Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” martire, ispira ancora. La sua vita per giustizia e fede sfida le convenzioni, un simbolo vivente della Provvidenza.

Rosario Livatino è noto a tutti come il giudice ragazzino. Al di là delle intenzioni di chi pensó, con tale appellativo, di sminuirne le qualità professionali, quell’etichetta si è rivelata incredibilmente provvidenziale.

Essa, infatti, ha finito con l’incarnare le qualità morali di Rosario Livatino, l’autenticità innocente del suo sguardo, la limpidezza del suo decidere, la refrattarietà al compromesso della sua vita.

Quando, poi, a quel volto, espressione di mitezza e, a un tempo, di giovanile fermezza, si è accompagnata la camicia intrisa di sangue, quel ragazzino ha fatto scandalo. Come si conviene ad ogni santo.

Ha scandalizzato le aule di tribunale, abituate ad esaltare magistrati superuomini o giudici ideologicamente servili.

Ha scandalizzato le istituzioni tutte, intrise del grigiore di una prassi senza valori.

Ha scandalizzato tutti coloro che si dicono cristiani, sbiaditi da una vita senza il colore della credibilità.

Ha scandalizzato i giovani, mettendo loro innanzi una gioventù spesa come risposta ad una domanda di senso.

Oggi quella camicia torna ad essere indossata. Oggi quel martire ha un corpo.

Lo abbiamo visto, l’ho visto, esposto allo sguardo orante di migliaia di persone giunte a Canicattì da tutta Italia.

Un corpo che porta quello scandalo in una dimensione che va oltre il tempo, mettendoci innanzi ciò che non muore, aprendoci all’eterno.

In quel momento ho ripensato a quando sono andato per la prima volta a Canicattì, quando Rosario era una delle tante vittime della luciferina tracotanza mafiosa. Quando il suo corpo era chiuso nel cimitero di ció che sembra irrimediabilmente morto, passato.

Ora, vedendolo esposto e venerato, mi commuovo al pensiero di quanto misteriosamente prodigiosa è la silente opera della Provvidenza, che ha suscitato un ragazzino del sud più ignoto d’Italia per farne un santo.

Mi commuovo al pensiero che nulla muore di quanto con sacrificio viene compiuto per il bene del prossimo.

Mi commuovo al pensiero che anche un modesto, assai modesto, contributo come quello di chi scrive, oggi, in questa Chiesa, dinanzi a questo popolo grato e gioioso, trova senso e compimento.

Mi commuovo al pensiero che quel martire ragazzino stia dicendo a me e ai tanti che condividono una visione e un impegno, che è bello sacrificarsi per ciò che è vero e giusto.

E mi conforta il pensiero che chi muore in Cristo vive in eterno. 

Domenico Airoma

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