Articlo di Alfredo Mantovano, pubblicato il 27 maggio 2018 su Tempi

Per un singolare paradosso, dopo il voto di venerdì la “cattolica Irlanda” appare ancora più vicina all’odiata Inghilterra che decreta la morte di un bambino di 23 mesi perché disabile, che a Nazioni più distanti geograficamente – penso alla Polonia o all’Ungheria -, al cui interno la sensibilità pro life cresce e trova interessanti sponde politiche. A Dublino le sponde politiche sono invece cadute: quel Leo Varadlcar che oggi, da primo ministro, ha indetto il referendum da cui è scaturita la legalizzazione dell’aborto, appena quattro anni fa, da ministro della sanità, dichiarava in Parlamento di condividere «l’idea che il bambino non nato è un essere umano che ha diritti. (…) come molte persone in questo paese, non sono favorevole all’aborto su richiesta». Che cosa gli ha fatto mutare posizione al punto da sostenere alla vigilia del voto che la vittoria del Sì avrebbe eliminato «l’eredità di vergogna che pesa sulla società irlandese» e il «marchio di infamia sulle donne costrette a recarsi all’estero, spesso in segreto, per mettere fine alle loro gravidanze»? Non certamente la condizione della donne irlandesi: nell’isola la mortalità materna è inferiore rispetto a quella degli Stati limitrofi e il tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro è simile a quello della Svizzera, della Norvegia o del Belgio. A conferma che le posizioni pro life e pro family non contrastano – anzi! – con la tutela della salute delle donne o con le opportunità di lavoro femminile a confronto con Nazioni che da tempo consentono l’aborto. Da noi non si contano le esperienze di gestanti che decidono di abortire per non perdere il posto di lavoro, nella totale assenza di «concrete alternative all’aborto», come prescrive la 194 in un passaggio inapplicato da 40 anni, che il sistema sanitario e assistenziale ha il dovere di prospettare loro (e non lo fa). E comunque in Irlanda si andrà presto oltre: il medesimo governo che ha promosso il referendum ha già elaborato un disegno di legge per l’aborto a richiesta, cioè senza necessità di indicarne le ragioni, entro le prime 12 settimane, e in casi particolari per le settimane successive. Come insegna la storia recente di altre Nazioni, Italia inclusa, una volta caduto il pilastro del riconoscimento del diritto del concepito – a Dublino costituito dall’8° emendamento posto a base del quesito abrogativo -, il resto viene da sé. Inclusa la libera vendita della pillola abortiva: in Italia nel 2015 l’Aifa la permette come prodotto da banco, senza necessità di prescrizione. Quella pillola da noi è la ragione principale del calo del numero di interventi di ivg: se il “risultato” si può ottenere fino a cinque giorni dopo il rapporto a rischio stando a casa propria e ingoiando una compressa, perché non moltiplicare questa modalità di eliminazione del “prodotto del concepimento” (è l’orrida espressione con cui la 194 indica il concepito)? La pillola abortiva è un business consistente e redditizio: le case farmaceutiche che lo realizzano hanno interesse a conquistare nuovi mercati, previa rimozione di antiquate tutele della vita; questo forse concorre a spiegare certi veloci cambi di posizione politici. Ma non è il solo elemento: la campagna referendaria nella terra di S. Patrizio ha da un lato visto schierati governo, media e risorse finanziarie; dall’altro poche associazioni pro life, con debole appoggio della chiesa locale. Come dire: da lì eserciti dotati di armi efficaci, da qui generose resistenze di manipoli che hanno combattuto a mani nude. È senza risposta perché i vescovi irlandesi hanno scelto il profilo basso; in parallelo al perché i vescovi inglesi sono giunti a dire il contrario del Papa a proposito di Alfie. Rimane il dato obiettivo: ogni qualvolta su questioni cruciali eticamente sensibili si va nella direzione del cedere per non perdere, si cede e si perde. E si perde non soltanto la sostanza di una battaglia che ha al centro la vita, con le ricadute di crescente totalitarismo che ciò comporta. Si perde pure credibilità e autorevolezza: che per chi guida il gregge non è il massimo. Non vale solo per l’Irlanda.

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