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Il contributo inquadra i doveri di segretezza e riservatezza dell’avvocato, tratteggiandone in termini generali i contenuti e, attraverso richiami alla giurisprudenza del Consiglio Nazionale Forense, approfondisce più specificamente i tratti di quel riserbo che è richiesto all’avvocato e che resta ancor oggi un argine contro la banalizzazione dell’esperienza giudiziaria e, in ultima istanza, della Giustizia.

1. L’art. 13 del Codice deontologico forense (rubricato: “Dovere di segretezza e riservatezza”) prevede che: «l’avvocato è tenuto, nell’interesse del cliente e della parte assistita, alla rigorosa osservanza del segreto professionale e al massimo riserbo su fatti e circostanze in qualsiasi modo apprese nell’attività di rappresentanza e assistenza in giudizio, nonché nello svolgimento dell’attività di consulenza legale e di assistenza stragiudiziale e comunque per ragioni professionali».

I precetti di cui all’art. 13 sono poi ancor meglio definiti nel successivo art. 28 (rubricato: “Riserbo e segreto professionale”): «1. È dovere, oltre che diritto, primario e fondamentale dell’avvocato mantenere il segreto e il massimo riserbo sull’attività prestata e su tutte le informazioni che gli siano fornite dal cliente e dalla parte assistita, nonché su quelle delle quali sia venuto a conoscenza in dipendenza del mandato.

2. L’obbligo del segreto va osservato anche quando il mandato sia stato adempiuto, comunque concluso, rinunciato o non accettato.

3. L’avvocato deve adoperarsi affinché il rispetto del segreto professionale e del massimo riserbo sia osservato anche da dipendenti, praticanti, consulenti e collaboratori, anche occasionali, in relazione a fatti e circostanze apprese nella loro qualità o per effetto dell’attività svolta.

4. È consentito all’avvocato derogare ai doveri di cui sopra qualora la divulgazione di quanto appreso sia necessaria:

a) per lo svolgimento dell’attività di difesa;

b) per impedire la commissione di un reato di particolare gravità;

c) per allegare circostanze di fatto in una controversia tra avvocato e cliente o parte assistita;

d) nell’ambito di una procedura disciplinare.

In ogni caso la divulgazione dovrà essere limitata a quanto strettamente necessario per il fine tutelato.

5. La violazione dei doveri di cui ai commi precedenti comporta l’applicazione della sanzione disciplinare della censura e, nei casi in cui la violazione attenga al segreto professionale, l’applicazione della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da uno a tre anni».

L’articolata disciplina della materia contenuta nell’art. 28 non esaurisce peraltro i richiami del Codice Deontologico Forense ai precetti in menzione, di cui rinveniamo traccia anche in altre norme, tra le quali l’art. 35, co. 1 (rubricato “Dovere di corretta informazione”: «l’avvocato che dà informazioni sulla propria attività professionale, quali che siano i mezzi utilizzati per rendere le stesse, deve rispettare i doveri di verità, correttezza, trasparenza, segretezza e riservatezza, facendo in ogni caso riferimento alla natura e ai limiti dell’obbligazione professionale») e l’art. 18 (rubricato “Doveri nei rapporti con gli organi di informazione”: «nei rapporti con gli organi di informazione l’avvocato deve ispirarsi a criteri di equilibrio e misura, nel rispetto dei doveri di discrezione e riservatezza; con il consenso della parte assistita, e nell’esclusivo interesse di quest’ultima, può fornire agli organi di informazione notizie purché non coperte dal segreto di indagine»).

Come rilevabile prima facie dall’elencazione che precede, riservatezza e segretezza sono termini centrali nell’esercizio della professione forense, ove se ne rinvengono molteplici declinazioni.

Infatti, «si è affermato (CNF 23 luglio 2013, n.130) che la deontologia forense ha uno dei suoi pilastri fondamentali nella tutela della riservatezza del rapporto avvocato-cliente che impone al primo il vincolo di tenere riservata la stessa esistenza del mandato, con particolare riguardo alla trattazione/esternazione dell’oggetto del mandato difensivo. E ciò in quanto lo studio professionale deve garantire la riservatezza del cliente, quale esplicazione del decoro e della dignità che la funzione sociale della professione impone (CNF 2 marzo 2012, n. 39; CNF 13 marzo 2013, n. 37).

Anche la Suprema Corte (Cass. Civ., Sez. Unite, 11 dicembre 2007, n. 25816) ha affermato che la rivelazione di notizie relative ad una controversia in corso da parte di un avvocato che vi svolge il patrocinio, è di per sé lesiva dell’interesse di ciascuna delle parti alla non pubblicizzazione delle vicende giudiziarie che le riguardano, indipendentemente dal fatto che nella specie una di esse non se ne sia lamentata, costituendo condotta idonea a pregiudicare la dignità della professione e l’immagine dell’intera classe forense»[1].

Il terreno d’elezione nel quale il tema qui affrontato viene in questione è quello del rapporto tra il professionista e gli organi di informazione e comunicazione, nell’ambito del quale il contegno dell’avvocato dovrebbe ispirarsi a quei criteri di equilibrio e misura, purtroppo non sempre sono rispettati[2].

2. Con giurisprudenza univoca il Consiglio Nazionale Forense ha definito gli elementi attraverso cui si integra l’illecito disciplinare: «il professionista è tenuto a mantenere il segreto ed il massimo riserbo sull’attività prestata e su tutte le informazioni che gli siano fornite dal cliente e dalla parte assistita, nonché su quelle delle quali sia venuto a conoscenza in dipendenza del mandato. Elementi del relativo illecito disciplinare sono quindi, da un lato, l’esistenza di un mandato professionale tra cliente e professionista e, dall’altro, che le notizie siano state riferite dal proprio assistito in funzione del mandato ricevuto» (Consiglio Nazionale Forense, sentenza n. 227 del 20 novembre 2020; conforme Consiglio Nazionale Forense, sentenza n. 60 del 16 luglio 2019).

3. Poste le necessarie distinzioni di contenuto tra i due doveri in menzione,  e tralasciando ora il tema del segreto professionale (la cui rilevanza va oltre i profili strettamente deontologici e impone una autonoma trattazione), è interessante notare come il dovere di riservatezza condizioni anche la c.d. “logistica” dello studio professionale, che «deve garantire la riservatezza del cliente, quale esplicazione del decoro e della dignità che la funzione sociale della professione impone, sicché, qualora l’ufficio si trovi a pian terreno sul fronte strada, porte e finestre devono essere schermati o riparati dalla vista dei passanti» (così  Consiglio Nazionale Forense, sentenza del 13 marzo 2013, n. 37).

Nello stesso senso anche Consiglio Nazionale Forense, sentenza del 2 marzo 2012, n. 39, ove si é anche precisato che tale riservatezza non è rinunciabile da parte del cliente (che, riconoscendo ictu oculi lo stato dei luoghi come “meno riservati”, scegliesse comunque di affidarsi a quel professionista), giacché il relativo dovere è posto a carico dell’avvocato a tutela dell’interesse pubblico, in quanto anche la riservatezza nei rapporti fra cliente e professionista garantisce lo svolgersi dell’attività di assistenza e consulenza legale nell’ottica dell’attuazione dell’ordinamento; pertanto, «così come è inibito all’avvocato rivelare i nomi dei propri clienti (art. 17 CDF), non è per costui neppure possibile esporli in vetrina».

Altro ambito di operatività delle norme in commento è quello che interseca i profili concernenti il pagamento del compenso al professionista: commette, infatti, illecito disciplinare l’avvocato che intaschi il denaro corrispostogli dal cliente senza la dovuta riservatezza ovvero con modalità non consone allo stile e al decoro della professione (in tal senso, Consiglio Nazionale Forense, sentenza del 20 aprile 2012, n. 57, ove oggetto di indagine era la condotta di un avvocato che aveva incassato il denaro per strada davanti al Tribunale).

In tale ambito si è pronunciato anche Consiglio Nazionale Forense, sentenza n. 37 del 25 febbraio 2020, secondo cui «il rapporto tra professionista e cliente è caratterizzato dal dovere di segretezza e riservatezza nonché dalla puntuale osservanza dei principi deontologici tra i quali la lealtà e la correttezza, sicché costituisce illecito disciplinare il comportamento dell’avvocato che riveli l’insolvenza del proprio cliente a terzi, di cui il cliente stesso abbia una qualche soggezione, affinché facciano pressione per il pagamento del suo compenso professionale»: il caso era quello di un avvocato che aveva scritto al superiore gerarchico del proprio ex cliente (un sottoufficiale dell’esercito) che non aveva onorato una sua parcella.

Più in generale, il professionista deve tenere a mente che il dovere di segretezza e riservatezza non cessa alla conclusione dell’incarico ma persiste anche dopo la conclusione dello stesso (così Consiglio Nazionale Forense, sentenza n. 37 del 25 febbraio 2020 e Consiglio Nazionale Forense, sentenza n. 227 del 20 novembre 2020).

Una puntualizzazione più volte posta dal Consiglio Nazionale Forense riguarda, poi, altro aspetto significativo: «il dovere di riservatezza dell’avvocato (art. 28 cdf) è posto esclusivamente a tutela della sfera privata del cliente o parte assistita e non anche di quella della controparte» (Consiglio Nazionale Forense, sentenza n. 2 del 14 gennaio 2020). Un principio, questo, già espresso anche da Consiglio Nazionale Forense, sentenza del 10 giugno 2014, n. 84, ove era stato trattato il caso di un avvocato sanzionato dall’ordine di appartenenza perché, in una controversia avente ad oggetto una separazione tra coniugi, aveva inviato una comunicazione “riservata-personale” al fax di studio della controparte, che nel caso di specie era avvocato in proprio; la conseguenza era stata che i collaboratori dello studio del destinatario avevano potuto prendere visione del fax stesso.

Il Consiglio Nazionale Forense, in applicazione del principio ora esposto, aveva cassato la decisione disciplinare, affermando che la condotta del mittente era da ritenersi esente da responsabilità disciplinare: «in generale, si osserva che la giurisprudenza relativa al predetto dovere attiene prevalentemente alle fattispecie di cui all’art. 9 (Dovere di segretezza e riservatezza), 18 (Rapporti con la stampa) e 28 (Divieto di produrre la corrispondenza scambiata con il collega), sempre però con riferimento al rapporto tra professionista e cliente, e alle informazioni assunte in costanza di mandato, o al rapporto tra colleghi relativo alla produzione di corrispondenza in giudizio. Tale giurisprudenza non è applicabile al caso di specie».

4. Per concludere, la giurisprudenza richiamata, come peraltro l’attenta lettura dell’art. 28 del Codice Deontologico, sembrano tratteggiare nell’ambito in discorso la figura di un professionista necessariamente equilibrato, cui è affidato il compito di non divulgare le notizie relative ai casi giudiziari di cui si va di volta in volta occupando, se non nei limiti di quanto previsto dal comma 4 del menzionato art. 28. Questo modello resta valido ancor oggi, nonostante le platee (anche virtuali) potenzialmente interessare a fagocitare informazioni – trasformandole in (a volte false) notizie – si siano decisamente moltiplicate.

Tuttavia, al difensore non può e non deve sfuggire che spesso dentro le carte di un processo è chiusa la vita delle persone, la loro sofferenza (soprattutto per quanto attiene a determinate tipologie di contenziosi); la riservatezza imposta dal Codice Deontologico è allora un argine contro la banalizzazione della Giustizia e un richiamo al suo significato più profondo, come esperienza per sua natura straordinaria, che la parte ha diritto di veder gestita con riserbo, anche in ragione del potenziale lesivo che può derivare dalla diffusione di determinate informazioni.

Angelo Salvi


[1] L. Carbone, Il dovere di riservatezza dell’avvocato riguarda il cliente e non la controparte, in Il Quotidiano Giuridico del 2 marzo 2015.

[2] Se è vero che le istituzioni forensi sono dovute intervenire con espliciti richiami, come nel caso della Camera Penale di Bolzano: https://www.camerapenale.bz.it/assets/Uploads/Rapporti-con-la-stampa-DEFINITIVO.pdf.

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