Robert Louis Stevenson, con Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (1886), ha dato forma letteraria a una delle più profonde riflessioni sulla duplicità umana. L’opera, al di là della sua natura gotica e psicologica, si presta a un’analisi filosofica e giuridica che pone interrogativi sull’identità, sulla responsabilità morale e legale e sulla natura del male.

La Trama del Romanzo

La storia si sviluppa attorno alla figura del rispettabile dottor Henry Jekyll, un eminente scienziato londinese che, ossessionato dalla duplicità della natura umana, sviluppa una pozione in grado di separare la sua parte razionale e benevola da quella istintiva e malvagia. Attraverso questa sostanza, Jekyll si trasforma periodicamente in Edward Hyde, una creatura deforme e priva di scrupoli morali che si abbandona a istinti violenti e criminali.

Col tempo, Hyde prende sempre più il sopravvento, commettendo atti atroci, tra cui l’omicidio di Sir Danvers Carew, un rispettato membro del parlamento. Con il passare dei giorni, Jekyll si rende conto che il suo lato oscuro non è più controllabile: le trasformazioni avvengono spontaneamente e senza bisogno della pozione. Consapevole della sua condanna, decide di porre fine alla propria esistenza, lasciando una confessione scritta che verrà scoperta dal suo amico, il legale Gabriel John Utterson, che per tutto il romanzo ha cercato di comprendere il mistero di Hyde.

Il Doppio tra Filosofia e Diritto

Il tema del doppio attraversa la storia della filosofia sin dall’antichità. Platone, nella sua concezione dell’anima tripartita (Repubblica, IV), distingue tra razionalità e impulsi irrazionali, una divisione che riecheggia nella dicotomia tra Jekyll e Hyde. Aristotele, nel suo Etica Nicomachea, analizza la lotta tra virtù e vizio, suggerendo che l’uomo possa scegliere tra la moderazione e l’eccesso, proprio come Jekyll cerca di separare il bene dal male, fallendo nel suo intento.

In epoca moderna, pensatori come Kant e Freud hanno approfondito la tensione tra morale e desiderio: il primo con l’idea dell’imperativo categorico che impone la legge morale, il secondo con il modello dell’Io, Es e Super-Io, che ben si adatta alla trasformazione di Jekyll in Hyde. Anche Nietzsche, con il concetto di apollineo e dionisiaco, offre una chiave di lettura del romanzo: Jekyll rappresenta l’ordine e la razionalità apollinea, mentre Hyde incarna la forza distruttiva e caotica dell’elemento dionisiaco.

Dal punto di vista giuridico, la metamorfosi di Jekyll in Hyde solleva questioni sulla responsabilità personale e sull’imputabilità. Se Jekyll e Hyde sono due entità distinte, chi deve rispondere degli atti criminali commessi? Il diritto moderno riconosce il principio della capacità di intendere e di volere: un individuo che crea volontariamente una sua versione malvagia resta comunque responsabile dei suoi crimini.

La giustizia non può scindere l’identità personale come fa la scienza del dottor Jekyll. Il romanzo anticipa così alcuni dilemmi della moderna psicologia forense e della criminologia, che si interrogano sui disturbi dissociativi e sulla loro rilevanza giuridica. Se la scissione della personalità è patologica e involontaria, allora l’imputabilità potrebbe essere ridotta, ma nel caso di Jekyll la trasformazione è deliberata, il che pone un dilemma ancora più complesso. La separazione che Jekyll cerca di realizzare attraverso la chimica, nel tentativo di dissociare la parte razionale e moralmente accettabile di sé da quella più oscura e distruttiva, finisce per dimostrare che tale divisione non è solo impraticabile, ma anche autodistruttiva. Questo è un elemento centrale del romanzo e si lega strettamente alla concezione della dualità della natura umana che emerge attraverso il contrasto tra Jekyll e Hyde.

La separazione della moralità dalla pulsione distruttiva

L’idea di separare la moralità dalla pulsione distruttiva si può vedere come il tentativo di liberarsi di una parte di sé considerata immorale e negativa, in modo da permettere una condotta “rispettabile” nella società. Tuttavia, questo tentativo di scissione finisce per annullare l’equilibrio che è necessario per il mantenimento della convivenza sociale. Il personaggio di Hyde, che emerge in modo incontrollato, simboleggia proprio l’assenza di qualsiasi limite giuridico ed etico, un’entità che sfugge alla razionalità e al controllo, e che rivela, in ultima analisi, la pericolosità di voler separare ciò che, per l’essere umano, è intrinsecamente unito. In altre parole, la repressione di una parte di sé porta inevitabilmente al suo ritorno in modo incontrollato e distruttivo.

Il diritto come limite

In questo contesto, il diritto emerge come il meccanismo per contenere gli istinti più oscuri dell’essere umano. La legge, che dovrebbe regolare il comportamento dei cittadini, non è solo un insieme di norme formali, ma anche un baluardo contro la discesa nella barbarie. La violazione delle leggi e l’anarchia che Hyde incarna, infatti, non sono solo il riflesso della sua violenza, ma anche l’inevitabile risultato di un tentativo di vivere senza alcuna limitazione giuridica o morale. L’ascesa di Hyde e la sua dominanza sulla personalità di Jekyll suggeriscono che la separazione tra bene e male, come tentata da Jekyll, non è praticabile se non a costo della propria autodistruzione, mettendo in luce l’importanza della legge come forma di ordine. È il diritto che, per poter prevenire il male, deve integrarsi con la realtà della natura umana, inclusa la sua oscurità.

La critica al positivismo scientifico

Inoltre, il romanzo offre una critica implicita al positivismo scientifico dell’epoca, che vedeva la scienza come uno strumento in grado di risolvere ogni problema umano senza considerare le implicazioni morali e giuridiche. L’idea che il progresso scientifico possa emancipare l’uomo da limiti morali o giuridici è, in questo caso, confutata dalla tragica esperienza di Jekyll, che credeva di poter isolare il male dalla sua persona grazie alla scienza, ma che, alla fine, si rende conto che l’aspetto distruttivo non può essere tanto facilmente “eliminato”. La scienza, quindi, non è una panacea per tutti i mali, e l’opera di Stevenson sembra suggerire che ci siano elementi della natura umana che sfuggono al controllo scientifico e che, invece, necessitano di una gestione più integrata e consapevole.

Le teorie contrattualiste di Hobbes e Rousseau

Il romanzo può essere anche letto alla luce delle teorie contrattualiste di Hobbes e Rousseau. Hobbes, nella sua visione dell’essere umano come fondamentalmente egoista e violento, sosteneva che solo un potere assoluto, incarnato dal “Leviatano”, potesse mantenere l’ordine e prevenire la discesa nell’anarchia. La visione di Rousseau, invece, in cui l’individuo è visto come fondamentalmente buono ma corrotto dalla società, offre un altro lato della medaglia, suggerendo che l’uomo, nella sua purezza originaria, non sarebbe intrinsecamente violento, ma la società lo corrompe.

Nel caso di Jekyll e Hyde, possiamo vedere una rappresentazione di queste due visioni. Jekyll, con la sua adesione alle norme sociali e morali, rappresenta l’ordine e la civilizzazione (simile al Leviatano di Hobbes). Hyde, al contrario, rappresenta l’istinto primordiale e l’assenza di ogni tipo di controllo, un “ritorno alla natura” che Hobbes temeva e Rousseau, pur ammettendo, avrebbe considerato come una corruzione della purezza originale. Tuttavia, la conclusione del romanzo sembra suggerire che non esista una separazione netta tra queste due dimensioni: il tentativo di Jekyll di separare il suo essere in due entità distinte si rivela fallimentare e autodistruttivo. In questo senso, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde non solo sfida le teorie filosofiche contrattualiste, ma anche l’idea che l’essere umano possa essere “purificato” dalla società o dal progresso scientifico. La separazione tra le due nature dell’individuo è impossibile, e ogni tentativo di farlo porta solo a caos e autodistruzione.

Il Male come Responsabilità Individuale

Se il male è una parte ineliminabile della natura umana, come dimostrato dalla parabola di Jekyll e Hyde, qual è il ruolo del diritto nel contenerlo? La legislazione moderna si fonda sul principio che l’individuo sia responsabile delle proprie azioni, ma il caso di Jekyll introduce un elemento perturbante: e se l’identità personale non fosse unitaria? Se l’identità fosse una costruzione fluida e mutevole, la responsabilità giuridica perderebbe il suo ancoraggio ontologico?

Nel romanzo, Hyde non è un semplice alter ego, ma una parte inalienabile di Jekyll. L’esistenza di un lato oscuro, per quanto represso, non può essere negata. Di fronte a ciò, la legge può solo riaffermare la sua funzione regolatrice: non importa quanti volti possa avere un individuo, le sue azioni restano giuridicamente rilevanti.

Questa riflessione porta inevitabilmente a considerare le implicazioni del dibattito contemporaneo sull’imputabilità nei casi di infermità mentale e sulle teorie neuroscientifiche dell’identità. Se il comportamento umano è il risultato di dinamiche neurobiologiche e condizionamenti sociali, fino a che punto la legge può ritenere un individuo pienamente responsabile? La figura di Hyde, come manifestazione del lato più istintivo e primordiale, potrebbe essere assimilata alla concezione di un soggetto privo di libero arbitrio, dominato da pulsioni irrefrenabili.

Inoltre, la trasformazione di Jekyll in Hyde suggerisce un ulteriore quesito: il diritto deve limitarsi a punire il male dopo che è stato commesso, oppure ha il compito di prevenirne l’emersione? Le moderne teorie della prevenzione criminologica si basano proprio sull’idea che il comportamento deviante possa essere anticipato e arginato prima che sfoci in atti illegali. Hyde, lasciato libero di agire senza freni morali, rappresenta ciò che accade quando il controllo sociale e giuridico viene meno.

In ultima analisi, il caso di Jekyll e Hyde mette in discussione il fondamento stesso della responsabilità individuale. Se ogni uomo è il teatro di una lotta interiore tra bene e male, allora il diritto non deve solo sanzionare, ma anche comprendere e regolamentare la complessità dell’animo umano, trovando un equilibrio tra giustizia retributiva e approcci riformisti.

Conclusione

L’opera di Stevenson, con il suo inquietante scenario di trasformazione e autodistruzione, è un monito ancora attuale. Il diritto e la filosofia morale devono affrontare il problema della responsabilità individuale in un mondo in cui l’identità è sempre più frammentata. Il caso di Jekyll e Hyde dimostra che non si può scindere la legge morale dalla legge giuridica senza generare mostri. L’illusione di poter separare il bene dal male si rivela una condanna: Hyde non è altro che la parte di Jekyll a cui è stato concesso il potere di esistere senza freni, e il prezzo di questa libertà assoluta è la dissoluzione del soggetto stesso. La lezione giuridica e filosofica che ne emerge è chiara: l’uomo non può sfuggire alla propria responsabilità, così come non può rinnegare la propria natura complessa e contraddittoria.

Daniele Onori

Bibliografia:

Immanuel Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, Laterza, 2006.

Sigmund Freud, Il disagio della civiltà, Bollati Boringhieri, 2010.

Giorgio Agamben, Homo Sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, 1995.

Hans Kelsen, Teoria pura del diritto, Einaudi, 1990.

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