Guerra giusta e legittima difesa nell’enciclica “Magnifica humanitas” di Leone XIV: continuità con la dottrina cattolica, non rottura. Un’analisi.

                                                                                                                   Pietro  Dubolino

Ha destato sensazione, puntualmente registrata dagli organi d’informazione, l’affermazione contenuta al par.  192 dell’enciclica “Magnifica humanitas” di papa LEONE XIV secondo cui, a fronte del ritenuto diffondersi di una “cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti”, sarebbe “più che mai importante ribadire il superamento della teoria della <<guerra giusta>>, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra”. Non pochi, con atteggiamento variante dalla convinta adesione al preoccupato dissenso, hanno visto in questa affermazione una totale rottura rispetto al plurisecolare insegnamento ecclesiale, risalente a S. AGOSTINO e a S. TOMMASO d’Aquino e sostanzialmente ripreso, nell’essenziale, al punto 2309 del Catechismo della Chiesa cattolica, secondo cui dovrebbe ritenersi comunque “giusta”, a determinate condizioni, la guerra motivata da esigenze di legittima difesa contro un ingiusto aggressore. Ma che, in realtà, di “rottura” non possa parlarsi appare facilmente desumibile dal fatto che nella stessa enciclica si precisa, subito dopo, che resta comunque fermo “il diritto alla legittima difesa”, a condizione che essa sia “intesa nel senso più stretto”. Il che equivale a dire che sia intesa nel senso indicato dal citato punto 2309 del Catechismo,  secondo il quale, per potersi ritenere “giusta” la guerra di difesa contro un’aggressione, occorre che: – “il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo”; – “tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci”; – “ci siano fondate condizioni di successo”; “il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare”, tenendo conto anche della “potenza dei moderni mezzi di distruzione”. A tali condizioni, infatti, si è richiamato, in sintesi, il card. Victor Manuel FERNANDEZ, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, nella relazione da lui tenuta il 26 giugno scorso proprio per illustrare, nella seconda sessione del Concistoro straordinario convocato dal Papa, il significato di quanto si afferma, sul punto in questione, nell’enciclica. E appare interessante notare che, nell’occasione, il cardinale, con chiaro riferimento soprattutto alle ultime due delle suddette condizioni, ha voluto puntualizzare che “una guerra non può essere proseguita indefinitamente solo per evitare un’ingiustizia, se ciò comporta danni seri e incessanti alla popolazione; in particolare una costante uccisione di persone”. Difficile non vedere, in tale affermazione, una trasparente allusione al conflitto russo-ucraino, in cui alle ragioni ideali della “giustizia”, alle quali si richiamano il presidente ucraino Volodymir ZELENSKI ed i suoi sostenitori, si contrappongono quelle del realismo, evocate da quanti, sulla base del rapporto di forze tra i contendenti e delle perdite umane e materiali che, oltre a quelle già verificatesi, deriverebbero dalla prosecuzione del conflitto, ritengono che a quest’ultimo debba porsi fine con una soluzione di compromesso.

  A ben vedere, quindi, ciò che dev’essere “superato”, interpretando l’enciclica nel suo più profondo significato (così come ha inteso fare il card. FERNANDEZ), non è tanto il concetto di “guerra giusta” quanto il concetto che la guerra, quando sia “giusta” (secondo la tuttora valida definizione datane dal Catechismo), non possa che finire con il trionfo della giustizia. Il che è, in effetti, quanto di più illogico e, al tempo stesso, pernicioso, si possa immaginare. Illogico, perché la guerra non è un confronto di ragioni ma un confronto di forze, e ben può avvenire che la maggior forza sia dalla parte dell’ingiustizia piuttosto che da quella della giustizia (le quali, peraltro, come saggiamente ammoniva Alessandro MANZONI, “non si dividon mai con un taglio così netto che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro”). Pernicioso perché, volendosi perseguire ad ogni costo la vittoria della “giustizia” (o presunta tale) si finisce inevitabilmente o per andare incontro alla rovina totale o per dover usare mezzi di tale devastante potenza da rendersi incompatibili con la finalità di “giustizia” che, grazie ad essi, si vorrebbe realizzare.

  Potrebbe forse in contrario osservarsi che nella stessa enciclica, al par. 215, si afferma che “vera pace” è soltanto quella che “nasce dalla giustizia”, richiamandosi a sostegno il passo di Isaia 32,17 in cui si legge che “erit opus iustitiae pax” (la pace sarà opera della giustizia). Ma può rispondersi che la “giustizia” è qui evocata soltanto come virtù da praticare, nella ragionevole speranza che ne derivino buoni frutti (quale, appunto, nello specifico, una “vera pace”) e non, invece, come necessario attributo degli assetti politici realizzati al fine di impedire o far cessare le guerre. Quella richiesta per questi ultimi è, a differenza dell’altra, una “giustizia” di natura oggettiva, definibile come tale soltanto in quanto caratterizzata da un tasso di inevitabile “ingiustizia” sicuramente minore di quello riscontrabile nella situazione che, grazie ad essi, venga ad essere rimossa. Deve perciò essere considerato rispondente a “giustizia”, nel senso ora detto, ogni e qualsiasi accordo che, pur comportando l’accettazione, da una o da entrambe le parti, di quella che è o può apparire una qualche “ingiustizia”, impedisca o faccia cessare la sicuramente maggiore “ingiustizia” di una guerra che, anche se difensiva, sia intrapresa o proseguita quando, rispettivamente, manchino fin dall’inizio o vengano successivamente meno le condizioni perché essa possa essere definita “giusta”. E lo stesso è a dirsi per un qualsiasi accordo che determini la fine delle ostilità quando fra i contendenti, quali che siano state le cause della guerra, si sia creata una situazione di sostanziale, irreversibile stallo. Anche in questo caso, infatti, non potrebbe esservi ingiustizia maggiore di quella costituita dalla prosecuzione di una guerra che sia divenuta, all’evidenza, del tutto inutile, attesa la riscontrata impossibilità, per ciascuno dei belligeranti, di raggiungere l’obiettivo originariamente prefissosi.

   Può, quindi, a questo punto, concludersi che l’enciclica in discorso si collochi in linea di sostanziale continuità con il tradizionale indirizzo della dottrina cattolica in materia di guerra e pace, non offrendo sponda – nonostante quanto potrebbe pensarsi sulla base del  testuale tenore di talune affermazioni in essa contenute, se avulse dal loro contesto – né ai fautori del pacifismo assoluto, secondo cui ogni e qualsiasi guerra sarebbe, di per sé, “ingiusta”, né a quelli di ciò che potrebbe definirsi “giustizialismo bellicista”, secondo i quali, posta invece la riconoscibilità della “guerra giusta”, questa dovrebbe essere condotta, all’insegna del “fiat iustitia et pereat mundus”, avendo come irrinunciabile obiettivo, costi quel che costi, quello della completa vittoria contro l’ “ingiustizia”. Mai come in questo caso, dunque, sembra che sia da condividere il vecchio detto “in medio stat virtus”, sperando, nel richiamarlo, di non correre il rischio di essere annoverati, per ciò solo, fra coloro ai quali il nostro già ricordato MANZONI rimproverava, con la sua abituale, benevola ironia,  di fissare il “giusto mezzo” proprio “in quel punto dov’essi sono arrivati, e ci stanno comodi.”

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