Il Manifesto di Ventotene è considerato il testo fondativo dell’idea europeista, un documento che ha ispirato l’integrazione del continente. Tuttavia, una lettura critica e spassionata, alla luce delle problematiche attuali dell’Unione Europea e delle parole di esponenti politici come la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ne rivela i limiti profondi. Il manifesto, lungi dall’essere una visione lungimirante, si presenta come un progetto ideologico che nega la sovranità popolare, esalta un federalismo imposto dall’alto e propone soluzioni economiche irrealistiche.

1. Il rifiuto dello Stato-nazione e della sovranità popolare

Uno dei punti centrali del Manifesto di Ventotene è il rigetto dello Stato-nazione, considerato la causa primaria di guerre e instabilità. Nel testo si legge:

“La linea di divisione tra partiti progressisti e reazionari cade ormai non più lungo la linea più o meno grande democrazia che si vuole instaurare nell’organizzazione interna della singola nazione, bensì lungo la nuova linea che separa coloro che concepiscono ancora come fine la conquista del potere nazionale, e coloro che vedono come compito centrale la creazione di un solido Stato internazionale.”

Questa visione impone un dualismo forzato e mistificatorio: il patriottismo è dipinto come sinonimo di reazione e guerra, mentre la federazione europea viene presentata come l’unica strada per il progresso. Si tratta di una semplificazione pericolosa. Gli Stati nazionali non sono solo entità bellicose: essi rappresentano il frutto della storia, dell’identità e della volontà popolare. Le nazioni non sono meri costrutti artificiali da superare, ma comunità nate attraverso secoli di lotte politiche, culturali e sociali. La sovranità nazionale, lungi dall’essere un residuo arcaico del passato, è l’espressione diretta della democrazia rappresentativa: senza di essa, le decisioni politiche si allontanano dai cittadini e diventano prerogativa di élite tecnocratiche non elette.

L’abolizione della sovranità nazionale, invece di garantire la pace e la prosperità, ha spesso prodotto una tecnocrazia europea distante dalle esigenze reali della popolazione. Il crescente deficit democratico dell’Unione Europea ne è la prova più lampante: le istituzioni comunitarie, come la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea, esercitano un potere immenso senza un corrispondente mandato popolare. Decisioni cruciali in materia economica, fiscale e migratoria vengono prese senza un adeguato coinvolgimento dei parlamenti nazionali, alimentando un senso diffuso di alienazione e sfiducia nei confronti del progetto europeo.

Come sottolineato da Giorgia Meloni e da altri critici dell’attuale assetto comunitario, l’Unione Europea ha spesso agito in contrasto con la volontà dei popoli, imponendo regolamenti che minano le economie nazionali e riducono la libertà di decisione degli Stati membri. Il Manifesto di Ventotene, pur animato da nobili intenti, ignora completamente il rischio che una federazione europea diventi uno strumento di dominio burocratico invece che di progresso condiviso. La storia recente ha dimostrato come la cessione di sovranità a istituzioni sovranazionali non abbia portato automaticamente a una maggiore giustizia sociale o a una distribuzione più equa delle risorse. Al contrario, ha favorito la concentrazione del potere nelle mani di organismi lontani dai cittadini, incapaci di comprendere e rispondere alle specificità dei singoli Paesi.

L’Unione Europea dovrebbe essere uno spazio di cooperazione tra Stati sovrani, non un super-Stato che annulla le identità nazionali in nome di un’integrazione forzata. Il vero progresso non nasce dall’imposizione di modelli uniformi, ma dal rispetto delle diversità e dall’equilibrio tra collaborazione internazionale e autodeterminazione nazionale.

2. Un federalismo imposto dall’alto

Il Manifesto di Ventotene propone un’Europa unita attraverso la distruzione delle sovranità nazionali e la creazione di un governo sovranazionale forte:

“Il problema che si pone nella nostra epoca non è la sostituzione di un governo nazionale con un altro, ma la creazione di un solido Stato internazionale, che elimini il concetto stesso di sovranità nazionale.”

Questa affermazione rivela la natura profondamente anti-democratica del progetto: si nega il diritto dei popoli a decidere autonomamente, imponendo un modello di governo che non ha alcun fondamento nel consenso democratico. In un’epoca in cui i movimenti nazionali avevano combattuto per secoli per l’autodeterminazione, il Manifesto suggerisce una regressione, sostituendo la sovranità dei singoli popoli con una struttura burocratica sovranazionale. L’idea che una classe dirigente sovranazionale possa amministrare gli affari europei meglio di governi democraticamente eletti è una visione paternalistica, che tradisce il principio stesso di sovranità popolare.

Oggi vediamo i risultati di questa visione: strutture come la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea esercitano un potere immenso sulle economie e sulle politiche sociali degli Stati membri, senza un controllo diretto da parte dei cittadini. Le decisioni in materia economica, fiscale e migratoria vengono prese in base a logiche tecnocratiche, spesso in contrasto con la volontà espressa dai popoli attraverso le elezioni nazionali. Questo deficit democratico è emerso con particolare evidenza durante la crisi del debito sovrano, quando la Troika (Commissione Europea, BCE e FMI) ha imposto misure di austerità a Paesi come la Grecia, senza alcun mandato democratico e con effetti devastanti sulla popolazione.

L’UE appare sempre più come un’arena in cui le grandi potenze economiche, come la Germania e la Francia, impongono la loro agenda sugli Stati più piccoli o economicamente più deboli. Il sogno federalista del Manifesto di Ventotene non ha realizzato un’Europa solidale e coesa, ma una struttura in cui le decisioni cruciali vengono prese lontano dai cittadini, con un crescente distacco tra le istituzioni europee e la volontà popolare.

Giorgia Meloni ha più volte denunciato questa deriva, sottolineando che l’Europa non può essere un super-Stato che annulla le identità nazionali, ma deve essere un’alleanza di nazioni sovrane, unite nella cooperazione ma libere di autodeterminarsi. L’idea di una federazione europea deve lasciare spazio a un modello di collaborazione tra Stati indipendenti, basato sul rispetto reciproco e sulla tutela delle specificità nazionali. Solo un’Europa che rispetti le proprie radici e la volontà dei suoi cittadini potrà essere veramente unita e prospera.

3. Il fallimento economico del modello pianificato

Dal punto di vista economico, il Manifesto di Ventotene propone una visione socialista e dirigista, che ignora completamente le dinamiche di mercato e i rischi di un controllo centralizzato dell’economia. Il testo afferma:

“L’indipendenza economica nazionale che si vuole mantenere come un diritto inalienabile porta con sé la necessità di autarchie economiche chiuse, di limitazioni agli scambi, di regimi totalitari che impongano col terrore la disciplina alle masse per meglio sfruttarle.”

Questa prospettiva parte dal presupposto che la sovranità economica nazionale conduca inevitabilmente a derive autoritarie e protezionistiche, senza considerare che l’autonomia economica può essere uno strumento di autodeterminazione e sviluppo. Il Manifesto contrappone un’economia rigidamente pianificata a una presunta anarchia dei mercati nazionali, senza riconoscere che la prosperità economica nasce da un equilibrio tra intervento statale e libertà d’impresa.

L’esperienza storica ha dimostrato il fallimento delle economie rigidamente centralizzate: dall’Unione Sovietica ai regimi socialisti dell’Europa orientale, passando per le economie dirigiste dell’America Latina, i modelli basati su una pianificazione economica rigida hanno prodotto inefficienza, stagnazione e crisi. Un sistema economico eccessivamente regolato soffoca l’innovazione e la competitività, impedendo ai Paesi di adattarsi alle sfide globali.

Allo stesso tempo, la realizzazione dell’Unione Europea ha portato a un’altra forma di rigidità economica: la moneta unica e le politiche di bilancio imposte da Bruxelles hanno ridotto drasticamente la capacità dei singoli Stati di rispondere alle crisi economiche con politiche autonome. L’euro, concepito per unificare economicamente il continente, ha invece accentuato le disuguaglianze tra gli Stati membri, favorendo le economie più forti come quella tedesca e penalizzando i Paesi con economie meno competitive, come l’Italia, la Grecia e la Spagna. Le politiche di austerità imposte dopo la crisi del 2008 hanno aggravato le difficoltà economiche, aumentando la disoccupazione e riducendo la crescita nei Paesi del Sud Europa.

Inoltre, la crisi energetica e l’aumento dell’inflazione hanno messo in luce i limiti di un modello economico troppo vincolato alle decisioni di un’entità sovranazionale distante dai bisogni concreti dei cittadini. La dipendenza dell’Europa dalle importazioni energetiche e la mancanza di una politica industriale flessibile hanno reso il continente vulnerabile agli shock economici globali.

L’idea di una gestione economica centralizzata non ha funzionato nemmeno nei regimi comunisti e socialisti: come può funzionare in un’Europa così diversificata, con economie, strutture produttive e sistemi fiscali profondamente diversi? Una vera cooperazione economica europea dovrebbe basarsi su un equilibrio tra integrazione e sovranità nazionale, consentendo ai singoli Stati di adattare le politiche economiche alle loro specifiche esigenze. Solo un’Europa che rispetti la diversità economica e la libertà dei popoli potrà garantire prosperità e sviluppo sostenibile.

4. Un’illusione geopolitica

Il Manifesto di Ventotene sostiene che la federazione europea sia l’unico mezzo per garantire la pace, ignorando completamente le dinamiche geopolitiche globali. Nel testo si legge:

“Se una libera federazione europea sarà sorta, non potrà che essere essa la base di una più vasta comunità internazionale.”

Questa previsione si è dimostrata del tutto illusoria. L’Unione Europea non ha saputo prevenire conflitti interni né garantire un ordine geopolitico stabile. Già negli anni ’90, la guerra in Jugoslavia ha mostrato l’incapacità dell’Europa di agire come forza unificata per la pace: mentre la violenza esplodeva nei Balcani, l’UE si rivelava priva di una strategia comune, divisa tra interessi nazionali contrastanti e una diplomazia inefficace. Il conflitto ha richiesto l’intervento della NATO e degli Stati Uniti, dimostrando che l’Europa, lungi dall’essere un attore geopolitico autonomo, dipendeva ancora da potenze esterne per la gestione delle crisi.

Lo stesso schema si è ripetuto con la crisi in Ucraina: l’UE ha mostrato fragilità nella sua risposta all’annessione della Crimea nel 2014 e all’invasione russa del 2022. Anziché presentarsi come un attore unitario e influente, è rimasta in una posizione subordinata rispetto agli Stati Uniti, seguendone la linea senza una reale capacità di iniziativa indipendente. Questo ha evidenziato la mancanza di una politica estera comune credibile e di una difesa europea efficace. La dipendenza da Washington è stata confermata anche nella gestione delle relazioni con la Cina e il Medio Oriente, ambiti in cui l’UE fatica a definire una strategia autonoma.

Inoltre, la convinzione che un’unione politica europea possa automaticamente tradursi in una pace duratura ignora la complessità delle relazioni internazionali. La storia dimostra che i conflitti non derivano unicamente dall’esistenza di Stati nazionali sovrani, ma da rivalità economiche, tensioni ideologiche e dinamiche di potere globali. L’UE, invece di diventare un modello di stabilità e cooperazione, si trova oggi in una posizione di debolezza nei confronti delle grandi potenze mondiali. L’egemonia economica della Cina, l’espansionismo russo e l’imprevedibilità della politica statunitense mettono in luce i limiti di un’Europa che fatica a difendere i propri interessi strategici.

Meloni ha evidenziato come l’UE debba recuperare una visione strategica chiara, smettendo di subire passivamente le decisioni altrui e tornando a difendere gli interessi nazionali all’interno di un contesto di cooperazione equilibrata. Uno Stato che rinuncia alla propria sovranità in nome di un’unità astratta si condanna a rimanere un attore geopolitico marginale, incapace di proteggere i propri cittadini e di avere un peso effettivo negli equilibri mondiali. La vera pace e stabilità non si ottengono con un federalismo forzato, ma con una collaborazione tra Stati sovrani, capaci di agire con pragmatismo e autonomia nelle sfide internazionali.

Conclusione: un modello da archiviare

Il Manifesto di Ventotene è un documento storicamente importante, ma profondamente ingenuo e intriso di un’ideologia che oggi mostra tutti i suoi limiti. Nato in un contesto segnato dalla devastazione della Seconda guerra mondiale e dall’incubo dei totalitarismi, il Manifesto si proponeva come una risposta radicale alla crisi degli Stati nazionali, identificandoli come la causa primaria dei conflitti. Tuttavia, questa visione semplicistica non ha tenuto conto della complessità storica e politica dell’Europa, né delle profonde radici culturali e identitarie che legano i popoli alle proprie nazioni.

Ispirandosi a questa impostazione ideologica, l’Unione Europea ha progressivamente assunto una struttura tecnocratica e centralizzata, allontanandosi sempre più dai cittadini. Le istituzioni europee, dominate da burocrati non eletti, hanno imposto politiche economiche e sociali che spesso si sono rivelate dannose per le economie nazionali, specialmente per quelle del Sud Europa. L’euro, anziché favorire una crescita equa e condivisa, ha accentuato le disparità tra gli Stati membri, penalizzando le economie più deboli e privandole di strumenti di politica monetaria indipendenti.

Inoltre, il modello economico imposto dall’UE, ispirato a un rigido controllo centralizzato e a politiche di austerità, ha soffocato la crescita e aumentato il malcontento sociale. Paesi come l’Italia e la Grecia hanno subito durissimi sacrifici economici senza ottenere in cambio una reale ripresa, mentre le grandi potenze economiche europee, come la Germania, hanno tratto vantaggio da questo sistema. L’idea di una governance economica sovranazionale ha dimostrato la sua inefficacia, contribuendo ad alimentare euroscetticismo e sfiducia nei confronti delle istituzioni comunitarie.

Oltre agli aspetti economici, l’UE ha portato avanti un progetto di omologazione culturale e politica che ha messo in discussione le identità nazionali, trattandole come ostacoli a un presunto progresso. Invece di promuovere una cooperazione basata sul rispetto delle specificità di ogni Paese, Bruxelles ha spesso imposto normative e regolamenti che ignorano le tradizioni, le esigenze e le volontà dei popoli europei. Le tensioni legate alla gestione dell’immigrazione, alla sovranità energetica e alla politica estera hanno evidenziato i limiti di un’unione che pretende di essere un blocco monolitico, ma che nella realtà è percorsa da profonde divisioni.

Come affermato da Giorgia Meloni, l’Europa deve tornare a essere un’alleanza di nazioni sovrane, non una sovrastruttura burocratica che impone dall’alto decisioni lontane dalla volontà popolare. L’integrazione europea non può trasformarsi in un processo di cancellazione delle sovranità e delle identità nazionali, perché ciò significherebbe privare i popoli europei della loro storia e delle loro radici. Il futuro dell’Europa non può basarsi su un federalismo forzato e privo di consenso, ma su una cooperazione tra Stati liberi, che condividano progetti comuni nel rispetto della loro autonomia.

Il Manifesto di Ventotene appartiene al passato: nato in un’epoca in cui le priorità erano diverse e le paure legate agli Stati nazionali erano comprensibili, oggi si rivela un modello superato e inadeguato alle sfide contemporanee. È ora di superarlo e costruire un’Europa realmente democratica, vicina ai cittadini, capace di valorizzare le identità nazionali senza soffocarle in un progetto ideologico astratto. Solo attraverso una collaborazione basata sulla sovranità e sul rispetto reciproco si potrà realizzare un’Unione Europea che sia davvero al servizio dei popoli e non delle élite burocratiche.

Daniele Onori

Share