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Con una serie di atti amministrativi adottati nel mese di febbraio 2024 (la d.g.r. n. 194/2024, la determina direttoriale n. 2596/2024 e la d.g.r. n. 333/2024), la Regione Emilia-Romagna ha inteso disciplinare il percorso finalizzato a realizzare il suicidio medicalmente assistito.

Tali fonti secondarie muovono dall’errato presupposto di voler attuare i principi espressi dalla sentenza della Corte costituzionale n. 242/2019, commettendo già in partenza due errori di fondo:

1) innanzitutto, dalla menzionata decisione non si ricava un diritto a prestazione del Servizio Sanitario Nazionale e men che meno un diritto a morire, ma si individua esclusivamente un’area di non punibilità subordinata al ricorrere di determinate condizioni, affermando, piuttosto, la necessità di tutelare il diritto alla vita. Tale assunto è testualmente confermato nella parte in cui la Corte costituzionale statuisce che “dall’art. 2 Cost. – non diversamente che dall’art. 2 CEDU – discende il dovere dello Stato di tutelare la vita di ogni individuo: non quello – diametralmente opposto – di riconoscere all’individuo la possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire” (più recentemente, si rinvia anche alla sentenza n. 50/2022);

2) va da sé che, in mancanza di una disciplina da parte del legislatore nazionale, un intervento regionale (legislativo e tantomeno amministrativo) non sarebbe ammissibile nemmeno sulla scorta di una presunta inerzia del Parlamento, dato che la scelta di disciplinare la materia rientra nella discrezionalità e nell’esclusiva disponibilità di quest’ultimo.

Al di là di tutte le possibili questioni attinenti al merito di una regolazione del suicidio medicalmente assistito (da ultimo, si richiama la ferma condanna espressa dalla Conferenza Episcopale della Regione Emilia-Romagna in data 1 marzo 2024), gli atti amministrativi di cui si discute sono illegittimi, poiché invadono la sfera di competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di “ordinamento civile e penale” (art. 117, co. 2, lett. l), Cost.) e in materia di “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” (art. 117, co. 2, lett. l), Cost.).

La disciplina del suicidio medicalmente assistito, avendo ad oggetto atti di disposizione del corpo (cfr. art. 5 cod. civ.), incide sull’ordinamento civile, in quanto concerne aspetti essenziali dell’identità e dell’integrità della persona e richiede, pertanto, che vi sia “uniformità di trattamento sul territorio nazionale, per ragioni imperative di eguaglianza, ratio ultima della riserva allo Stato della competenza legislativa esclusiva in materia di ordinamento civile” (così Corte cost., n. 262/2016, in materia di disposizioni anticipate di trattamento sanitario). La mancanza di una normativa nazionale, infatti, “non vale a giustificare in alcun modo l’interferenza della legislazione regionale in una materia affidata in via esclusiva alla competenza dello Stato” (Corte cost., n. 262/2016 cit.; ma cfr. anche Corte cost., n. 92/2023).

Diversamente opinando, ciascun Consiglio regionale (o, peggio ancora, come nel caso di specie, ogni Giunta regionale) potrebbe interpretare a proprio modo le indicazioni della Corte costituzionale, con ripercussioni inevitabili sui principi costituzionali di uguaglianza, di pari dignità sociale e sulla tenuta dello stesso sistema costituzionale.

Inoltre, la normativa in oggetto, precisando ruoli, procedure e tempi di attuazione del suicidio medicalmente assistito, tocca l’applicazione di una norma penale, l’art. 580 cod. pen. e impatta, dunque, sull’ordinamento penale, materia di potestà esclusiva dello Stato, come tale sottratta a qualsiasi forma d’intervento regionale. Invero, stabilire che in una Regione non costituisce reato un comportamento che, magari, ne integrerebbe gli estremi in un’altra, significherebbe applicare una logica federale in uno Stato regionale, sovvertendo financo il tipo di Stato italiano, a Costituzione invariata.

Infine, i provvedimenti in questione intervengono in un quadro normativo nazionale totalmente privo dei necessari livelli essenziali delle prestazioni, violando così (anche) la competenza esclusiva-trasversale statale di cui all’art. 117, co. 2, lett. m), Cost., che fa riferimento a un complesso di diritti che si ritiene non possano essere recessivi, nel loro contenuto essenziale, rispetto a scelte normative regionali, poiché idonei a esprimere l’identità stessa dello Stato democratico. Il fine vita richiede inevitabilmente una disciplina uniforme sul territorio nazionale, poiché concerne prestazioni idonee addirittura a interrompere l’esistenza umana, rispetto alle quali differenziazioni territoriali sarebbero inammissibili.

Per questa ragione, tra l’altro, a fronte di un’ipotetica inerzia del legislatore centrale, non si potrebbe nemmeno invocare l’applicazione del principio di cedevolezza normativa, non potendo quest’ultima applicarsi “in ordine a profili che attengano alla competenza esclusiva del legislatore statale” (Corte cost., n. 1/2019).

Da ultimo, non sembra che la materia in oggetto possa farsi rientrare nella competenza concorrente tra Stato e Regioni sulla “tutela della salute”: ragioni di buon senso – prima ancora che giuridiche – dovrebbero, infatti, indurre “testualmente” a escludere che una procedura medicalizzata che porta velocemente alla morte possa ricadere nella materia de qua. Affermare il contrario sarebbe a dir poco paradossale.

In ogni caso, anche nell’ipotesi in cui si ravvisasse una competenza concorrente, le Regioni non potrebbero comunque intervenire, mancando una legge quadro statale. A costo di essere banali, deve ricordarsi che la sentenza della Corte costituzionale n. 242/2019, da un lato non può essere invocata alla stregua di una legge del Parlamento, né tanto meno come “fonte” idonea a dettare principi fondamentali di qualsivoglia natura. Diversamente opinando, il Parlamento verrebbe spogliato della funzione legislativa, con conseguenze intuibili sul sistema democratico.

In conclusione, i provvedimenti regionali impugnati costituiscono una “fuga in avanti” totalmente illegittima che, se non tempestivamente arginata, sarà oggetto di ulteriori normative da parte di altre Regioni, ciascuna con le proprie peculiarità, contribuendo allo sviluppo di un “turismo della morte” francamente inaccettabile, prima ancora che illegittimo, in un ordinamento che non aiuta a morire, ma tutela la vita.

Alessandro Candido

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