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Il Centro Studi Livatino deposita una propria opinione nel giudizio di  legittimità costituzionale relativo alla L. 164/1982 e al D.  Lgs. 150/2011.

ECC.MA CORTE COSTITUZIONALE

OPINIONE EX ART. 6 N.I.G. DAVANTI ALLA CORTE COSTITUZIONALE

Per il Centro Studi “Rosario Livatino”, C.F. 97853360580, con sede in Roma (RM), Via Crescenzio n. 86, in persona del proprio legale rappresentante p.t., Prof. Avv. Mauro Ronco (C.F. RNCMRA46B19L219R), assistito, ai fini della redazione della presente opinione, dallo stesso Prof. Avv. Mauro Ronco e dai soci Prof. Avv. Emanuele Bilotti e Avv. Angelo Salvi

IN RELAZIONE A

Reg. Ord. n. 11/2024, pubbl. su G.U. del 14/02/2024 n. 7, ordinanza del Tribunale di Bolzano del 12/01/2024

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1. Il soggetto presentatore

Il Centro Studi Livatino è un’associazione aconfessionale, apartitica e senza fini di lucro, il cui scopo è «l’approfondimento, l’elaborazione e la promozione di studi giuridici riguardanti: a) la tutela del diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale, b) la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna come base imprescindibile della convivenza sociale e civile, c) la difesa della libertà religiosa, d) in un quadro di riferimento costituito dal diritto naturale, il rispetto dei limiti di ogni autorità temporale, incluse le magistrature»; per il raggiungimento dei propri fini«utilizza gli strumenti giuridici e processuali che ritiene di volta in volta più idonei, tra i quali, in particolare ed esemplificativamente, … l’intervento davanti alla corte costituzionale …» (art. 3 Statuto – doc. 1).

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2. Le questioni di l.c. sollevate dal giudice rimettente

Con l’ordinanza sopra emarginata il Tribunale di Bolzano ha sollevato due distinte questioni di legittimità costituzionale:

  1. dell’art. 1, c. 1, della legge n. 164 del 1982 (recante “Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso”), in riferimento agli artt. 2, 3, 32 e 117, c. I, Cost., quest’ultimo in relazione all’art. 8 CEDU, nella parte in cui prevede che, «a seguito di intervenute modificazione dei… caratteri sessuali», con sentenza passata in giudicato, è possibile attribuire ad una persona un «sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita» e non anche un «altro sesso diverso da quello maschile e femminile»;
  2. dell’art. 31, c. 4, del d. lgs. n. 150 del 2011 (recante “Disposizioni complementari al cod. proc. civ. in materia di riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione, ai sensi dell’art. 54 della legge 18 giugno 2009, n. 69”), in riferimento agli artt. 2, 3 e 32 Cost., nella parte in cui prevede che l’adeguamento dei caratteri sessuali da realizzare mediante trattamento medico-chirurgico deve essere autorizzato con sentenza passata in giudicato.

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3. L’infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, co. 1, l. n. 164 del 1982

La questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, c. 1, della l. n. 164 del 1982 è infondata. La Corte costituzionale ha già riconosciuto in più occasioni la legittimità del bilanciamento operato dal legislatore del 1982. Anzi, a ben vedere, è la soluzione prospettata dal giudice rimettente a doversi ritenere costituzionalmente illegittima. Si tratta in ogni caso di una soluzione priva di necessità costituzionale, sicché deve al più prendersi atto che la questione di legittimità sollevata dal giudice rimettente coinvolge scelte discrezionali di esclusiva competenza del legislatore, come riconosciuto anche dalla Corte EDU.

3.1. Il bilanciamento legittimo operato dal legislatore del 1982

Al fine di argomentare simili conclusioni – anzitutto con riferimento agli artt. 2 e 32 Cost. – è necessario chiarire l’esatta portata del bilanciamento di interessi sotteso alla disciplina censurata anche sulla scorta degli interventi interpretativi del Giudice delle leggi e della giurisprudenza di legittimità.

Ebbene, nel prevedere la possibilità dell’attribuzione di un sesso diverso da quello indicato nell’atto di nascita, il legislatore del 1982 ha inteso farsi carico del disagio esistenziale – rilevante anche clinicamente – connesso alla frustrazione dell’aspirazione del singolo ad essere riconosciuto nella vita di relazione come persona con identità sessuale diversa da quella accertata alla nascita in base al dato biologico.

In tal modo, come la Corte costituzionale ha avuto modo di chiarire in più occasioni (sentt. n. 161 del 1985 e n. 221 del 2015), il legislatore ha assunto «un concetto di identità sessuale nuovo e diverso rispetto al passato». Ai fini della sua definizione viene infatti «conferito rilievo non più esclusivamente agli organi genitali esterni… ma anche ad elementi di carattere psicologico e sociale». Il sesso è così concepito «come dato complesso della personalità determinato da un insieme di fattori, dei quali deve essere agevolato o ricercato l’equilibrio, privilegiando… il o i fattori dominanti».

L’aspirazione soggettiva al riconoscimento di un’identità sessuale non coincidente col dato biologico non è però garantita dall’ordinamento in maniera incondizionata. E ciò in virtù di un adeguato – e necessario – bilanciamento con l’interesse pubblico alla certezza delle relazioni giuridiche. Una percezione puramente soggettiva non è ritenuta capace di imporsi di per sé stessa. La norma censurata individua, infatti, nella sussistenza di «intervenute modificazioni dei… caratteri sessuali» il necessario presupposto per la rettificazione anagrafica del sesso.

Come è stato precisato sempre dal Giudice delle leggi, è peraltro rimesso «all’interprete il compito di definire il perimetro di tali modificazioni e… delle modalità attraverso le quali realizzarle» (sentt. n. 161 del 1985 e n. 221 del 2015). Più precisamente si ritiene che l’indicata modificazione dei caratteri sessuali non debba realizzarsi di necessità attraverso un intervento chirurgico.

Al riguardo, avallando un indirizzo interpretativo già accolto in sede di legittimità (Cass., sent. n. 15138 del 2015), la Corte costituzionale ha chiarito infatti che la scelta delle modalità attraverso le quali realizzare il “percorso di transizione” – un percorso che «deve comunque riguardare gli aspetti psicologici, comportamentali e fisici che concorrono a comporre l’identità di genere» – rimane pur sempre di competenza del singolo «con l’assistenza del medico e di altri specialisti».

In ogni caso è dunque necessario registrare un “cambiamento” obiettivo dei “caratteri sessuali” della persona avente “carattere definitivo”. Questa esigenza, connessa all’«interesse pubblico alla definizione certa dei generi, anche considerando le implicazioni che ne possono conseguire in ordine alle relazioni familiari e filiali», è ribadita con chiarezza anche dalla Suprema Corte, laddove osserva che «l’acquisizione di una nuova identità di genere può essere il frutto di un processo individuale che non… postula la necessità [dell’intervento chirurgico], purché la serietà ed univocità del percorso scelto e la compiutezza dell’approdo finale sia accertata, ove necessario, mediante rigorosi accertamenti tecnici in sede giudiziale» (Cass., sent. n. 15138 del 2015).

Un “cambiamento” definitivo dei “caratteri sessuali” della persona costituisce quindi il presupposto necessario affinché, a seguito della rettificazione anagrafica, il dato biologico già correttamente registrato alla nascita – e dunque l’interesse pubblico sotteso a tale registrazione – possa risultare in concreto recessivo nella ridefinizione successiva di un’identità sessuale conforme alla percezione del singolo, e perciò capace di garantirne l’identità personale e il pieno benessere psico-fisico.

Il legislatore italiano del 1982 ha così ritenuto di poter bilanciare in maniera conveniente, da un lato, il diritto all’identità, il diritto alla salute e quello alla autodeterminazione delle persone affette da “disforia” o “incongruenza” di genere e, dall’altro, le ragioni di interesse generale sottese all’accertamento pubblico del sesso sulla base del dato biologico.

Non si è dunque messo in discussione né il concetto binario di identità sessuale, che viene piuttosto ricompreso in termini nuovi, tenendo conto anche di altri dati psicologici e sociali accanto a quello biologico, né la necessità di un momento rigorosamente obiettivo nella sua successiva ridefinizione pure imposta dalla grave condizione di sofferenza psico-fisica in cui versi il soggetto affetto da “disforia” o “incongruenza” di genere. La fermezza su questi due punti assicura la ragionevolezza del bilanciamento operato. Diversamente, infatti, accogliendo la prospettazione del giudice rimettente, l’interesse pubblico alla certezza delle relazioni giuridiche finirebbe per risultare compromesso, nel suo nucleo essenziale, rispetto all’affermazione incondizionata dell’autodeterminazione del singolo.

In effetti, la Corte costituzionale, anche quando, nella materia de qua,ha richiamato l’approdo del giudice di legittimità che «ha ritenuto non obbligatorio l’intervento chirurgico demolitorio o modificativo dei caratteri sessuali anatomici primari, affermando che l’acquisizione di una nuova identità di genere, in quanto risultato di un processo individuale, non ne postula la necessità», ha pur sempre ribadito la necessità di accertare «la serietà ed univocità del percorso scelto e la compiutezza dell’approdo finale», nella prospettiva di individuare un ragionevole punto di equilibrio, in un quadro di «irriducibile varietà delle situazioni soggettive» (sentt. n. 221 del 2015 e n. 185 del 2017), cui sembra far riferimento anche il giudice a quo richiamando la «nozione di identità di genere in termini non binari, bensì fluidi, collocabile quindi in un continuum tra i generi maschile femminile, posti tra loro agli antipodi».

E la dottrina a commento di tali pronunce ha evidenziato come «la condizione transgenere non pare affatto mettere in dubbio il binarismo perché presupponendolo semmai lo rafforza, posto che le persone chiedono di poter transitare da un sesso allaltro»; al contrario «appare un esito problematico il superamento della dicotomia M/F e la neutralità rectius: la neutralizzazione del genere, per cui le persone risulterebbero nella propria identità senza alcun segno dellappartenenza a una delle due categorie convenzionalmente definite maschio e femmina. Occorre infatti valutare i rischi del considerare le persone come sessualmente neutre, posto che lascrizione di una persona alluna o allaltra categoria è spesso rilevante. Appare innegabile, ad esempio, che lannullamento della dicotomia M/F porterebbe con sé il certo indebolimento del sesso come elemento fortedi identificazione e dunque, inevitabilmente, innescherebbe una opacizzazione del processo di costruzione identitaria incentrato sul genere. Quali siano i potenziali rischi della disincarnazionedella corporeità, che condurrebbe a una perdita del valore delle differenze proprie della persona, spogliatadel suo genere, non appare chiaro ed emerge dunque la necessità di approcciare il tema con la dovuta cautela, per evitare che possano derivarne più incognite che benefici» (Lorenzetti, in Studium Iuris, 2018, pp. 453-454).

L’orizzonte del presente giudizio è, dunque, la questione di fondo «se da un punto di vista giuridico sia concepibile un’identità di genere (ed eventualmente, poi, configurabile “un diritto all’identità di genere”) una volta che si neghino le differenze strutturali e i tratti distintivi tra un genere e l’altro e/o se ne metta in discussione la bipartizione e la correlazione all’alternativa sesso biologico maschile/sesso biologico femminile» (Mauceri, in Le Nuove Leggi Civ. Comm., 2018, p. 1494).

La transizione da una qualificazione definita (M/F) a una indefinita – neutra, per l’appunto – sembra in aperto contrasto con quel bilanciamento che – nella materia del diritto alla transizione anagrafica – la Corte Suprema di Cassazione ha sinora inteso ancorare al sistema binario maschio-femmina, in ciò rinvenendo un punto di equilibrio tra il diritto all’autodeterminazione del genere e l’interesse collettivo alla certezza dei rapporti giuridici e delle relazioni familiari, nonché alla chiarezza nella identificazione dei generi sessuali (Guarini, in federalismi.it, 8/2018, p.11).

Ora, un simile bilanciamento è stato riconosciuto a più riprese dal Giudice delle leggi, in piena sintonia con quanto affermato anche dalla Suprema Corte, come un dato ineludibile e, nella sua concreta attuazione ad opera del legislatore del 1982, come certamente non incompatibile col sistema della legalità costituzionale. E ciò appunto perché la soluzione prescelta dal legislatore del 1982 non sacrifica del tutto la prospettiva comunitaria – l’interesse generale all’accertamento pubblico del sesso sulla base del dato biologico – in nome di un’istanza del singolo, pur certamente rilevante.

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3.2. L’illegittimità della soluzione prospettata dal giudice a quo

Alla luce di questo quadro, che già vale di per sé a confermare la legittimità della disciplina censurata con riferimento agli artt. 2 e 32 Cost., deve ora essere attentamente valutata la soluzione prospettata dal giudice rimettente, e dunque l’introduzione nel sistema di un’ipotesi di rettificazione anagrafica che si realizzerebbe attraverso l’attribuzione di un «altro sesso diverso da quello maschile e femminile».

È del tutto evidente, infatti, che una simile soluzione metterebbe radicalmente in discussione i due caratteri decisivi della diversa soluzione prescelta dal legislatore del 1982: la rilevanza di un momento obiettivo nella ridefinizione successiva dell’identità sessuale della persona e lo stesso riferimento al concetto di “identità sessuale” quale concetto necessariamente binario, per quanto da intendere, come si è visto, in un senso dinamico e qualitativo, come il risultato – non sempre agevole né scontato – della ricerca di una sintesi tra il dato biologico ed altri elementi di carattere psicologico e sociale.

Non vi è dubbio, in effetti, che l’opzione non binaria finisca per relativizzare la rilevanza delle «intervenute modificazioni dei… caratteri sessuali» della persona affetta da “disforia” o “incongruenza” di genere. Ai fini della rettificazione anagrafica sarebbe di fatto decisivo il solo dato puramente soggettivo della percezione di sé come persona neutra: un dato che, peraltro, non potrebbe mai assumere quel “carattere definitivo” – o, se si preferisce, di ragionevole stabilità – che è invece considerato necessario nell’indicata ottica di bilanciamento.

Il concetto di “identità sessuale”, pur nella nuova – e più complessa – accezione fatta propria dal legislatore del 1982, verrebbe così sostituito nella sostanza da un diverso concetto di “identità di genere”, al quale è estraneo il binarismo proprio dell’identità sessuale e che risulta invece perfettamente compatibile con una percezione di sé come identità non binaria, e dunque neutra sotto il profilo sessuale.

Ora, sarebbe certamente utile e opportuno avviare, anche in questa sede, una riflessione di fondo sulla stessa compatibilità del concetto di identità di genere come costrutto non binario con l’affermazione del valore sovrautilitaristico della persona, che non è un dato puramente soggettivo e che costituisce incontestabilmente la “pietra d’angolo” dell’intero edificio costituzionale.

Basterebbe considerare che, anche nella prospettiva costituzionale, che rifugge da qualsiasi riduzionismo ideologico, il genere, ove inteso come costrutto non binario, non può che essere riconosciuto come una categoria propria delle cose e non delle persone. Queste ultime, infatti, a differenza delle cose, non hanno semplicemente un corpo, ma sono anche un corpo. E un corpo sessuato: maschio e femmina. Solo in una prospettiva culturale che disconosca il valore sovrautilitaristico della persona si può pertanto pensare di eludere il problema complesso della ricerca di una sintesi tra mente e corpo – un problema che riguarda ogni persona, specialmente nella delicata fase adolescenziale, e che talora può divenire terribilmente doloroso – attraverso il riferimento all’opzione semplicistica del genere, che esclude il binarismo sessuale.

Lo stesso legislatore del 1982, del resto, non avendo affatto abbandonato il concetto di identità sessuale, né avendo riconosciuto rilevanza esclusiva a percezioni puramente soggettive, non ha chiaramente inteso assecondare soluzioni sbrigative e superficiali di un problema complesso e terribilmente doloroso qual è la “disforia” o “incongruenza” di genere.

Ma anche a prescindere da certe considerazioni, che investono l’essenza stessa del progetto di emancipazione sociale sotteso alla Carta e che richiederebbero ben altro approfondimento, al fine di giustificare il rigetto nel merito della questione di legittimità sollevata dal giudice rimettente, è già sufficiente osservare che la soluzione conseguente al suo accoglimento abolisce di fatto ogni necessario bilanciamento tra interesse del singolo ed interesse generale, che è stato invece operato dal legislatore del 1982 e che il Giudice delle leggi ha già riconosciuto come del tutto conforme al sistema della legalità costituzionale.

In effetti, la soluzione prospettata dal giudice rimettente – e cioè la possibilità di una rettificazione anagrafica con attribuzione di un “genere neutro” – finirebbe per dare preferenza incondizionata all’istanza individuale, sacrificando invece integralmente l’interesse generale all’accertamento pubblico del sesso sulla base del dato biologico.

In altri termini: la sostituzione del concetto binario di identità sessuale col concetto non binario di identità di genere appare manifestamente come una soluzione costituzionalmente illegittima, in quanto non bilancia, ma annulla completamente l’interesse pubblico alla certezza delle relazioni giuridiche, in contrasto con gli insegnamenti del Giudice delle leggi quanto alla legittimità delle operazioni di bilanciamento compiute dal legislatore (cfr., ad es., Corte cost., sent. n. 85 del 2013, § 9, in diritto). Il che contribuisce a far concludere per l’infondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata dal giudice rimettente, che deve perciò essere respinta nel merito.

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3.3. L’alterazione del legittimo bilanciamento operato dal legislatore e l’ingerenza in valutazioni di sua esclusiva competenza

In ogni caso, poi, anche laddove non si voglia considerare illegittima la soluzione prospettata dal giudice rimettente e la si ritenga piuttosto un’opzione praticabile, si deve però prendere atto del fatto che quella soluzione altera il bilanciamento – anch’esso legittimo – operato dal legislatore del 1982. Ma allora si deve riconoscere che la questione sollevata dal giudice rimettente coinvolge in realtà una scelta di competenza del legislatore.

Una decisione di inammissibilità per non invadere il campo del legislatore non sarebbe invece altrettanto ineccepibile. Una simile decisione si può infatti giustificare solo quando la Corte riconosce l’illegittimità della norma censurata, ma ritiene al contempo che una decisione di accoglimento introduca nel sistema una regola priva delle necessarie “rime obbligate”. Nel caso in esame, invece, il bilanciamento operato dal legislatore del 1982 è legittimo.

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3.4. La giurisprudenza della Corte EDU e il panorama comparatistico

La sicura infondatezza della questione di legittimità costituzionale in esame trova conforto anche nella giurisprudenza della Corte EDU. In una recente decisione del 31.1.2023 (Y c. France, req. n. 76888/17) i giudici europei hanno infatti escluso che l’impossibilità per un cittadino francese intersessuale di essere registrato come di genere neutro comporti una violazione dell’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

E ciò perché, sebbene il diritto all’identità sessuale e allo svolgimento della personalità debba riconoscersi come aspetto fondamentale del diritto al rispetto della vita privata, la questione della sussistenza di un diritto all’attribuzione pubblica del genere neutro – e dunque del corrispondente obbligo “positivo” dello Stato – deve comunque rimanere affidata alla libera valutazione del singolo legislatore nazionale.

La Corte europea ha ritenuto che, con riferimento ad una questione tanto delicata, al singolo Stato competa un margine di apprezzamento non esiguo, con la conseguenza che non può essergli imposto un intervento modificativo delle norme del proprio ordinamento.

Nel caso in esame i giudici europei hanno quindi ritenuto di doversi limitare a verificare se lo Stato convenuto abbia o meno bilanciato debitamente l’interesse generale con l’interesse particolare del ricorrente e hanno concluso che il pregiudizio identitario lamentato da quest’ultimo trovi una giustificazione sufficiente nelle ragioni di interesse generale in virtù delle quali le competenti autorità nazionali hanno finora lasciato insoddisfatta la sua istanza di attribuzione del genere neutro.

Sorprende invero che il giudice rimettente, che pure ha invocato come parametro di legittimità della norma censurata anche l’art. 117, c. I, Cost., proprio in relazione all’art. 8 CEDU, non abbia ritenuto di fare riferimento a questa importante – e recente – decisione della Corte di Strasburgo.

Sempre nella decisione cit. della Corte di Strasburgo, poi, si fa menzione anche di un’importante decisione della Corte Suprema del Regno Unito del 15 dicembre 2021, la quale ha statuito che il rifiuto di concedere un passaporto privo di indicazioni di genere a una donna che assumeva di non appartenere ad alcun genere non comporta violazione del diritto al rispetto della vita privata sancito dall’art. 8 CEDU, sia letto isolatamente sia in combinato disposto con l’art. 14 CEDU.

Anche questa decisione è però ignorata dall’ordinanza di rimessione.

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3.5. La pretesa disparità di trattamento tra persone transessuali

Le considerazioni esposte fin qui valgono poi a giustificare l’infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, c. 1, l. n. 164 del 1982 anche con riferimento all’art. 3 Cost. Infatti, sia che si ritenga la necessità costituzionale della scelta del legislatore del 1982 di preservare il concetto binario di identità sessuale sia che si ritenga che si tratti comunque del risultato di un legittimo bilanciamento tra istanze individuali e interesse generale, è certo che l’impossibilità dell’attribuzione pubblica del genere neutro non può essere considerata fonte di una discriminazione irragionevole tra persone transessuali con identità binaria o non binaria.

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4. L’infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 31, c. 4, d. lgs. n. 150 del 2011

Anche la questione di legittimità costituzionale dell’art. 31, c. 4, d. lgs, n. 150 del 2011 è infondata. Infatti, anche con riferimento ad una simile censura, basta chiarire la ratio della regola sospettata d’incostituzionalità perché le argomentazioni addotte a suo sostegno dal giudice rimettente appaiano prive di qualsiasi concludenza.

La necessità di un’autorizzazione giudiziale al trattamento chirurgico finalizzato alla modificazione dei caratteri sessuali è chiaramente prevista al solo fine di tutelare il soggetto interessato, il quale, trovandosi in una situazione di particolare fragilità esistenziale proprio a causa della patologia dalla quale è affetto, potrebbe assumere decisioni estremamente gravi ed irreversibili senza la necessaria consapevolezza ed informazione che possono darsi solo in un rapporto autentico di cura.

La regola censurata non assegna dunque al giudice il compito di sindacare nel merito né la valutazione medico-psicologica, né il convincimento del paziente che sia convenientemente maturato con l’assistenza degli specialisti che lo hanno in cura. Il giudice è piuttosto chiamato a valutare se la scelta del paziente di sottoporsi a un trattamento chirurgico destinato a modificare in maniera irreversibile i suoi caratteri sessuali sia stata davvero elaborata nell’ambito di un percorso di cura, a seguito di un’effettiva presa in carico del suo disagio esistenziale da parte di uno o più specialisti, i quali, in scienza e coscienza, sono tenuti a fornirgli ogni necessaria informazione, prospettandogli altresì, ove sussistano, possibili alternative terapeutiche.

Non c’è dunque nessuna sovrapposizione della valutazione del giudice alle valutazioni degli specialisti. L’autonomia professionale di questi ultimi non è compromessa. Né si può sostenere che il giudizio autorizzatorio previsto dalla norma censurata comprima la libertà e il diritto alla salute della persona, ponendola in una condizione irragionevolmente più gravosa rispetto a chi si sottopone ad interventi chirurgici altrettanto invasivi ed irreversibili. In realtà, come si è detto, la scelta del legislatore trova una sua giustificazione, del tutto ragionevole, nella delicata patologia psicologica di cui il paziente è affetto e rispetto alla quale l’intervento chirurgico deve assumere una finalità terapeutica.

Si può, oltretutto, ricordare come nell’ordinamento siano presenti altre forme di controllo giudiziale su decisioni in materia sanitaria di estrema delicatezza (v., ad es., art. 2, l. n. 458 del 1967 in materia di “trapianto del rene tra persone viventi”).

Roma, 4.3.2024

Prof. Avv. Mauro Ronco

(n.q. di l.r.p.t. Centro Studi Rosario Livatino)

Gli estensori:

Prof. Avv. Mauro Ronco
Prof. Avv. Emanuele Bilotti
Avv. Angelo Salvi

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