Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato su Tempi di novembre 2019.

 

Partiamo dai numeri. Che in tema di stupefacenti sono quelli forniti dal Dipartimento antidroga della Presidenza del Consiglio, l’organismo di prevenzione e monitoraggio delle tossicodipendenze che ogni anno redige una Relazione al Parlamento; l’ultima disponibile è quella del 2018, con i dati relativi a quel che è successo nel 2017. In essa fra l’altro si legge che:

  1. nel raffronto col 2016 nel 2017 le operazioni antidroga delle forze di polizia sono aumentate: + 8%, il che vuol dire che il sistema del contrasto è sul pezzo;
  2. da un anno all’altro la quantità di stupefacenti sequestrati è però cresciuta non dell’8%, in proporzione, bensì del 60%. Il rivela che la diffusione di ogni tipo di droga è aumentata: se ne sequestra di più perché ve ne è molta di più in circolazione;
  3. i derivati della cannabis riguardano il 95% delle sostanze sequestrate dalla polizia giudiziaria;
  4. in parallelo non vi è stato un pari incremento pari delle denunce e delle condanne, se mai si registra una contrazione.

Dunque, dai dati emerge che oggi in Italia gira droga come non è mai accaduto n passato. Se poi dai numeri si passa ai fatti di cronaca, la percezione è quella di effetti devastanti: è cresciuta a dismisura la quantità di incidenti stradali senza una causale identificabile, si moltiplicano i delitti gravi ed efferati che hanno la droga quale filo conduttore, l’abbassamento dei freni inibitori che segue alla perdita della padronanza di sé stessi per l’assunzione delle sostanze è alla base di gesti criminali privi di logica. Si uccide – non ci si limita a intimorire o a provocare lesioni – per uno zainetto contenente denaro, o per impedire che la vittima di uno stupro parli, o per togliere di torno il testimone di un giro di spaccio. Non c’è solo il fronte criminale: gli insegnanti registrano con frequenza maggiore rispetto al passato cali di attenzione durante le lezioni, e mestieri che richiedono costante e piena coscienza, come quello di autista, diventano a rischio.

A proposito di chi conduce un automezzo, sul sito del Dipartimento antidroga sono pubblicati i dati della incidentalità stradale alcol-droga correlata, esito di un protocollo operativo che impiega la Polizia Stradale e i medici e personale sanitario della Polizia di Stato. Nel semestre 1°novembre 2017-30 aprile 2018, a fronte di 14.043 conducenti controllati, 214 sono risultati positivi ad almeno una sostanza stupefacente (senza considerare gli alcoldipendenti): non è poco! E’ pari all’1,5% dei controllati; il dato ha un senso in termini assoluti: immaginando che siano all’incirca 20 milioni gli italiani alla guida di un mezzo ogni giorno, vuol dire che 300.000 guidano avendo assunto droga. Ci tranquillizza?

La legalizzazione di fatto introdotta col decreto Renzi nella primavera 2014 – col ripristino dell’antiscientifica distinzione pesanti/leggere, la reintroduzione della non punibilità per la detenzione finalizzata “per uso personale”, e l’eliminazione dell’arresto obbligatorio in flagranza per lo spaccio di lieve entità – ha fatto saltare il sistema costruito nel 2006, che iniziava a dare i suoi frutti positivi.

Venuto meno il richiamo alla responsabilità, è caduto l’incentivo al recupero. Secondo la legge, quando la sostanza, per qualità e/o quantità, è ritenuta per uso personale (oggi questa qualifica può riguardare anche centinaia di dosi, a discrezione del giudice di turno), chi la detiene non è punibile, ma viene “segnalato” al Prefetto per l’adozione di sanzioni amministrative, dalla sospensione della patente di guida a quella del porto d’armi, o per l’avvio a una struttura di recupero. Nel 2017 le segnalazioni al prefetto sono state 38.614, contro i 32.687 soggetti “segnalati” nel 2016, a ulteriore conferma (+ 20%) della diffusione del fenomeno per come emerge dai controlli delle forze di polizia. Il 73% dei segnalati ha meno di 30 anni, e l’età media dei segnalati è di 24 anni. Ma dei convocati dal prefetto per un colloquio il 44% non si è presentato. Non solo: nel 2016 il numero di coloro che, sollecitati dal Prefetto, hanno accolto l’invito ad avviare un trattamento di recupero sono stati appena 122, circa lo 0.3% dei segnalati.

Senza un sistema di sanzioni adeguate la prevenzione semplicemente non funziona. E’ in calo pure il ricorso allo strumento dell’affidamento in prova per il recupero in comunità, finalizzato a evitare il carcere e in alternativa a esso: dai 3328 affidamenti del 2013 ai 2991 del 2016. Il rigore iniziale della disciplina in vigore dal 2006 al 2014 spingeva ad affrontare i sacrifici del recupero, che c’era, era effettivo ed era ampio ed evitava il carcere; l’attenuazione di quel rigore oggi circoscrive l’area del recupero: non è un caso se tutte le comunità siano oggi in grande difficoltà.

Si fa fatica a individuare oggi uno schieramento politico, o una forza politica, o una istituzione, disposti a intraprendere una seria battaglia, anzitutto esistenziale e culturale, di prevenzione delle dipendenze. E’ facile invece imbattersi negli alfieri della legalizzazione: coloro a cui non basta che essa esista di fatto, ma puntano a che sia proclamata, in modo da rendere il fenomeno ancora più esteso. Si dice: rendiamo legale la cessione dei derivati della cannabis e toglieremo una fetta di affari alla criminalità organizzata. E’ un errore operativo e di principio. Operativo: nessuna legalizzazione sarà mai completa, a meno di non ritenere che un bambino di 8 anni possa tranquillamente recarsi all’ipermercato e farsi incartare un kg di hascisc con il 20% di thc. Il più estremo dei libertari è consapevole che ogni legalizzazione comporta la fissazione di limiti: di età dell’acquirente, di quantità e di qualità della sostanza ceduta. Dopo la legalizzazione i traffici criminali di stupefacenti altro non faranno che orientarsi oltre la soglia dei limiti che saranno fissati: quanto all’età, per es., spingendo ancora di più le cessioni ai minori. Ma è più serio l’errore di principio: è ritenere che il problema n. 1 sia lo sfruttamento criminale della droga, e non invece la dipendenza da essa di tanti, giovani e meno giovani, la distruzione di una generazione, il furto del futuro commesso contro chi anche da una sola assunzione riceve danni irreversibili.

Non ci sono scorciatoie. Non è materia per la quale è sufficiente un nuovo decreto-legge, di segno contrario rispetto a quello di 5 anni fa. E’ necessario ma non basterebbe: la legge è importante, condiziona la mentalità, facilita – come è avvenuto – la diffusione e la moltiplica: ma nel panorama attuale qualcosa del genere non rientra nemmeno nelle proposte di singoli parlamentari. E’ materia per un’azione culturale e di educazione, che descriva con chiarezza le proprietà delle sostanze che circolano, le tragedie che provocano, e spieghi perché non è vero che “la salute è mia e me la gestisco io”.

Interpella la scuola e gli enti territoriali. E’ il lavoro più concreto per recuperare le basi elementari del vivere quotidiano. Cercansi istituzioni e autorità sociali convinte che abbandonare questo terreno corrisponde a collocare stabilmente lo sballo al posto della speranza.

Share