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Nel romanzo “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda, la giustizia è un tema centrale che viene esplorato attraverso una trama intricata e una rappresentazione vivida della società romana degli anni Trenta. La storia ruota attorno all’indagine dell’omicidio di Liliana Balducci e del furto di gioielli nella stessa via, eventi che sembrano collegati ma che si rivelano essere parte di un più ampio e complesso intreccio di corruzione, ipocrisia e degrado morale. Gadda utilizza una lingua ricca e sperimentale per descrivere un mondo in cui la giustizia è spesso elusiva e distorta dalle influenze sociali e politiche. Il commissario Ingravallo, incaricato delle indagini, rappresenta il tentativo, spesso frustrato, di fare chiarezza e di trovare la verità in un contesto di ambiguità e di inganni. La giustizia nel romanzo non è solo un problema legale, ma anche una questione etica e filosofica, che mette in discussione la possibilità stessa di raggiungere una vera e propria giustizia in una società così profondamente imperfetta.

“Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” è un romanzo scritto da Carlo Emilio Gadda, pubblicato per la prima volta nel 1957. Ambientato nella Roma degli anni ’20, durante il regime fascista, è considerato un capolavoro del giallo italiano, pur discostandosi dai canoni tradizionali del genere.

Il romanzo fu inizialmente pubblicato a puntate sulla rivista “Letteratura” nel 1946, ma la pubblicazione si interruppe dopo cinque puntate. L’opera, successivamente modificata e completata, venne pubblicata in volume nel 1957, segnando il successo definitivo di Gadda.

La trama è ambientata nella Roma fascista del 1927. Il commissario di polizia don Ciccio Ingravallo è incaricato di indagare su un furto di gioielli avvenuto al numero 219 di via Merulana, una strada popolare nel cuore di un vecchio quartiere romano. Nell’edificio dove avviene il furto abitano due amici del commissario, i coniugi Balducci, presso i quali don Ciccio è solito pranzare nei giorni festivi.

Per don Ciccio, Liliana Balducci rappresenta l’incarnazione della dolcezza e della purezza femminile. Un mattino, viene informato che Liliana è stata brutalmente assassinata nel suo appartamento al 219: il furto dei gioielli e l’omicidio sono opera della stessa persona? Gli indizi sono scarsi e le testimonianze contraddittorie. Il romanzo illustra l’odissea di don Ciccio e dei suoi uomini attraverso Roma e la sua periferia nel tentativo di scoprire la verità.

Nel corso delle indagini, emerge un’intera società: dagli alti funzionari alle prostitute, dall’aristocrazia al popolino di Roma. I sospetti si concentrano di volta in volta su un vecchio funzionario in pensione, sul giovane e affascinante nipote di Liliana, un “gigolò” incaricato di far visitare Roma alle turiste solitarie. Man mano che l’inchiesta procede emerge un nuovo volto di Liliana: non potendo avere il figlio desiderato, riversava il suo affetto frustrato sul nipote, tipico bellimbusto, e su orfane che faceva venire dalla campagna “adottandole” per un certo tempo, per colmarle di favori e farle poi sposare.

Delusa e truffata ogni volta, Liliana trovava nella religione la forza di ricominciare daccapo, col tacito accordo del marito, semplice “oggetto domestico” abituato a dividere la propria esistenza tra viaggi d’affari e la caccia. Le rivelazioni di una prostituta, Ines, portano sulle tracce di una sedicente lavandaia dei dintorni di Roma, Zamira Pacori, ex prostituta dei battaglioni d’Africa, e più esattamente ruffiana, strega e guaritrice. Al dito di una sua impiegata, il brigadiere Pestalozzi scopre uno dei topazi rubati in via Merulana. La pista si rivela buona e conduce Pestalozzi nella casa di un guardia-barriere della campagna romana, dove viene ritrovato il resto dei gioielli nascosto in un vaso da notte della nonna.

Nel frattempo, gli uomini di don Ciccio arrestano, al mercato di piazza Vittorio, un giovane venditore di porchetta, fratello del presunto assassino di Liliana. La rete si stringe: don Ciccio interroga Assunta, una delle ex protette di Liliana, al capezzale del padre morente. La ragazza nega qualsiasi complicità nel delitto. La verità sembra gradualmente affiorare, ma don Ciccio, di fronte alla splendida vitalità di Assunta, esita, come preso da rimorso. Il libro si chiude così, senza che l’intrigo giunga a un vero e proprio epilogo.

«No, nun so’ stata io!», l’esclamazione di Assuntina messa alle strette da don Ciccio Ingravallo, chiude l’ultima pagina del romanzo. Attraverso l’analisi del linguaggio, è possibile scagionare sia Assuntina che gli altri indiziati. Chi è quindi l’assassino di Liliana Balducci? E come si conclude il romanzo? In più di un’occasione, Gadda ha parlato di un seguito del romanzo, il che ha portato molti critici a considerare “Quer pasticciaccio” come un’opera incompiuta.

Non è importante conoscere il nome dell’assassino, ma penetrare nel groviglio della realtà per scoprire la pluralità delle cause che presiedono alla costruzione e alla produzione di ogni evento. I colpevoli quando compiono il reato sono automi nella tragica e ineluttabile concatenazione di cause ed eventi esterni. Gadda sembra qui far proprio quello che egli chiama il riconoscimento dostoevskiano del gravame comune delle colpe: sì che la colpa di uno è la colpa di tutti.

Se questo principio rende per sempre inseparabili Bene e Male, Vittima e Carnefice, la conoscenza a cui si perviene è solo un drammatico svelamento: quella “cognizione del dolore” dalla cui ipoteca nessuno è libero o indenne.

Ingravallo ci viene dunque presentato più come uno scrittore-filosofo che come un poliziotto, e la sua indagine si dipana su un duplice piano: da un lato la ricerca empirica e sperimentale di un colpevole, e dall’altro “una (cripto-dostoevskijana) ricognizione/ricostruzione filosofico-letteraria”.

Conseguenza immediata di questa impostazione è la presenza di un doppio registro, filosofico e romanzesco, che rende la narrazione “aggrovigliata e convulsa”. L’analisi del linguaggio diventa, quindi, un importantissimo strumento per comprendere meglio questo groviglio: il linguaggio si configura come un vero e proprio tribunale in grado di designare i colpevoli e prosciogliere gli innocenti.

Nel contesto di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, l’apparato giudiziario non svolge il ruolo di difensore, bensì si configura come un aguzzino delle vittime dell’ingiustizia del mondo. Il balletto degli innocenti davanti all’inquisizione di uno dei commissari più integerrimi immaginabili evidenzia ancora una volta l’inconciliabilità tra i sistemi giudiziari e il concetto di giustizia.

La narrazione, che si frantuma in un grido di protesta contro il verdetto finale del commissario, non offre spazio a risposte; l’unica forma di giustizia concepibile è quella paradossale e autoinflitta da spiriti eccessivamente sensibili come la protagonista femminile del romanzo, Liliana Balducci, che si è quasi autoinflitta la morte per espiare le colpe del padre, profittatore di guerra. Il giallo consente unicamente una risoluzione.

Daniele Onori

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