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La morte di Benedetto XVI, che ha toccato e commosso tutto il mondo il 31 dicembre 2022, ha suscitato un’analisi approfondita in merito all’ineffabile contributo del Sommo Pontefice al panorama della scienza giuridica. La summa sapienza insita nel suo messaggio si orienta primariamente verso la difesa della veritas juris in un’epoca permeata da una confusione e oscurità anche all’interno della sfera culturale cristiana. Il mirabile discorso pronunciato dinanzi al Bundestag costituisce, ad esempio, un inequivocabile e imperativo richiamo a non smarrire l’armonia intrinseca tra natura e ragione, fondamento ineludibile della tradizione giuridica greco-romano-scolastica. Benedetto XVI ha saputo individuare acutamente e lucidamente la ragione della crisi nella teoria e nella pratica della giustizia contemporanea e ha delineato la strada, probabilmente lunga e laboriosa, da percorrere: ricollegare il dover essere all’essere, cogliere il linguaggio della natura e ampliare la prospettiva d’osservazione del giurista.

La più nitida manifestazione del pensiero giuridico di Joseph Ratzinger trova la sua eloquenza suprema nella Lectio magistralis proferita il 10 novembre 1999 in concomitanza della concessione della laurea honoris causa in Giurisprudenza da parte dell’Università LUMSA.[1]

In tale circostanza l’allora Cardinale Ratzinger il futuro Pontefice espose la sua riflessione attraverso due tesi: «L’elaborazione e la strutturazione del diritto non è immediatamente un problema teologico, ma un problema della “recta ratio”, della retta ragione. Questa retta ragione deve cercare di discernere, al di là delle opinioni e delle correnti di pensiero, ciò che è giusto, il diritto in se stesso, ciò che è conforme all’esigenza interna dell’essere umano di tutti i luoghi e che lo distingue da ciò che è distruttivo dell’uomo. […] . La redenzione non dissolve la creazione ed il suo ordine, ma al contrario ci restituisce la possibilità di percepire la voce del creatore nella sua creazione e così di comprendere meglio i fondamenti del diritto. Metafisica e fede, natura e grazia, legge e vangelo non si oppongono, ma sono intimamente legati»

I due assunti emergono innegabilmente come elementi di straordinaria pertinenza e attualità. L’intero corpus giuridico di Benedetto XVI, nell’analisi, sembra collocarsi entro tale sfondo di riflessione e prospettiva. L’emerito Pontefice ha ribadito e motivato l’imperativo ritorno alle radici e alle fonti del sapere classico. Egli ha affermato: “La cultura europea ha avuto origine dall’incontro di Gerusalemme, Atene e Roma, dalla congiunzione della fede in Dio di Israele, della ragione filosofica dei Greci e del pensiero giuridico di Roma. Questo triplice confluire del sapere plasma l’essenza stessa dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità umana di fronte a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile di ogni essere umano, tale convergenza ha delineato parametri giuridici, il cui preservare costituisce la nostra missione in questo frangente storico“. La sfida intrinseca alla cultura della postmodernità, secondo la mente del Pontefice, si materializza nel recupero dell’integrazione e dell’armonia tra natura e ragione.

Benedetto XVI ha fortemente sollecitato i giuristi affinché riscoprano e valorizzino la matrice naturale del diritto. In diverse occasioni, il Papa ha evidenziato l’essenza del fenomeno giuridico e ha ribadito la dottrina classica del diritto naturale basato sulla tradizione tomista. Vogliamo qui ricordare il discorso al Bundestag del 22/09/2011[2], una appassionata difesa per il ritorno al diritto naturale, conquista del mondo cristiano

Il Papa inizia il suo discorso «con una piccola narrazione tratta dalla Sacra Scrittura. Nel Primo Libro dei Re si racconta che al giovane re Salomone, in occasione della sua intronizzazione, Dio concesse di avanzare una richiesta. Che cosa chiederà il giovane sovrano in questo momento importante? Successo, ricchezza, una lunga vita, l’eliminazione dei nemici? Nulla di tutto questo egli chiede. Domanda invece: “Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male” (1Re 3,9). Con questo racconto la Bibbia vuole indicarci che cosa, in definitiva, deve essere importante per un politico: la volontà di attuare il diritto e l’intelligenza del diritto. Se la politica non è capace di distinguere il bene dal male, si può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti? ha sentenziato una volta sant’Agostino».

Il Santo Padre ha chiaramente adoperato l’esempio del nazionalsocialismo durante la sua visita in Germania senza esitazioni. Ha voluto evidenziare che una politica priva della capacità di discernere tra il bene e il male, e che non si basa su un principio superiore di giustizia, inevitabilmente conduce alla catastrofe e all’ignominia. «Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio».

Il Pontefice ha sottolineato la riflessione intrapresa dai tedeschi dopo il periodo del nazismo riguardo alle leggi e alla giustizia, suscitando una profonda inquietudine. Egli ha evidenziato come la mera presenza di una legge nei codici, anche se erano presenti durante il regime nazista, non è sufficiente per attribuirle il titolo di giusta. La discussione su quali leggi siano effettivamente giuste e meritevoli di obbedienza è pertanto un tema ancora attuale e rilevante nella societàInizio modulo: «Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente? Si potrebbe rispondere: è giusta la legge che ha ricevuto i voti della maggioranza dei parlamentari. Ma – non dimenticando che lo stesso Hitler andò originariamente al potere tramite regolari elezioni – Benedetto XVI ribadisce che il voto di una maggioranza in Parlamento non può essere il criterio ultimo che garantisce la giustizia. In gran parte della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente. Ma è evidente che nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento».

Che le leggi di Hitler fossero ingiuste oggi è evidente a molti. «Ma nelle decisioni di un politico democratico, la domanda su che cosa ora corrisponda alla legge della verità, che cosa sia veramente giusto e possa diventare legge non è altrettanto evidente. Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé». Un tempo, la risposta prevalente è che giusta era la legge umana che non contraddiceva la legge di Dio. «Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento alla Divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto».

Ma attenzione: il cristianesimo non ha mai inteso le legge divina come l’islam intende la shari’a, cioè come un diritto rivelato che il diritto dello Stato deve semplicemente riprodurre. Senza citare per nome l’islam – ma il riferimento implicito è evidente -, il Papa ha ricordato che «contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto», attingendo alla tradizione filosofica greca e al diritto romano. Da questo incontro – che era già stato al centro del famoso discorso tenuto da Benedetto XVI a Ratisbona il 12 settembre 2006 – «è nata – ha ricordato il Papa – la cultura giuridica occidentale, che è stata ed è tuttora di un’importanza determinante per la cultura giuridica dell’umanità». L’Occidente nasce dalla scelta del cristianesimo di non proporre o imporre un «diritto religioso» ma di mettersi «dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione».

Grazie a questa scelta, alla domanda su quale legge sia giusta almeno fino al secolo XX la maggioranza dei giuristi occidentali ha risposto che giusta è la legge conforme al diritto naturale, un diritto che può essere riconosciuto dalla ragione a prescindere dalla fede religiosa di ciascuno. Ma, ha detto il Papa, «nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione. L’idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine».

Com’è stato possibile questo? Il Papa ne ha attribuito la responsabilità al positivismo giuridico di cui è stato principale teorico Hans Kelsen (1881-1973), e alla sua «tesi secondo cui tra l’essere e il dover essere ci sarebbe un abisso insormontabile. Dall’essere non potrebbe derivare un dovere, perché si tratterebbe di due ambiti assolutamente diversi.

Se si considera la natura – con le parole di Hans Kelsen – «un aggregato di dati oggettivi, congiunti gli uni agli altri quali cause ed effetti”, allora da essa realmente non può derivare alcuna indicazione che sia in qualche modo di carattere etico. Una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente funzionale, così come le scienze naturali la riconoscono, non può creare alcun ponte verso l’ethos e il diritto, ma suscitare nuovamente solo risposte funzionali. La stessa cosa, però, vale anche per la ragione in una visione positivista, che da molti è considerata come l’unica visione scientifica. In essa, ciò che non è verificabile o falsificabile non rientra nell’ambito della ragione nel senso stretto. Per questo l’ethos e la religione devono essere assegnati all’ambito del soggettivo e cadono fuori dall’ambito della ragione nel senso stretto della parola. Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco».

In veste di scrupoloso osservatore e competente medico, il Pontefice traccia con precisione la diagnosi e si impegna nella formulazione di una terapia adeguata. Se il malessere è rappresentato dallo smarrimento e dalla perdita della nozione metafisica di natura, la risoluzione si configura nel ristabilire la capacità di ascoltare la voce della natura e nell’espandere i confini della razionalità giuridica.

«Quando nel nostro rapporto con la realtà c’è qualcosa che non va, allora dobbiamo tutti riflettere seriamente sull’insieme e tutti siamo rinviati alla questione circa i fondamenti della nostra stessa cultura»

L’analisi critica proposta da Benedetto XVI sull’origine della deviazione del pensiero giuridico contemporaneo si distingue per la sua lucidità e perspicacia. La svolta culturale della modernità si manifesta attraverso la netta separazione tra essere e dover essere. L’antropocentrismo immanentistico, con la sua enfasi sulla libertà individuale e sull’autonoma configurazione della vita sociale, ha condotto, in gran parte in modo inconsapevole, a privare il diritto della sua radice entitativa e del suo fondamento ontologico.

La sostanzialità chiara presente nel rapporto di debito nel sapere classico, come esplicitamente delineato nella concezione tommasiana della ipsa res iusta, si è praticamente ridotta alla congruenza formale o alla forza legale della pretesa. Il fenomeno giuridico è stato così scollegato dal suo presupposto metafisico essenziale, relegato al mero potere della volontà. La scienza della giustizia è stata limitata alla logica e alla coerenza del sistema di regole stabilite convenzionalmente.

Questo isolamento del mondo giuridico ha generato un ambiente chiuso, autoreferenziale e asfittico. Per ristabilire il vero nucleo del diritto, è essenziale riconnettersi con la realtà e recuperare l’influenza strutturante dell’essere. Il punto di partenza inevitabile per ogni titolarità di diritto è il riconoscimento della doverosità inscritta nello statuto ontologico della persona. La corretta comprensione della natura delle cose emerge come il principio guida della vita civile. Lo smarrimento della concezione metafisica e trascendente dell’esistenza comporta, in definitiva, un grave deficit per la giustizia.

Citando ancora il grande teorico del positivismo giuridico, Kelsen il Papa ricorda che costui diceva che le norme possono derivare solo dalla volontà. Ma lo stesso Kelsen affermava che la natura potrebbe racchiudere in sé delle norme solo che una volontà avesse messo in essa queste norme. Il che presupporrebbe un Dio creatore, la cui volontà si è inserita nella natura. Ma, secondo Kelsen, discutere della verità o falsità di questa fede è cosa assolutamente vana. Ratzinger, ovviamente, non è d’accordo, in quanto non trova vano presupporre un Creator Spiritus.

È proprio sull’idea di Ragione creativa, di Dio creatore, che si è sviluppata l’idea dei diritti umani, l’idea che gli uomini siano uguali davanti alla legge, l’idea di inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona, l’idea che gli uomini sono responsabili del loro agire. Occorre non smarrire questa memoria culturale, perché facendolo la nostra cultura risulterebbe manchevole di una sua parte essenziale. L’identità europea è frutto di un triplice incontro: Gerusalemme e la fede in Israele, Atene e la ragione filosofica, Roma e la grande tradizione del pensiero giuridico.

La grande cultura giuridica europea ha fissato dei criteri validi in ogni tempo, che è nostro compito oggi preservare. Per due motivi: perché l’uomo è responsabile davanti a Dio e perché vige il criterio della dignità inviolabile dell’uomo. Anche i legislatori di oggi dovrebbero, pertanto, avere presente l’esempio di Salomone, che nel chiedere a Dio «un cuore docile», ha pienamente attuato un criterio di giustizia: la capacità di distinguere il bene dal male, di stabilire un vero diritto, di servire la giustizia e la pace.

Nel Discorso al Bundestag che rappresenta quasi la magna charta del suo magistero giuridico il Pontefice afferma dunque esplicitamente l’integrazione tra ragione oggettiva e soggettiva. In un contesto più lontano dalla cultura cristiana aveva già parlato sinteticamente di “ragione naturale”.

Papa Benedetto XVI ha saputo dunque individuare acutamente e lucidamente la ragione della crisi nella teoria e nella pratica della giustizia contemporanea e ha delineato la strada, probabilmente lunga e laboriosa, da percorrere: ricollegare il dover essere all’essere, cogliere il linguaggio della natura e ampliare la prospettiva d’osservazione del giurista. Si tratta in pratica di un pressante invito ad allargare gli orizzonti della razionalità giuridica.

Daniele Onori


[1] Cfr. https://www.gliscritti.it/approf/2005/conferenze/ratzinger01.htm

[2] DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI Reichstag di Berlin Giovedì, 22 settembre 2011 cfr https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2011/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20110922_reichstag-berlin.html

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