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Il camorrista segna l’esordio alla regia e alla sceneggiatura di Giuseppe Tornatore. Ispirandosi all’omonimo romanzo di Giuseppe Marazzo, il film racconta l’ascesa al potere del “professore” che, dal carcere di Poggioreale, riesce a creare una nuova e potente organizzazione camorrista. Trasformare la camorra in un’organizzazione criminale di potenza, struttura gerarchica e verticalità, fondando il proprio progetto su una robusta ideologia delinquenziale regionale-popolare e una devozione assoluta al capo. In estrema sintesi, questo fu il proposito criminale perseguito con spietata determinazione da Raffaele Cutolo, il capo spietato della camorra napoletana, divenuto il protagonista indiscusso della scena criminale campana (e nazionale) durante gli anni ’70 e i primi anni ’80. In tale periodo, la camorra compì una notevole evoluzione, passando da una criminalità dal profilo modesto a un’organizzazione ricca e autorevole, caratterizzata da una forza e spietatezza mai viste prima. Affiancando una dottrina criminale innovativa e un culto della personalità del leader, Cutolo integrò diversi elementi volti a conferire importanza e sostanza al suo progetto. Mentre il richiamo netto al passato attraverso il recupero dei riti e della struttura della vecchia camorra dell’Ottocento mirava a conferire alla “sua” Nuova Camorra Organizzata un background storico e una connotazione esoterica, l’apertura alla modernità fu rappresentata dal coinvolgimento nel traffico di stupefacenti, in particolare della cocaina. Emerse anche una nuova figura criminale, l’imprenditore-camorrista. La legittimazione da parte della classe politica locale e nazionale costituì un altro elemento chiave, culminando nella negoziazione con le Brigate Rosse per la liberazione del potente assessore ai lavori pubblici della Campania, Ciro Cirillo. L’organizzazione fondata da Raffaele Cutolo vide la luce il 24 ottobre 1970, persistendo sulla scena criminale per quasi tredici anni. Nel corso degli anni ’70 e i primi ’80, la Nuova Camorra Organizzata (NCO) si rivelò protagonista di rilevanti eventi che segnarono la storia della regione Campania. In primo luogo, emerse la cruenta guerra di camorra tra l’organizzazione guidata da Cutolo e i clan della cosiddetta Nuova Famiglia, ostili a sottomettersi ai progetti egemoni e dispotici di Don Raffaele. In aggiunta, si registrarono i tragici eventi sismici che colpirono l’Irpinia nel biennio 1980-1981, insieme al già menzionato rapimento – e il conseguente rilascio – del politico DC Cirillo ad opera delle Brigate Rosse. Il culmine del deprecabile piano cutoliano fu rappresentato dal caso Cirillo, segnando altresì l’inizio del suo declino. Il trasferimento all’Asinara nel giugno del 1982, le uccisioni dei fedelissimi Rosanova e Casillo e il massiccio intervento delle forze dell’ordine nell’estate del 1983 rappresentano le tappe salienti che condussero al definitivo de profundis della Nuova Camorra Organizzata e del suo carismatico leader.

Nelle austerità della detenzione a Poggioreale, un detenuto, noto come “il Professore”, inizia a conquistarsi il rispetto, sfidando un capo della camorra ancor più anziano di lui. All’interno dei severi confini penitenziari, egli dà forma all’armata della futura camorra riformata. Il “Professore”, costantemente assistito all’esterno dalla sorella Rosaria, esecutrice delle sue direttive e custode dei fondi dell’influente organizzazione, riesce a evadere dal complesso criminale in cui, grazie alla strategia degli avvocati difensori, è stato trasferito come infermo di mente.

Contrariamente a ciò che suggerisce la sua condizione apparente, la sua mente funziona in maniera impeccabile: riesce a raggiungere New York, a stabilire contatti con il vertice di Cosa Nostra e a farsi riconoscere come il leader indiscusso della nuova camorra.

Nel territorio campano, il “Professore” plasma una robusta e intricata organizzazione. Una notte, un commando viene inviato alla villa del nuovo capo dai clan rimasti ai margini di ogni operazione e guadagno. Tuttavia, Alfredo Canale, devoto seguace del “Professore”, svela il piano nemico alla Polizia per preservare la vita del suo capo, compiendo una scelta di compromesso tra due mali. Il “Professore”, però, percepisce il gesto come tradimento da parte del suo più fidato alleato e decreta la sua esecuzione.

Intanto, a Napoli, le forze dell’ordine si scatenano in seguito al rapimento di un assessore comunale perpetrato dalle Brigate Rosse, bloccando ogni attività e guadagno della camorra. A causa degli intricati sviluppi politici del sequestro e delle sue conseguenze, figure di spicco e gli stessi Servizi segreti stabiliscono un accordo con il “Professore” per garantire la salvezza dell’assessore e, contemporaneamente, mantenere nell’oscurità informazioni e questioni che, nell’interesse di individui potenti e qualificati, devono restare inosservate.

Con uno scandalo nazionale in piena esplosione, il “Professore”, nel frattempo responsabile di ulteriori crimini, sarà trasferito su un’isola, confinato in un carcere di massima sicurezza.

Tratto dall’opera di Giuseppe Marrazzo, “Il camorrista” di Giuseppe Tornatore ha costituito, sino all’avvento di “Gomorra” (2008) di Matteo Garrone, l’epitome cinematografica in Italia sulla camorra e i suoi protagonisti. L’interpretazione magistrale di Ben Gazzara, volutamente eccessivo e violento, unita a un cast che annovera l’eccezionale prova di Leo Gullotta, conferiscono a “Il camorrista” l’enfasi necessaria per narrare, seppur senza esplicitarlo, l’ascesa e la caduta di Raffaele Cutolo, il Professore del Vesuviano, fondatore e leader della Nuova Camorra Organizzata.

L’analisi della figura di Raffaele Cutolo, eminente capo della Nuova Camorra Organizzata, rivela una complessità di soprannomi tanto variegata quanto eloquente. Tra questi, spiccano appellativi di forte impatto culturale e simbolico: da “Robin Hood” a “Mussolini”, passando per riferimenti mitologici e religiosi quali “Mito”, “Messia” e “Santo Protettore”. Questi epiteti, che riflettono la molteplicità dei ruoli e delle percezioni attribuite a Cutolo, delineano un personaggio dai contorni quasi leggendari.

Cutolo, nella sua capacità di leader carismatico e figura trasversale, assume nella percezione dei suoi seguaci non solo il ruolo di uomo di cultura e capo clan, ma anche quello di paladino della cultura napoletana, un genio riconosciuto e venerato quasi come un semidio.

Nell’ambito socio-culturale di Napoli e della Campania degli anni ’70, terreno fertile per le ambizioni della camorra, Don Raffaele riuscì a costruire un seguito fedele, attirando uomini disperati e giovani emarginati che divennero la spina dorsale della sua organizzazione criminale.

La Nuova Camorra Organizzata, sotto la guida di Cutolo, perseguì obiettivi ambiziosi, mirando a diventare il punto di riferimento criminale nella regione, espellendo le influenze esterne e stabilendo un’organizzazione gerarchica, potente e temuta. L’obiettivo era non solo arricchirsi enormemente, ma anche espandersi nei lucrativi traffici nazionali e internazionali. Questa organizzazione, fermamente nelle mani di un unico individuo, Raffaele Cutolo, e supportata da un gruppo di luogotenenti leali e un potente braccio armato composto da migliaia di soldati, ambiva al riconoscimento da parte delle altre principali organizzazioni criminali italiane, come la mafia siciliana e la ‘ndrangheta, diventando l’interlocutore esclusivo per gli affari di ingente valore legati al traffico di stupefacenti.

Quali tratti distintivi contraddistinguono la creazione del Professore di Ottaviano? Già dal suo appellativo emergono chiari indizi: essa è identificata come la “Nuova” (diversa dalla preesistente camorra rurale legata al contrabbando), una Camorra che si ispira alle tradizioni di un’onorata società, una struttura Organizzata con rigide regole.

Approfondendo ulteriormente, la NCO possiede caratteristiche che la rendono unica. Innanzitutto, la sua vasta estensione territoriale, accompagnata da un attento controllo del terriotrio: l’obiettivo è una diffusione che abbracci non solo Napoli e la sua provincia, bensì l’intera regione campana, il Nord Italia e la Puglia, quest’ultima influenzata dalle prime manifestazioni di organizzazioni mafiose dovute alla penetrazione di Cutolo.

Inoltre essa cerca di coinvolgere la “massa”, cioè mira ad un reclutamento su ampia scala, privo di requisiti specifici o vincoli di parentela. Tale caratteristica risulta peculiare nell’ambito della criminalità organizzata campana, differenziandosi dall’affiliazione più esclusiva e complessa della mafia siciliana e della ‘ndrangheta.

Pertanto, la Camorra “massa” opera conformemente alle direttive di un comando centralizzato, guidato indiscutibilmente da Cutolo, affiancato da alcuni collaboratori. Questa leadership e dominio raggiungono livelli tali che la Nuova Camorra Organizzata monopolizza tutte le attività criminali, superando la distinzione tra criminalità “ordinaria” e organizzata.

Ma soprattutto, la NCO presenta una sfaccettatura estremamente innovativa ed intrigante: il suo carattere ideologico.

L’ideologia della Nuova Camorra Organizzata abbraccia concetti e sentimenti diversificati che, opportunamente amalgamati e sfruttati, creano un composto “letale” capace di conquistare vasti seguaci. In primo luogo, Cutolo orienta la sua attenzione verso la contrapposizione agli “stranieri”, cioè coloro che non sono nativi della Campania o di Napoli, opponendosi a coloro che ambiscono a colonizzare la regione e la sua capitale partenopea. Questa contrapposizione si rivolge alla mafia siciliana, che da quasi un decennio è presente a Napoli per trarre vantaggio dal lucrativo business del contrabbando, avendo addirittura istituito una filiale locale denominata Cosa Nostra campana.

Il boss di Ottaviano dimostra astuzia nell’indirizzare la sua retorica verso la convergenza degli interessi criminali della regione con quelli dell’intera comunità. Per ottenere ciò, fa leva su tematiche che richiamano quelle propugnate da Achille Lauro negli anni ’50, cercando di sfruttare la creazione di un’identità campana per aggregare e unire la massa della camorra. L’obiettivo finale è quello di instaurare un’identità regionale basata su attività illecite.

Con orgoglio proclama Don Raffaele: “Sono la reincarnazione delle pagine più illustri della storia napoletana.” Egli si autodefinisce il Redentore di Napoli, destinato, per discendenza divina, a risollevare la città partenopea e a restituirle la magnificenza dei secoli passati, quando essa ricopriva il ruolo di capitale del Regno dei Borbone.

Affiancando il sentimento campano, Cutolo inserisce un elemento ideologico di rilevanza per sostenere le azioni della NCO. La camorra di Don Raffaele si presenta altresì come custode di valori sociali, difensore dei poveri e dei deboli, promotore della redistribuzione della ricchezza e del conseguimento di una forma di “giustizia” in un mondo in cui quest’ultima rappresenta un miraggio per molti.

Il complesso si rivela manifestamente artificioso e retorico, ma assolve al fine di coinvolgere i numerosi giovani e uomini in cerca di legittimazione e riscatto sociale.

Azioni che, a prima vista, potrebbero apparire ingiustificabili vengono difese dai seguaci del Professore poiché sono presentate come utili e

necessarie per la comunutà.

Alcuni esempi potranno delineare meglio la dimensione. È l’anno 1981: una giovane innocente, Raffaella Esposito, viene rapita e, dopo alcuni giorni, rinvenuta brutalmente strangolata e torturata. La Nuova Camorra Organizzata (NCO) reagisce prontamente: uno dei suoi vertici, Pasquale D’Amico, emette un comunicato stampa condannando fermamente la violenza perpetrata contro i bambini. Successivamente, l’organizzazione guidata da Cutolo rivendica pubblicamente la responsabilità per l’omicidio di Giovanni Castiello, precedentemente accusato dell’uccisione della piccola Raffaella, ma poi rilasciato per mancanza di prove. Inoltre, offrono alla famiglia della piccola una somma di sei milioni di lire.

Un ulteriore esempio di questa complessa realtà emerge quando Don Raffaele, nel gestire l’ingente finanziamento riconosciuto dalla Comunità Europea ai conservieri, si adopera affinché i contadini non siano sottoposti a vessazioni sul prezzo del pomodoro, a differenza di quanto praticato dagli industriali. La sua vittoria risiede nella profonda connessione con la terra e con la comunità agricola, sebbene ciò comporti intaccare interessi economici. Altresì, si evidenzia la scelta di limitarsi al traffico di cocaina, una sostanza associata all’aristocrazia e all’opulenza, a discapito dell’eroina. Con questa decisione, Cutolo opta per la vendita di sostanze stupefacenti rivolte ad un pubblico facoltoso e potente, evitando così il rimorso derivante dall’implicazione nel consumo da parte di giovani economicamente svantaggiati.

“Sono l’erede di chi soffre nelle carceri, distribuisco giustizia, sono il vero giudice che toglie agli strozzini e dà ai poveri. La vera legge sono io, non quella dei tribunali”, proclama il Robin Hood di Ottaviano. Aspirando a una redistribuzione delle risorse finanziarie, prelevate dai facoltosi signori e industriali di Napoli, che a giudizio di Cutolo possiedono meno integrità e pulizia morale di lui, questa somma è destinata ai meno fortunati, inclusi i novanta membri del sottoproletariato e detenuti della regione campana. Questo atto si configura come una sorta di riallocazione della ricchezza secondo una logica criminale tipica di Napoli.

In questa prospettiva, la camorra, nella visione di Raffaele Cutolo, emerge non solo come un ente distributore di diritti, ma anche come un faro di giustizia e redenzione per le classi sociali più oppressi e marginalizzati. La camorra viene raffigurata in una luce estremamente positiva: “Se agire per il bene, soccorrere gli indifesi, garantire il rispetto dei valori e diritti umani più basilari, che quotidianamente vengono ignorati dai potenti e dai ricchi, e se lottare per restituire la dignità a un popolo e perseguire con fervore una vera giustizia, mettendo a rischio la propria vita in nome di questi ideali, è sinonimo di ‘camorra’ – riflette il capo – allora accetto con serenità questa ulteriore etichetta”.

Il carattere pubblico alla camorra, evidenziato con chiarezza nel citato virgolettato di Cutolo, costituisce una delle molteplici sfaccettature attribuibili all’ideologia della Nuova Camorra Organizzata. In tale contesto, si delinea un divario profondo rispetto a mafia e ‘ndrangheta. Le interviste rilasciate sui mezzi di comunicazione, gli annunci divulgati attraverso volantini nelle strade e, nel caso specifico di Cutolo, persino un volume intitolato “Poesie e pensieri”, nel quale viene esaustivamente illustrata la filosofia criminale che permea la NCO e i suoi obiettivi, fungono da manifestazioni tangibili.

Il libro di Don Raffaele, inviato a tutti gli affiliati, si configura come la Bibbia laica dei sostenitori del Professor di Ottaviano. Questi seguaci, in maniera massiccia, emulano l’esempio del loro leader, dando inizio a una produzione di poesie e pensieri personali, in cui le attività dell’organizzazione vengono esposte senza alcun filtro. Da parte di questi giovani, emerge un imperativo bisogno di giustificare e rivendicare le proprie azioni, oltre a manifestare la loro devota adesione all’ideologia cutoliana e al capo.

L’aspetto della “pubblicità” delle attività criminali è una caratteristica intrinseca alla criminalità organizzata campana, radicata nel suo stesso DNA. Questo fenomeno non è esclusivo della Nuova Camorra Organizzata (NCO), ma è condiviso anche dai suoi rivali, i clan della Nuova Famiglia. Questi ultimi, giustificando le proprie azioni sulla base dell’endemica povertà, non esitano a parlare apertamente delle loro imprese criminali. Un esempio emblematico è Michele Zaza che, nei floridi anni del contrabbando, si proclamava pubblicamente come l’equivalente napoletano di Agnelli.

Al centro di questa narrazione si erge la figura preminente di Raffaele Cutolo. La sua astuzia e carisma sono stati cruciali per il successo e l’espansione della NCO, una realtà che, priva di una guida così influente, difficilmente avrebbe raggiunto un’ampia base di proseliti. Per comprendere a fondo la natura della NCO è essenziale risalire alle origini del progetto ideato dal boss di Ottaviano. Si deve tornare agli albori degli anni ’60, quando Cutolo entrò per la prima volta nella prigione di Poggioreale e si trovò di fronte una camorra disorganizzata e in rovina, un vero e proprio vuoto di potere. Secondo Cutolo, la responsabilità di questo declino ricadeva sui vari boss che dominavano la Campania, incapaci di unire e dare dignità alle migliaia di giovani disorientati e criminali.

Cutolo aveva in mente un’idea di camorra rinnovata e moderna, un’organizzazione che potesse essere utile alla società, dove il capo garantiva privilegi e protezione in cambio di una lealtà incondizionata.

Fu questo ideale a spingerlo a sfidare non solo ‘O Malommo” Spavone, ma, in senso metaforico, tutti gli altri capicamorra, inclusi personaggi come Vittorio Nappi, che in varie occasioni fu considerato suo maestro. Cutolo vedeva questi capi come figure superate e logore, veri e propri “reliquiati di un museo”.

L’episodio del (non) duello[1] con ‘O Malommo rappresenta l’alba dell’ascesa di Raffaele Cutolo, un momento cruciale nel quale egli inizia a implementare il suo disegno strategico. Sfruttando la propria crescente popolarità, Cutolo inizia a distribuire favori tra i detenuti, condividendo con loro alcuni dei suoi privilegi. Queste manovre, meticolosamente pianificate dal boss di Ottaviano, sono basate sulla constatazione che “L’uomo costa veramente poco quando è afflitto dal bisogno, dall’ignoranza e non ha gli strumenti per leggere cosa si nasconde in un gesto, in una prova di calcolata amicizia”. Così, Cutolo si erge a figura di riferimento e simbolo di speranza per migliaia di carcerati in cerca di riscatto. La sua figura assume contorni quasi eroici, fungendo da dispensatore di assistenza legale e di sostegno alle famiglie dei detenuti, trasformandosi in una sorta di Robin Hood o Padre Salvatore.

Il fenomeno cutoliano rappresenta ancora oggi un capitolo fondamentale nella storia della camorra, meritevole di un’analisi approfondita nelle sue peculiarità e dettagli a partire dall’analisi dell’ideologia e del misticismo che circonda la figura di Don Raffaele e della sua organizzazione e delle cause dell’ampia adesione al credo cutoliano da parte delle sue migliaia di affiliati nonchè i rapporti tra la NCO, l’economia e la politica locale e nazionale.[2]

Daniele Onori


[1] Nutrendo un’accesa avversione verso Antonio Spavone, noto anche come ‘O Malommo, un capocamorra famigerato e temuto, recluso anch’egli nel carcere di Poggioreale, godeva di numerosi privilegi che non condivideva con alcuno. Raffaele Cutolo, incapace di tollerare tale arroganza e le numerose agevolazioni concesse a Spavone, decise di impugnare la sfida per la supremazia, sfidandolo apertamente a un duello con la molletta. Tuttavia, Spavone lo disattese, declinando lo scontro. Questa mancanza di rispetto perpetrata da ‘O Professore nei confronti del potente Malommo non passò inosservata: iniziò a serpeggiare, sia all’interno delle mura carcerarie che al di fuori, il discorso sul suo affronto a Malommo. Di conseguenza, la reputazione di Cutolo conobbe un’impennata significativa: figure preminenti della mafia e della ‘ndrangheta iniziarono a cercarlo per stabilire nuovi legami e favorire l’ascesa di una nuova entità criminale nella Campania.Si diffuse così, prima attraverso le celle di Poggioreale e poi con un’assemblea formale a Ottaviano, il progetto di una camorra rinnovata, unificata e potente, sotto la guida di un unico capo e dotata di una struttura organizzativa minuziosa. In questo contesto prese vita la Nuova Camorra Organizzata.

[2] Bibliografia essenziale: Percy Allum, Potere e società a Napoli nel dopoguerra, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1975.

Francesco Barbagallo, Il potere della camorra (1973-1998), Giulio Einaudi Editore, Torino, 1999.

Francesco Barbagallo, Storia della camorra, Editori Laterza, Bari, 2011.

Francesco De Rosa, Un’altra vita, Marco Tropea Editore, Milano, 2001.

Gigi Di Fiore, Potere camorrista, Alfredo Guida Editore, Napoli, 1997.

Gigi Di Fiore, La camorra e le sue storie. La criminalità organizzata a Napoli dalle origini alle ultime “guerre”, UTET Libreria, Torino, 2005.

Giuseppe Marrazzo, Il camorrista, Pironti Editore, Napoli, 1984.

Luca Rossi, Camorra: un mese a Ottaviano, il paese in cui la vita di un uomo non valenulla, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1983.

Isaia Sales, La camorra, le camorre, Editori Riuniti, Roma, 1988.

Luigi Gay, L’atteggiarsi delle associazioni mafiose sulla base delle esperienze processuali acquisite: la camorra, in Quaderni del CSM n. 99, 1996.

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