmente opposto.

Qui, il focus è posto sul boss, sua moglie, il figlio, lo scagnozzo, senza mai offrire un contraltare se non attraverso altri individui malvagi, altri criminali.

Lezione morale: L’autonomia critica dello spettatore, ora rivolta non al cinema ma alla televisione – pertanto intrinsecamente incline a uno sguardo distante, se non addirittura passivo – è considerevolmente compromessa.

Senza giri di parole, per l’intera durata dei primi sei episodi, ci troviamo ad incoraggiare fervidamente i Savastano.

È superfluo che qualcuno, nel tentativo di difendere questa operazione, richiami argomenti nobili precedentemente utilizzati per giustificare il merito della buona letteratura: il ruolo dell’arte è quello di narrare ciò che è inusuale.

In un contesto che ricorda le impenetrabili maschere di una Commedia dell’Arte distopica, il capo Savastano si presenta come un individuo dal carattere severo, la consorte un’arpia, il figlio una figura infantile, e lo scagnozzo un individuo astuto.

In questa panoramica svanisce qualsiasi parvenza di denuncia civile per far posto ad una mera spettacolarizzazione priva di profondità, incapace di trasmettere il funzionamento della criminalità organizzata.

Si potrebbe argomentare che “Il padrino” operava nello stesso modo. Tuttavia, al momento della sua pubblicazione nel 1972, il film di Coppola e Puzo giungeva in un’epoca in cui le mafie erano avvolte nell’oscurità, sconosciute per gran parte del mondo, rendendo il film un’affermazione rudimentale.

Al contrario, con “Scarface” di De Palma e Stone nel 1983, la vita del narcotrafficante Tony Montana divenne un mito pericoloso, alimentando il fascino delle organizzazioni criminali che ne adottarono espressioni, atteggiamenti e stile.

Uno dei meriti più significativi della produzione televisiva risiede nella sua scelta di ambientazioni reali a Scampia, Napoli, e in altre località. È proprio in queste ambientazioni che la riflessione trova stimolo, poiché esse sono ritratte nella loro incontestabile trascuratezza e al contempo bellezza, nella loro sconvolgente disumanità e fascino. Le vele, gli edifici di cemento abusivi, i pochi grattacieli di Napoli, riescono a scalfire l’artificiosità del racconto. Inizio modulo

Il libro, ancor più della serie televisiva, si distingue per la sua marcata artificiosità, intrisa di una notevole dose di finzione, pur sotto la parvenza di semi-cronaca.

Eccezione risiede solo nel trattamento del processo Spartacus, una vicenda giudiziaria di rilevanza notevole, avverso i Casalesi, in cui l’autore ha attinto dalla trasposizione dei verbali processuali.

Tuttavia, l’elemento di finzione e l’esagerazione studiata permeano gran parte del lavoro.

Come molte produzioni cinematografiche, partono da germi di realtà, benché crudi ma tangibili, successivamente plasmati per adattarsi alle esigenze del mezzo cinematografico.

L’opportunità e l’utilità si distinguono nettamente. L’opportunità è sempre presente, discernibile in base agli obiettivi prefissati.

Nel caso in questione, per Saviano, l’obiettivo è stato lucrativo e di ottenere notorietà, in parallelo ai produttori del film e della serie televisiva.

Si può arguire che entrambi abbiano conseguito i loro obiettivi nel modo più efficace possibile.

L’utilità sociale è stata amplificata rispetto alla realtà effettiva.

La presenza di Gomorra e di Saviano non è stata determinante per la rivelazione di fatti concernenti la realtà italiana, inclusa quella non napoletana.

Gomorra è ormai assimilabile a un marchio e come tale, deve fare tutto il possibile per sostenere sé stesso, incluso il ricorso a sospensioni narrative o ad elementi di grandiosità epica per attrarre spettatori televisivi e accrescere la sua popolarità.

Pur senza negare la presenza di violenza e sopraffazione, non si può generalizzare e identificare un’intera comunità con tali elementi, poiché essa è composta per la stragrande maggioranza da individui perbene, onesti, laboriosi, rispettabili ed eccellenti.

Tali produzioni cinematografiche dovrebbero sempre perseguire scopi informativi e formativi, denunciando il male ma anche evidenziando il bene, anch’esso presente.

Altrimenti, si rischia di promuovere un modello da emulare o una rappresentazione distorta che danneggia l’immagine della città di Napoli.

Daniele Onori

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