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Lo scorso 4 marzo l’avv. Prof. Alessandro Candido ha illustrato le ragioni sul piano costituzionale per cui si ritengono assunti in carenza di potere gli atti amministrativi della Regione Emilia-Romagna adottati nel mese di febbraio 2024 (dgr 194/24, determina direttoriale n. 2596/2024, dgr 333/24), con cui è stato introdotto un surrettizio e illecito obbligo del proprio Servizio Sanitario Regionale per prestare assistenza medica al suicidio di persone malate[1]. Nel percorso delineato dall’Amministrazione emiliano-romagnola, vi è anche l’aver attribuito la verifica dei requisiti previsti dalla sentenza della Corte costituzionale n. 242/2019[2] – in presenza dei quali un simile “aiuto” non diviene, eccezionalmente, reato ai sensi dell’art. 580 c.p.- a un Comitato per l’Etica Clinica (CEC, nella fattispecie COREC), nonché a una “Commissione di Area Vasta”, entrambi di nuovo conio, composti dall’Amministrazione regionale a proprio piacimento.

Si tratta di organi che non hanno fondamento in alcuna norma di legge, che tradiscono le indicazioni del citato arresto della Consulta, che concorrono a una incostituzionale disomogeneità rispetto a primari “valori in gioco” (Corte cost. n. 242/2019, cit.), che ignorano l’unica normativa positiva in materia e che comunque dimenticano essenziali tutele per i malati specie nell’utilizzo dei medicinali.

C.E, C.E.T., C.E.L., CEC: la (solita) caotica situazione italiana, ma con una sola normativa rilevante

La materia dei Comitati Etici in Italia non propone certamente un esempio di assetto normativo di immediata percezione, ma quel che è altrettanto certo è che, seppur in presenza di diverse funzioni, l’unica disciplina nazionale esistente è quella riferibile ai Comitati Etici-C.E., divenuti gli  attuali “Comitati Etici Territoriali” (CET) ovvero, residualmente, i “Comitati Etici Locali” (CEL), prioritariamente finalizzati alla sperimentazione sui medicinali e alla vigilanza sui presidi sanitari, che, in ogni caso, non sono i “Comitati per l’assistenza nella clinica” (CEC) pretesi dall’Amministrazione Emiliano-romagnola, i quali rappresentano, invece, organi, privi di competenze farmacologiche, voluti autonomamente solo da alcune regioni nell’ambito di una propria capacità organizzativa.

Secondo la letteratura scientifica sono due le principali funzioni che possono incombere su organi preposti alle questioni bioetiche in campo sanitario, l’una per la sperimentazione farmacologica, nonché le indagini sui dispositivi medici e l’altra per l’assistenza etica nella clinica[3].  Storicamente, dette due funzioni sono state svolte dalla stessa tipologia di organi consultivi ovvero dai Comitati Etici, strutturalmente vocati, persino sotto il profilo della composizione, alle incombenze per la sperimentazione farmacologica, ai quali sono state via via assommate, se del caso, anche ulteriori valutazioni di carattere etico su casi di pratica clinica riconducibili alle attività assistenziali normativamente attribuite al Servizio Sanitario[4]. In effetti, la disciplina positiva italiana (cfr. “Decreto Balduzzi” e poi “Legge Lorenzin”) ha sempre costituito, con omogeneità di composizione e di funzioni sull’intero territorio nazionale, Comitati Etici (C.E.), con una matrice principalmente finalizzata alla sperimentazione farmacologica e alle verifiche su presidi sanitari, tuttavia prevedendo, come si è detto, che gli stessi potessero all’occorrenza svolgere funzioni residuali anche appartenenti all’area dell’assistenza clinica. Invece, nessuna normativa nazionale è mai intervenuta, né esiste per avviare, sul territorio nazionale, una separata tipologia di Comitati per l’Etica nella clinica (CEC) che abbiano una omogeneità di funzioni e di composizione. Si registrano, piuttosto, solo alcune sporadiche e saltuarie iniziative di singole regioni che hanno istituito -peraltro con mere delibere di Giunta- dei CEC per un supporto alle funzioni di “pratica clinica” e di “assistenza”, che -si badi bene- devono essere già state attribuite dall’ordinamento positivo alla competenza regionale[5]. Tuttavia, come si è visto anche nel precedente commento di Alessandro Candido[6], non vi è alcuna prestazione sanitaria (LEP o LEA) nella disciplina di settore che introduca un obbligo di assistenza attribuito alle Regioni per favorire la morte di un paziente, cui possa essere ancillare un comitato di mera derivazione regionale. E ciò appare a tal punto irrefutabile, che nella stessa delibera emiliano-romagnola n. 333/2024 si ammette come sia la stessa Corte costituzionale a osservare che “La legislazione oggi in vigore non consente … al medico di mettere a disposizione del paziente che versa nelle condizioni sopra descritte trattamenti diretti, non già ad eliminare le sue sofferenze, ma a determinarne la morte”, altresì escludendo la presenza di un obbligo di prestazione in tal senso.

Né può dubitarsi che qualsiasi attribuzione di funzioni innovative a organi consultivi di nuovo conio avrebbe necessità di quell’intervento del “legislatore” auspicato dal CNB nel 2017 in materia di Comitati per l’Etica nella Clinica, vocati a funzioni diverse dalla sperimentazione farmacologica, atteso che -ovviamente- non può eludersi il comma 2 dell’art. 97 Cost., secondo cui “i pubblici uffici sono organizzati secondi disposizioni di legge”. Detta disposizione costituzionale, infatti, “affida al legislatore il compito di organizzare i pubblici uffici in modo che siano garantiti il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione” (Corte costituzionale, 16 dicembre 2016, n. 276), in essa trovandosi “concentrati i princìpi fondamentali a cui l’azione amministrativa ha il dovere di conformarsi: il principio di legalità, il principio del buon andamento e il principio di imparzialità, cosicché non può dubitarsi che “è compito del legislatore fissare – almeno – i principi direttivi e i criteri” degli organi della P.A.[7].

Volendo, allora, dare brevemente conto della effettiva situazione della disciplina legislativa esistente in punto di Comitati Etici, il primo intervento legislativo in materia è tracciato dal decreto-legge 13 settembre 2012 n. 158 (c.d. “decreto Balduzzi”), convertito con modificazioni dalla legge 8 novembre 2012 n. 189, che all’art. 12, intitolato “procedure concernenti i medicinali”, espressamente richiamato dalla pronuncia della Corte costituzionale n 242/2019, ha previsto al comma 10 che a “ciascun comitato etico è attribuita una competenza territoriale di una o più province” (lett. a), indicando alle lettere successive quale funzione primaria l’intervento nelle sperimentazioni cliniche dei medicinali”. La lett. c) del comma 10 del citato art. 12 del DL 158/2012, precisa, poi, che “la competenza di ciascun Comitato può riguardare, oltre alle sperimentazioni cliniche dei medicinali, ogni altra questione sull’uso dei medicinali e dei dispositivi medici, sull’impiego di procedure chirurgiche e cliniche o relativa allo studio di prodotti alimentari sull’uomo generalmente rimessa, per prassi internazionale, alle valutazioni dei Comitati”. In attuazione del citato decreto-legge n. 158/2012, interveniva il decreto del Ministro della Salute 8 febbraio 2013, che, per assicurare la necessaria omogeneità dell’attività valutativa di tali organi, “stabilì i criteri operativi per l’istituzione dei Comitati etici medesimi da parte delle Regioni e delle Province autonome”, cosicché, “sulla base di tale Decreto, ciascuna Regione e Provincia autonoma adottò, negli anni 2013 e 2014, delibere istitutive dei Comitati etici operanti nel proprio territorio. I Comitati di istituzioni con valenza nazionale (Istituto Superiore di Sanità e Policlinico Militare del Celio) furono invece istituiti con appositi provvedimenti e scorporati dalla pianificazione regionale. Il nuovo assetto comportò una notevole riduzione nel numero dei Comitati etici: come attestano i dati dell’Osservatorio Nazionale sulla Sperimentazione Clinica dei Medicinali (OsSC) dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), nel 2012 esistevano in Italia 243 Comitati etici, mentre nel 2015 erano ridotti a” 90[8] [9].

A seguito del Regolamento CE 536/2014, sopraggiungeva un nuovo intervento legislativo di razionalizzazione e semplificazione di tali novanta Comitati territoriali per la sperimentazione farmacologica, in ottemperanza alla citata normativa comunitaria. In particolare, la legge 11 gennaio 2018 n. 3 (c.d. “legge Lorenzin”) prevedeva “un’ulteriore riduzione nel numero dei CE: in base all’art. 2, comma 7”, prescrivendo che, “entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge” (dunque, in teoria, entro 15 febbraio 2018 …), “con decreto del Ministro della Salute (…) «sono individuati i comitati etici territoriali fino a un numero massimo di quaranta» e, in base al comma 9, con decreto del Ministro della Salute, entro il medesimo termine «sono altresì individuati i comitati etici a valenza nazionale nel numero massimo di tre, di cui uno riservato alla sperimentazione in ambito pediatrico”. La mera prosa della normativa richiamata impedisce di rappresentare in discontinuità i previsti quaranta CET rispetto ai precedenti C.E. del Decreto Balduzzi, giacché il riferimento alla prevista riduzione fino a “40” opera proprio a partire dai Comitati voluti dal D.L. 158/2012, espressamente citato all’art. 2, comma 7, della stessa Legge Lorenzin, che altresì si riferisce ai precedenti organi preposti alla “sperimentazione” farmacologica, dunque mai a CEC regionali di mera assistenza nella clinica.

Gli obiettivi della 3/2018 sono stati attuati assai tardivamente, cioè con i quattro Decreti del Ministro della Salute, nn. 850, 851, 852 e 853 del gennaio 2023, che hanno provveduto, dopo l’intesa in Conferenza Stato Regioni dell’11 gennaio 2023, a disciplinare i molteplici aspetti necessari per una normativa omogenea sul territorio nazionale, a eccezione dello specifico tema della verifica dei requisiti per la scriminante penale introdotta dalla sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale.

In particolare, il DM 852 del 30 gennaio 2023 ha “ritenuto di dover provvedere alla individuazione dei comitati etici territoriali ai sensi del citato art. 2, comma 7, della legge n. 3 del 2018” e, visto che il DM 851/23 aveva provveduto a disciplinare i Comitati Etici Nazionali, la nomenclatura scelta dalla prosa della decretazione ministeriale (cfr. art. 1, comma 3, DM 852/23 cit.) per gli organi presenti nel territorio ha allora chiamato i precedenti novanta Comitati Etici (C.E.) per la sperimentazione farmacologica di cui al DL 158/12, esistenti nelle Aziende Sanitarie,  “Comitati Etici Locali” (CEL), fra cui ne sono stati individuati, appunto, quaranta, come voluto dagli intenti di semplificazione e razionalizzazione della Legge Lorenzin, che hanno preso il nome di “Comitati Etici Territoriali” (CET). Dunque, gli originari novanta C.E. territoriali sono stati suddivisi in quaranta CET e cinquanta CEL residui, e ciò sempre all’interno della medesima tipologia di organi consultivi per la sperimentazione farmacologica discendente dal Decreto Balduzzi. Altresì, con Decreto n 853 del 30 gennaio 2023, lo stesso Ministro della salute, ancora in ottemperanza all’omogenea disciplina nazionale evocata, ha indicato, all’art. 3, la precisa griglia dei componenti per i CET, cui le regioni sono chiamate a uniformarsi nella concreta designazione dei membri di ciascun Comitato. I CET, perciò, sono, allo stato, gli unici Comitati Etici territoriali, organi del Servizio Sanitario Nazionale competenti in via esclusiva alla sperimentazione farmacologia e per i presidi sanitari, con modalità di funzionamento e composizione omogenee sull’intero territorio della Repubblica.

Sulle indicazioni della Corte costituzionale

Giova ora più diffusamente indugiare sui precisi contenuti della sentenza n. 242/2019 richiamata, che riguardano la scelta operata dal Giudice delle leggi ai fini di assegnare a organi competenti quelle valutazioni che discendono dai contenuti dispositivi della stessa pronuncia, la quale, nelle intenzioni del Collegio, avrebbe dovuto essere -come in effetti è- direttamente applicabile.

Da quanto sopra evidenziato, ben si può avere evidenza che, al momento della sentenza della Corte costituzionale n. 242/2019, il panorama della “vigilanza” bio-etica italiana vedeva sussistere i novanta Comitati territoriali per la sperimentazione farmacologica e per i presidi sanitari, di cui all’art. 12 del decreto-legge n. 158/2012 (Decreto Balduzzi), principalmente dedicati a funzioni consultive sui presidi sanitari e sulla sperimentazione farmacologica, ma con competenze possibili -benché solo residuali- anche su altre “procedure cliniche”[10],,  nonché alcuni sparsi comitati per l’etica nella clinica di mera derivazione regionale.

L’abbrivio della Corte costituzionale, nell’atipico tentativo di cui all’arresto n. 242/2019 di sostituirsi al decisore parlamentare, avvia le proprie mosse dalla constatazione di trovarsi in uno di quegli “ambiti, come quello penale, in cui è più impellente l’esigenza di assicurare una tutela effettiva dei diritti fondamentali”. Quindi, la Consulta ha posto fra le inderogabili premesse del proprio decidere il fatto che “la verifica delle condizioni che rendono legittimo l’aiuto al suicidio deve restare … affidata – in attesa della declinazione che potrà darne il legislatore – a strutture pubbliche del servizio sanitario nazionale. A queste ultime spetterà altresì verificare le relative modalità di esecuzione, le quali dovranno essere evidentemente tali da evitare abusi in danno di persone vulnerabili, da garantire la dignità del paziente e da evitare al medesimo sofferenze”.

La Corte costituzionale prosegue, poi, a svolgere le questioni poste in senso inequivocabile: “La delicatezza del valore in gioco richiede, inoltre, l’intervento di un organo collegiale terzo, munito delle adeguate competenze, il quale possa garantire la tutela delle situazioni di particolare vulnerabilità. Nelle more dell’intervento del legislatore, tale compito è affidato ai comitati etici territorialmente competenti. Tali comitati – quali organismi di consultazione e di riferimento per i problemi di natura etica che possano presentarsi nella pratica sanitaria – sono, infatti, investiti di funzioni consultive intese a garantire la tutela dei diritti e dei valori della persona in confronto alle sperimentazioni cliniche di medicinali o, amplius, all’uso di questi ultimi e dei dispositivi medici (art. 12, comma 10, lettera c, del d.l. n. 158 del 2012; art. 1 del decreto del Ministro della salute 8 febbraio 2013, recante «Criteri per la composizione e il funzionamento dei comitati etici»): funzioni che involgono specificamente la salvaguardia di soggetti vulnerabili e che si estendono anche al cosiddetto uso compassionevole di medicinali nei confronti di pazienti affetti da patologie per le quali non siano disponibili valide alternative terapeutiche (artt. 1 e 4 del decreto del Ministro della salute 7 settembre 2017, recante «Disciplina dell’uso terapeutico di medicinale sottoposto a sperimentazione clinica»)[i].

Pertanto, la “delicatezza del valore in gioco” e la necessità di “adeguate competenze” (anche) circa il complesso utilizzo di medicinali e presidi sanitari per scopi off label al fine di una adeguata “tutela dei diritti e dei valori della persona”, da esercitarsi in modo omogeneo sull’intero territorio “nazionale”, ha condotto la Consulta a individuare direttamente i Comitati Etici territoriali competenti (C.E.) di cui all’evocato D.L. n. 158/2012., cui -come si è visto- ha fatto seguito la legge n. 3/2018 (c.d. “legge Lorenzin”), recentemente attuata con i Decreti del Ministro della Salute 23A00850, 23A00851, 23A00852, 23A00853 del gennaio 2023. La Corte ha, cioè, ben presente che la drammatica scelta di cui si tratta implica sempre l’utilizzo (volontario!) di presidi sanitari e/o l’assunzione di medicinali per scopi diversi da quelli ordinari (off label), secondo protocolli che devono preventivamente essere vagliati da organi particolarmente competenti in tema farmacologico e per l’utilizzo di tali presidi, pena l’infliggere a detti soggetti ulteriori gravissime sofferenze.

Tali organi erano solo e soltanto i C.E., ora divenuti CET o, residualmente, CEL. È altrettanto evidente, peraltro, che la Consulta non oggettivamente in nessun modo considerato, benché in alcuni territori fossero esistenti, i Comitati etici per l’assistenza nella clinica istituiti da alcune regioni, che non hanno affatto una adeguata competenza circa l’utilizzo di presidi sanitari e farmaci off label.

In tal senso si dirige anche la risposta fornita dal CNB il 24 febbraio 2023 a uno specifico quesito formulato sul punto dal Ministero della Salute il 2 gennaio 2023, valorizzando, nel ragionare sugli essenziali profili bio-etici che vengono in rilievo, come non potrebbe accettarsi una divaricazione territoriale nella valutazione dei requisiti fissati dalla Consulta, quindi confermando la necessità che alla “verifica” de qua provvedano i CET, presenti in modo uniforme in aziende sanitarie di tutto il Paese, e dotati di specifiche competenze sui prioritari temi della sperimentazione farmacologica e dei presidi sanitari, pur ritenendo che le tematiche proprie dell’assistenza etica debbano condurre a una integrazione dell’organo secondo una dinamica “caso per caso[10].

L’attivazione dei CET, dunque, è l’unica scelta coerente con il precetto della Corte costituzionale. Se, infatti, la  stessa Consulta nel 2019 ha individuato i Comitati Etici competenti territorialmente per la sperimentazione farmacologica e per i presidi sanitari in ragione di inderogabili competenze di tal fatta, che in allora erano presenti ai sensi del DL 158/2018 (in quanto in allora la legge Lorenzin non era stata ancora attuata), dopo la razionalizzazione di tali organi praticata con i Decreti del gennaio 2023, detta stessa scelta conduce a individuare unicamente nei CET gli organi prescelti dalla Consulta stessa.

Sulla illegittima scelta in punto di organi di valutazione pretesa dall’Emilia-Romagna

Le delibere di giunta regionale dell’Emilia-Romagna n. 194 e 333 del 2024, nonché la determina direttoriale n. 2596/2024, ai fini della “verifica” che discende dalla sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale, prevedono -come detto- non solo l’illegittima acquisizione del parere del Comitato per l’etica nella clinica (COREC) istituito dalla dgr 194/24, ma persino anche una essenziale valutazione da parte di una “Commissione di Area Vasta”, costituita con la mera determina citata, composto di soli sette componenti, che non ha alcun riscontro nemmeno in “prassi” conosciute nell’esperienza della consulenza bioetica in Italia.

Con tali provvedimenti appaiono elusi non solo i canoni del principio di legalità di cui all’art. 97 della Costituzione, non solo l’intera richiamata normativa in punto di Comitati Etici, non solo i precetti in materia della sentenza 242/19 della Corte costituzionale, ma persino ogni minimale parametro di logicità e congruità rispetto alle esigenze di competenza professionale per le essenziali valutazioni sull’uso di farmaci off label che la questione sempre impone.

In sintesi, tutti gli atti avversati, nonostante le premesse degli stessi richiamino la sentenza della Corte costituzionale n. 242/2019, invece introducono, in punto di valutazione dei requisiti ivi previsti (e al netto dell’impossibilità di prevedere obblighi in capo al SSR di cui si è detto nei precedenti articoli), una violazione della medesima pronuncia, giacché né la “Commissione di area vasta”, né il COREC  sono “strutture pubbliche del servizio sanitario nazionale”, come invece pretende l’arresto costituzionale in commento.

Altresì, e riprendendo argomenti già svolti nel precedente articolo del prof. Alessandro Candido[11], una siffatta scelta, che affida le valutazioni sui suicidi assistiti a organi di mera derivazione regionale, introduce una strutturale differenziazione territoriale nell’applicazione dei canoni della sentenza costituzionale n. 242/2019. Ma, è notorio che in materia di prestazioni sanitarie è stata affermata dalla stessa Consulta “l’indefettibilità e la generalità di una disciplina uniforme su tutto il territorio nazionale collegate a specifiche prestazioni delle quali la normativa statale definisce il livello essenziale di erogazione, pur in un sistema caratterizzato da autonomia regionale e locale costituzionalmente garantite” (cfr. Corte costituzionale n. 72/2020).

Il tema trattato riguarda, peraltro, questioni che attengono a prestazioni che dovrebbero addirittura interrompere la vita, il che creerebbe un quadro di differenziazioni territoriali totalmente inaccettabile per l’ordinamento repubblicano, con la scolastica violazione degli artt. 3 (uguaglianza di trattamenti) e 117, lett. m) (livelli prestazioni essenziali) della Costituzione.

Non si può, poi, non richiamare la precipua ragione, per cui la Consulta ha preteso che intervenisse un “organo terzo” di derivazione nazionale per l’accertamento dei requisiti, in presenza dei quali scatterebbe l’eccezionale esenzione dal reato di aiuto al suicidio (art. 580 c.p.). La Corte costituzionale teme, cioè, che, altrimenti, “qualsiasi soggetto – anche non esercente una professione sanitaria – potrebbe lecitamente offrire, a casa propria o a domicilio, per spirito filantropico o a pagamento, assistenza al suicidio a pazienti che lo desiderino, senza alcun controllo ex ante sull’effettiva sussistenza, ad esempio, della loro capacità di autodeterminarsi, del carattere libero e informato della scelta da essi espressa e dell’irreversibilità della patologia da cui sono affetti”. Quindi, “mediante la procedura in questione [id est: il parere dei Comitati Etici Territoriali – CET] è … possibile accertare la capacità di autodeterminazione del paziente e il carattere libero e informato della scelta espressa”. Se, tuttavia, detto essenziale accertamento della “capacità libera e informata di agire” di una persona vulnerabile è lasciato a organismi, la cui composizione può variare da regione a regione, anche le relative valutazioni subiranno ampie oscillazioni. Ma se la “capacità di agire” sarà diversamente valutata su base territoriale, ciò significa che si darà luogo non solo a ineluttabili diversità di trattamento, ma anche che essa sconfinerà in un terreno tipicamente civilistico, quello -appunto- della “capacità di agire”, anch’esso affidato, invece, ai sensi dell’art. 117, comma 1, lett. l) Costituzione, all’esclusiva sfera del legislatore statale.

Né può dimenticarsi che, qualora le valutazioni della sentenza 242/19 della Consulta venissero lasciate a organi a totale derivazione regionale, anche il perimetro dell’esimente dal reato di cui all’art. 580 c.p. introdotta con la medesima pronuncia muterebbe sulla base di leve regionali, con ciò eludendo il fondamentale principio per cui la normativa in materia penale è appannaggio esclusivo dello Stato centrale.

Nemmeno si può negare, infine, che, se -come si ricorderà- la stessa Corte costituzionale ha ritenuto che una adeguata “competenza” sui delicatissimi e inevitabili profili in punto di utilizzo off label dei medicinali e dei presidi sanitari potesse essere assicurata solo dai CET/CEL, non v’è chi non veda come qualsiasi altro organo -che sia costituito senza detta preventivamente normata condizione di competenza- non può garantire una adeguata tutela per “evitare abusi in danno di persone vulnerabili” e per “garantire la dignità del paziente e … evitare al medesimo sofferenze” ulteriori[12].

Pertanto, i canoni sopra esposti fanno apparire, more geometrico, la radicale nullità ovvero, in subordine, la più ampia illegittimità delle scelte operate dalla Regione Emilia-Romagna con la delibera giuntale 194/2024 e dagli atti ad essa conseguenti, quali la determina 2596/24 e la successiva dgr 333/2024, anche nei passaggi in cui attribuiscono le valutazioni dei requisiti considerati dalla sentenza della Corte costituzionale n. 242/2019 a organi consultivi di mera derivazione regionale, privi di alcuna giustificazione normativa e palesemente incongrui rispetto a quell’essenziale “valore in gioco”, quale è la vita dei più “vulnerabili” (cfr. sentenza 242/2019).

Avv. Francesco Cavallo, foro di Lecce

Avv. Domenico Menorello, foro di Padova


[1] Alessandro Candido, Il “fine vita” tra stato e regioni: l’illegittimità della recente disciplina emiliano-romagnola, www.centrostudilivatino,it, 4 marzo 2024

[2] Corte costituzionale, 22 novembre 2019, n. 241, www.cortecostituzionale.it

[3] Cfr. CNB-Comitato Nazionale per la Bioetica, parere del 31 marzo 2017

[4] Cfr. Carlo Petrini, Silvio Brusaferro, Comitati etica e ricerca in Italia: verso nuovi assetti normativi, dando uno sguardo al passato, Quotidiano Sanità 25 novembre 2019.

[5] Infatti, solo “alcune Regioni (Friuli, Toscana, Veneto e Province autonome) hanno adottato provvedimenti locali, ma nella maggior parte del territorio italiano non esistono, al momento, comitati di etica per la clinica” (Carlo Petrini e Silvio Brusaferro, cit.).

[6] Alessandro Candido, Il fine vita .., cit.

[7] AA.VV. a cura di Francesco Clementi, Lorenzo Cuocolo, Francesca Rosa, Giulio Enea Vigevani, La Costituzione italiana, commento articolo per articolo, Vol. II, art. 97 di Alessandra Valastro e Nicola Pettinari, par. 3.

[8] Cfr. parere del 2017 del CNB, cit.

[9] Cfr. Petrini Brusaferro, cit.

[10] CNB risposta a Ministero della Salute 24 febbraio 2024

[11] Alessandro Candido, Il fine vita .., cit.

[12]  Corte cost. 242/2019, cit.


[i] Corte costituzionale, sent. 242/2019, par. 4

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