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Ponzio Pilato e Simone di Cirene non sono solo due personaggi entrati nella storia per aver incontrato Gesù; lo sono per aver incontrato il Cristo in un momento assai particolare, quello della Sua passione, diventando l’icona di due modelli esistenziali.

Si tratta di due storie personali assai diverse. Di Simone non sappiamo nulla, fuor che era di Cirene e che coltivava la terra; insomma, uno sconosciuto. Pilato, invece, è il governatore romano, l’uomo più temuto ed influente a quel tempo in tutta la regione.

Entrambi, però, sono costretti ad avere a che fare con una persona tanto nota quanto scomoda, ritrovandosi al centro della scena (e della storia), in un momento in cui entrambi, verosimilmente, avrebbero preferito rimanere dietro le quinte.

Partiamo da Pilato. 

Il governatore romano è chiamato a pronunciare un giudizio, che tutti ritengono scontato. Egli si rende conto che quell’uomo non ha colpa alcuna.  Lo interroga pure e in cuor suo spera in una qualche ammissione di colpa, in una richiesta di clemenza: nulla di tutto questo. Quel Nazareno pretende di essere addirittura l’incarnazione della Verità. La Verità! “Quid est Veritas?”, gli chiede. Una domanda senza risposta, perché è allo stesso Pilato che, in fin dei conti, non interessa.

Quel che colpisce è la sequenza delle decisioni prese da Pilato, tutte, in qualche modo, effetto della sua indecisione nel rendere giustizia.

Dapprima, pensa di poter placare la furia della plebaglia e dei suoi capi, pensando che si accontentino di una verità sfigurata, mutilata. E così fa flagellare quell’uomo. Tuttavia, ben presto si rende conto che a nulla è servito far scorrere il sangue di quel giusto. Ancora una volta, infatti, l’accusato è al suo cospetto e gli si ripropone l’alternativa: proclamare la verità e difendere l’innocente senza compromessi, oppure optare per l’ennesimo cedimento. Ed ancora una volta il giudice antepone sé stesso alla Verità. Decide di farlo giudicare da un altro, di non immischiarsi in una vicenda che percepisce come pericolosa per la sua carriera ed il suo prestigio. Ma neppure Erode gli viene in aiuto. Costui, nella sua rozzezza lussuriosa, non riesce neppure a capire chi ha dinanzi. Siamo allora di nuovo punto e a capo. Pilato è di nuovo faccia a faccia con il Cristo. Gli si presenta un’ultima chance, che però non coglie. Anzi. Egli abdica al suo dovere di giudice e rimette la decisione agli umori della folla, sperando che, dinanzi all’alternativa fra quell’uomo sfigurato e un assassino conclamato, ci fosse un rigurgito di resipiscenza che lo levasse dall’impiccio. Ma ancora una volta non riesce a sfuggire alla decisione. “Crocifiggilo!” è la richiesta ultimativa, che lo inchioda, assieme a quell’innocente, sulla croce dell’infamia destinata a tutti coloro che si illudono di non macchiarsi delle ingiustizie altrui semplicemente lavandosene le mani.

Altra scena, altro personaggio, stessa sorte.

Anche Simone di Cirene si imbatte nel Cristo. Anche lui è costretto a fare i conti con la Verità.

Viene dalla campagna quando incappa in un singolare corteo capeggiato da un uomo che trascina una croce; è attratto verosimilmente dal tumulto della folla urlante e si avvicina per comprendere quel che sta accadendo. E’ di certo un uomo vigoroso; l’aspetto tradisce il contadino avvezzo alla fatica dei campi ed è forse questo che attira l’attenzione dei soldati romani che, di certo non per misericordia nei confronti di quell’uomo sanguinante ma piuttosto per velocizzare le operazioni, chiedono a lui di aiutare il condannato a portare quel legno tanto infamante quanto pesante.

Non sappiamo cosa sia passato per la mente a Simone in quel momento. Egli non proferisce parola. Si sarebbe potuto opporre? E’ lecito pensare che, essendo stato costretto, la sua non sia stata un’iniziativa spontanea. Tuttavia, è altrettanto lecito immaginare che anch’egli, come Pilato, si sia trovato faccia a faccia con quel Volto, con il Cristo. E che abbia poi scelto, al di là dell’iniziale costrizione, di aiutarlo, di rimanere al Suo fianco, di stare dalla Sua parte anche dinanzi a tanto odio.

Una cosa, però, sappiamo per certo di Simone di Cirene: i suoi figli, Alessandro e Rufo, sono entrambi diventati cristiani. Evidentemente quell’incontro lascerà il segno.

Pilato e Simone: due uomini protagonisti di un incontro, del “l’incontro”. Due uomini che rappresentano un’alternativa, drammatica, sempre attuale.

Simone di Cirene incarna l’uomo che, dinanzi alle difficoltà del suo tempo, della sua ora, non indugia in recriminazioni, non inveisce, non si chiude in un malmostoso livore contro Dio e gli uomini, ma agisce, andando fino in fondo; inizialmente controvoglia, ma rispondendo alla chiamata. Simone di Cirene è, in definitiva, colui che, con umiltà, si lascia guidare dalla Provvidenza.

Pilato, invece, resiste alla chiamata, cerca di sfuggire al dovere che gli si impone. E’ l’icona di tutti coloro che, pur avendo le categorie per comprendere quel che sta accadendo e finanche il potere per intervenire, preferiscono ritirarsi, nascondendosi dietro le colpe altrui.

Ad entrambi Cristo chiede di fare il proprio dovere: a Pilato di fare bene il giudice, a Simone di usare bene la sua forza. Lo chiede entrando nell’ordinario della loro vita; lo chiede quando entrambi avrebbero preferito fare altro. Quando sarebbe stato consigliabile fare altro.

A ciascuno la sua chiamata; a ciascuno la sua croce.

Ogni tempo conosce i suoi Pilato ed i suoi Cirenei. Scegliere quale parte interpretare non è facile. Quel che è certo è che recitare ruoli da comparsa non è da uomini, e men che meno da cristiani.

Domenico Airoma

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